giovedì, agosto 31, 2006

Ritratto con sigaretta ( da alcune foto di Alda Merini )



Il profondo degli occhi,
così vissuto, così tutto
imbevuto di tutto,
ha un contrappeso
o contraltare leggero: il fumo
dell’eterna azzurra sigaretta…
Pende dalle labbra
immobile come in un quadro
o come su bocca sicura
di giovane zingara .
Oppure la tengono le dita ,
in punta di mano
come la terrebbe la mano incurante
di un uomo.
Il suo fumo inutile ,
sipario evanescente e sfuggente ,
è l’esatto contrario degli occhi :
pozzi, pensieri e storie vissute .
Sfuma verso l’alto e sparisce
inconsistente,
mentre gli occhi ,invece,
sfumano verso il basso e il dentro.
Il fumo e la posa
della mano con sigaretta
sussurrano immagini di forza
e sicuro coraggio.
O colori e silenzi
di umori sottomarini

Ritratto : gli occhi ( dedicato ad Alda Merini )




Gli occhi
- scuri scuri ,se visti da lontano -
sono pozzi profondi:
morbidi e lustri,
seri, dolci, deboli e forti, mai piatti
mai spenti. O almeno così li senti,
se li vedi in TV e nelle foto dei libri.
Guardandoli bene, vedi,o così tu credi,
punti di domanda inespressi
oppure fissità del coraggio
o gioia di un passo di danza.
E sempre - comunque –
il loro profondo
finisce per turbare il tuo.
Perché senti, là dietro e là dentro,
Senti,
ma non vedi per filo e nemmeno per segno,
il miscuglio di scelte o destini,cambiamenti
o ritorni,pathos o amori,
quelli di una storia importante.
Questi occhi così fanno da sfondo,
scenario scuro o film senza scene ,
quando lei legge le parole che ha trovato,
leggere, o leggiadre,o profonde
come il luogo da cui vengono,o sconquassanti,
perché parole di poesie.
Hanno fratte ed abissi da comunicare.
E navigazioni di cabotaggio
o d’alto mare.

martedì, agosto 29, 2006

Le Parole del Fastidio: TXYZ



Lo so, questa Parola del Fastidio farà skappare via .
Nessuno ne vorrà neanche lontanamente sapere.. Più che di fastidio, forse, si tratta inconsciamente di Paura
La parola è … TXYZ
Ma la prima impressione è di Fastidio.
In primis, il Fastidio è in chi TXYZ ce l’ha, perché può darsi che non gli sia facile parlarne, che viva con pudore il suo privato, che identifichi TXYZ con la Sconfitta dell’Io oppure con il filo dell’ultima Parca.
In particolare questo è vero se TXYZ lo colpisce per la seconda volta…: un dramma alla potenza enne. E così, quando prova a parlarne, tutto questo Fastidio lo prende alla gola, lo spaventa, lo frena, e la parola diventa afasia. Addirittura c'è qualche amico che non ne sa niente, e i parenti metà sì e metà no ne sono informati. Il Fastidio si sente anche alla bocca dello stomaco e pare proprio nausea.
Ma TXYZ come parola del Fastidio è anche in chi questo Veleno non ce l’ha. La difficoltà di pronunciare la parola è ancora più grande. E non solo “questa” , ma anche tutte quelle limitrofe. E – insieme – tacciono ( zitte zitte perché inibite) le domande sul “ come stai”, e via dicendo..
Così, il Fastidio per la parola TXYZ diventa Silenzio , generalizzato... In particolare colui che è in via di Deterioramento finisce per assottigliarsi, per perdere nel non-dialogo una delle sue dimensioni. A causa del Fastidio, suo e di altri, diventa piatto e bidimensionale ,come le stupide cimici, schiacciate negli interstizi più incredibili, in autunno.



sabato, agosto 19, 2006

Le Parole del Fastidio: il mio Stomaco


Se il mio stomaco avesse un’identità ed un’anima , la sua nausea sarebbe un sentimento : un dato di fatto fisico , certamente , ma anche esistenziale.
La sua nausea non gli dà pace, ma, senza identità e autonomia , non può porvi rimedio. Non può nemmeno lamentarsi. Bè, un po’ si lamenta, a dire la verità, ma non è un lamento articolato in pensieri, sofferenza e parole: sento solo sofferenza e suoni inarticolati, come in un guaito o un brontolio animale. Sono lamenti preverbali, come crrrrrrr …. , bzzzeuuu……bbblub…


Se il mio stomaco avesse un’anima, saprebbe che la causa di tutto sono le troppe medicine che ingurgita
E gli verrebbe la nausea, intesa anche come angoscia , ancor prima di prenderle, ma che dico, ancor prima di mettere i piedi giù dal letto. Perché saprebbe di non poterne fare a meno di queste pasticche schifo !
E poi ci sono le flebo di liquidi superchimici ma davvero miracolosi , quelli della terapia settimanale . In attesa del miracolo, anche loro lasciano segni della nausea: (a) gli agitano l’orifizio del piloro , (b) gli fanno sbagliare i movimenti peristaltici.


Se avesse un’anima , quindi , il mio stomaco si sentirebbe violato nella sua vita e nei suoi desideri. Come ingoiare impunemente salsicce o salamine da sugo.. o zuppa inglese, se c’è sempre questa specie di mal d’auto?
E poi … sarebbe molto solo, con le sue flebo, le sue paure e le sue visioni del futuro: non saprebbe dirle a nessuno, per non turbare o per non disturbare.


Povero il mio stomaco con l’anima! E che terribile sentimento sarebbe la sua nausea! I conati già adesso li ha normalmente, a volte si trattengono e a volte esplodono sulla tazza del cesso..
Ma il sentimento , ah il sentimento…! Lo stomaco non saprebbe come fare per cancellare immagini mentali, emozioni , preveggenze nauseabonde: medicinali estremi, orrendi lettini ospedalieri, sudore, e cose che di solito capitano solo agli altri.

Il mio stomaco, se avesse l’anima, vorrebbe solo fuggire lontano, e scappare dal suo star male e dalla paura!
Ma il male fisico lo avrebbe inesorabilmente su di sé, e il male dell’anima dentro di sé, nel profondo del suo Io psichico.

Adesso come adesso, il mio stomaco senz’anima sta ingoiando aria, e poi aria e ancora aria. Si sente terribilmente gonfio ed è in mia balìa. Vorrebbe vomitarla tutta, quell’aria, anche a costo di vomitare quello che ha mangiato oggi, stamattina o ieri.
C’è anche una punta di acidità , là, sotto l’enorme bolla d’aria.
Temo che sia … la “punta” di un iceberg.

Se il mio stomaco avesse l’anima, a questo punto, renderebbe l’anima a Dio. Come a dire “ rendere la merce difettosa entro le 24 ore“… ( della serie “ soddisfatti o rimborsati”)
Oppure la venderebbe al diavolo.
E in ogni caso avrebbe il suo bel tornaconto.

lunedì, agosto 14, 2006

Le parole del Fastidio= Penso Positivo e Scrivo Finto


Pensiero Positivo

...E tu sai che è cosa buona e giusta, sto pensiero positivo, ma a volte non basta una vita, né due o tre vite, né due o tre psicanalisti pagati a fior di soldi,per poter dire ” ce l’ho fatta”!
E che tu ti stia dando da fare poco o tanto passando attraverso esempi di giornalisti, viaggiatori, santoni o scrittori New Age,quando conti passi e progressi c’è poco da contare, ma a te sembrava tanto. E comunque un maestro che ti fa la predica e la critica lo trovi sempre: uno come te, in fondo, ma che ha La Verità e che ti annienta di nuovo,spingendoti giù, verso il Negativo!
A questo punto mandi a quel paese il Maestro, il Pensiero Positivo e altre Parole a tutto ciò correlate, e perciò fastidiose: Autostima, ad esempio,o anche Ottimismo, e altre ancora. Il Sensodicolpa invece te lo tieni.






Scrittura al Sapore di Finto




A volte,rileggendomi dopo un po’ di tempo, o anche subito dopo aver scritto una frase, mi sento poco bene. Sì, perché “sento” che il mio scrivere sa di finto: come se scrivessi pensando al suono della mia voce che legge quelle parole; come se secoli di banchi e libri continuassero a farmi scuola. Ma quella che scrive “finto” non sono io al 100%: quando parlo,per esempio, a volte parlo così,come scrivo, ma penso e parlo anche sboccata oppure mi invento parole stupide. E pensare che qui, adesso, cerco di lasciarmi andare, come quando in piscina faccio il morto. Ma non so se si vede.
Tanto per capirci: la scrittura del fastidio com’è?
Niente frasi brevi, che vanno dritte al sodo, ma periodi con subordinate e coordinate morbide e vellutate....
Poi: la parola da sola può bastare? Mai... Ci vuole quasi sempre (!) l’aggettivo, l’avverbio, magari più di uno, in doppia fila. Che surplus!
E ogni parola, che sia quella giusta, cercata, meditata… ad effetto! Mai la prima che viene in mente.
Linguaggio parlato? Ah, per carità: sarebbe spontaneità... Io lo uso solo per far scena!
( P.S.= mi sono corretta 30 volte e ho eliminato 70 parole )

Le parole del fastidio = Fazioso



Una parola che non reggo è ... FAZIOSO


- quando chi la usa è in totale malafede e in stato di furbesca perfidia;


- quando con l’accusa di faziosità si intende demonizzare chi - semplicemente – rappresenta un’ ideologia diversa e contrapposta;


- quando si vuol colpire nell’altro una faziosità che in realtà è presente solo o soprattutto in chi muove l’accusa;


- quando si identifica ” Fazioso” con “Di Parte”, cioè (sic) con “Di Opinione Diversa” e così queste parole diventano tutte sinonimi di “ Antidemocratico” ( Ma “democrazia” non è “rispetto della diversità” di opinioni e di parti?...);


- quando chi la pronuncia in tono accusatorio crede nella neutralità assoluta: una specie di ecosistema pre-industriale e pre-tutto, pulito e perfetto come in un’età dell’oro…

Le Parole del Fastidio = 6 vekkio


Se ci sono “ parole belle”, che corrispondono a qualcosa che piace ( quindi parole positive, dolcificanti…) ci sono anche, e forse sono tante di più, le cose del malessere o dei problemi… E dove c’è cosa, c’è parola. La parola del fastidio, del negativo.

“ 6 vekkio , 6 antico ”
dice Fiorello alla radio , imitando Oliviero Toscani . E tu ridi, sogghigni… Ma, quando tocca a te sentirti dire le due parole del ritornello fiorelliano, bé, allora diventano due brutte parole.
Quasi come pensione, nella frase “Ma quand’è che vai in pensione?” o nell’altra ” Lavori ancora o sei in pensione?” o anche “ Oh, mio Dio, e cosa farai quando sarai in pensione?” Inutile dire che la parola assume, in questi ed altri casi, una connotazione super-negativa: rimanda implicitamente ad un’idea di te come persona ormai dannosa, propagatrice di azioni e parole superflue perché non al passo con i tempi; allude a te come a chi usurpa un posto di lavoro che potrebbe invece avviare un giovane verso il suo futuro….
E poi, queste tre “ brutte parole” sembrano chiamare a raccolta, per un macabro appello, un esercito di rughe, o di capelli bianchi, o di chili di troppo che non vanno più via.. Ma tu, stranamente, ti rifiuti di assistere all’appello, perché sai che , se ti guardi allo specchio, non vedi proprio un bel niente ( o quasi ) di questa presunta disfatta evocata dalle “brutte parole”….A parte i chili, che si esibiscono fin troppo bene, per il resto di rughe e di canizie non se ne parla. I capelli non li tingi: prima prova. Le pelle del viso non è affatto plissettata: seconda prova. E allora, perché anche chi non ti conosce indovina facilmente i tuoi anni? Perché, quasi di punto in bianco, facendo un po’ di conti, scopri che il divario d’età tra te e i tuoi alunni o tra te e i figli delle amiche è diventato improvvisamente mostruoso? Fino a poco fa non era così…
Il fatto è che 1) tu dentro ti senti ancora adesso con vent’anni di meno: sì hai qualche entusiasmo un po’ più lento o qualche acciacco , ma in fondo - se trovassi un input ben collocato o assestato - rifaresti le cose pazze o allegre o strane o anticonvenzionali di quando il limitare di gioventù salivi….
E il fatto è anche che 2) il nostro cervello ha in dotazione ottime armi difensive: ci impedisce di vedere tutto, proprio quel terribile e realistico tutto tuttissimo che gli occhi e lo specchio vorrebbero invece rivelarci; e ce lo impedisce, per salvarci dalla delusione totale . Il cervello ha pietà di noi , perciò le tre brutte parole le percepiamo come tali, ma non le accettiamo...

Ma niente può fare il cervello se, all’udire le parole “vecchio” , “antico”, ecc, l’individuo subisce uno shock. Nel senso di una rivelazione alla Pirandello, di quelle i cui effetti non si cancellano più. Allora, in questi casi, la personalità si incrina, quasi sul punto di sgretolarsi, perché non si riconosce più nello spirito giovanile che credeva di sentire dentro , ma nemmeno perbacco può accettare la nuova maschera di “vecchio”. In questo caso le comuni armi in dotazione al cervello non offrono alcuna salvezza. L’individuo rimane lì incrinato, o in bilico tra pionierismo e piccolo antiquariato , tra avanguardie e accademia della crusca. Comunque immobile. Senza sapere da quale parte della frontiera mettere entrambi i piedi e spostare il suo culo. Bastano poche brutte parole, e si finisce per aspettare , aspettare, aspettare che accada qualcosa..

giovedì, agosto 10, 2006

Il tempo scivola



Tra un po'
è già Settembre.
Giunto senza segnali,
senza che me ne accorgessi…
non più di tanto.

E in tanto
tempo
il Tempo è scivolato via,
sempre uguale :
Vuoto
perché siamo
soli
come in un’infinita
spianata,
e poi distratti:
non attenti al tempo
e allo spreco
di noi stessi.

Il concetto di inutilità
chiude la trasmissione
mentre scorrono
i titoli di coda.

La notte vivente


La notte nella mia casa
è notte vivente
per le ombre viventi
che entrano da passaggi misteriosi.


Fantasmi e ladri,
nati dalla mia mente,
trasparenze familiari
e intrusi senza volto.
Miracolo forse gli uni, pericolo gli altri.


Ma i fantasmi sanno le cose oscure,
le verità future della mia attesa,
le inequivocabili risposte
sul destino:
e temo di coglierle
nei loro sguardi o sussurri.


Allora la notte si fa ancor più vivente
per tutte le luci che incendio nel buio
così che le ombre scappino via...
o per questi esorcismi
che inutilmente scrivo...

Odio il mio paese


Odio il mio paese.
Le sue strade non sono
larghe strade di città,
con luci, vetrine o Storia…
E non sono nemmeno vicoli
con portici pensosi .


Sono vie grigie e mute,
accecanti d’estate,
fredde anche quando c’è l’afa:
perché il Senso è perduto, fuori,
sull’ asfalto,
e anche dentro, nel mio silenzio.
Odio il mio paese.


Odio anche chi si sente a casa,
seduto a tutti i bar,
con epiteti e storie
per ognuno che passa:
odio chi ha in testa
mappe di nomi, antenati e gente
e intreccia fili di continuità.

Lenitivo Gel


No. Non c’è nessuno, qui,
a spalmare
sull’anima e sui pensieri
un lenitivo gel
per traumi e contusioni...
Ne basterebbe solo un po’,
qui, nei meandri
del cuore e della mente
dove nascono gli stati dolorosi.
E poi ancora un po’,
qui, nel faticoso
e quotidiano vivere...
Meglio ancora
sarebbe
una carezza
di gesti o di parole…
per rimpicciolire
retrospettive
o prospettive grigie.

martedì, agosto 08, 2006

Momenti di stasi


Momenti di stasi:
siamo semivivi,
o quasi,
senza vera e propria linfa
vitale.
Ben nascosti se ne stanno
- chissà dove - gli entusiasmi,
o piuttosto i loro fantasmi
perché non ne restano molti, ormai.
E sono solo residui
di antichi fervori,
per inerzia dimenticati
in qualche angolo dell’Io…
Quasi come vecchie foto
di vecchi amici o amori,
quelli che non sussurrano nemmeno più.
A volte - come pallidi ricordi -
riaffiorano in un flash.
Con una tinta di slavato acquerello
diventano antichi cieli ed albe color stazione
ed, ecco, riviviamo un’emozione:
l’entusiasmo è (o era)
partire, è (o era ) scoprire,
era l’incognita avventura
di passi, libri e percorsi mai camminati prima…

Sabbia e Word


Word,
pagina aperta:
può ricevere ogni cosa
che io sappia o voglia dire,
può farsi e sciogliersi e svanire,
ad un mio mutamento, senza pentirsi,
e poi di nuovo aprirsi
ai ghirigori mentali.
ma oggi
non ho ali per metafore e parole,
non sono né aperta, né leggera,
né variegata primavera e nessun altra stagione.
Non sono né magma né tormento,
né forza, né dolore ,
né amore,
né sentiero di un pensiero in cammino.

Penso di esser nata


Penso di esser nata
da un ventre di paura
nutrito da rabbie e delusioni,
da legittimi sogni grandi,
ma fragili
nello scontro col mondo
sordo e muto degli altri ,
e con troppe generazioni
di obbedienza e orgoglio

Così, nelle distanze, anche le più lontane,
della mia vita di bambina,
la paura era con me, e oggi come allora:
immotivata e oscura e dalle forme strane.
Paura del buio,certo, e dell’ignoto,
ma anche degli umani,
dei gatti e dei cani, di preti ed infermiere.
Paura di essere vista e di guardare,
paura di mangiare,vergogna nel dire,
sensi di colpa e paura di vivere,
che ancora scambio per la paura di morire…

mercoledì, agosto 02, 2006

Personaggi e Sogni: Livia


Altri e infiniti sono i personaggi capaci di sognare, di modellare la loro vita sui sogni. ...
A volte, però, i sogni sono così prosaici, o rarefatti, o annoiati, o anche inconsistenti, o impliciti, da non essere percepiti come tali dal lettore....e forse nemmeno dagli stessi protagonisti della narrazione... Così i personaggi sembrano avere uno spessore più sottile di altri; oppure , benché talvolta curiosi, o originali, o stravaganti, compiono azioni che non sono “avventure” nel nuovo e nell’ignoto, ma solo piccoli gesti di lieve evidenza. Per non dire dei personaggi secondari .
Prendiamo ad esempio Livia, la donna di Montalbano.
Ha dei sogni? Sa sognare? E i suoi sogni a che categoria appartengono?
Diciamo che va e viene troppo in fretta da Boccadasse a Vigata, per poterci permettere di capirla.., per consentirci di rispondere al quesito. E poi in certi casi è solo una presenza al telefono, o è comunque oscurata , messa in penombra dalle indagini e da altri congegni narrativi.
Non so se ha dei sogni, e di che intensità.
So che ha nutrito il desiderio di un figlio, di un bambino da amare - in una storia o due. Con la tristezza e il rimpianto , poi, per i sogni impossibili, ma senza che la cosa avesse il tempo di sedimentarsi nel lettore e di indirizzare qualche azione di lei…. ( Al di là di questo , se mi si consente l’ironia, mi domando : ma non ce l’ha già un bambino? un bambino che fa sempre quello che vuole lui, un bambino bugiardo e anche un po’difficile.?)
Poi. Poi si capisce che Livia sogna un matrimonio, e ci dev’essere sotto una certa intensità di sogno e desiderio, se lei – sempre una volta o due – chiede la mano di lui! E lui, mi pare, non risponde...! Così continua il va e vieni tra Liguria e Sicilia, di quando in quando.
Non so che dire. Che donna è Livia? Che sogni sono i suoi sogni?
Il primo pensiero è che all’autore e al narratore non importasse minimamente di tracciare un personaggio femminile con tanti spessori e i contorni . D’altronde i romanzi sono giustamente “salvocentrici” , e attenti casomai alle psicologie di quei personaggi che agitano le acque del giallo.
Il secondo pensiero è che, pur essendo Livia un personaggio secondario, si potrebbe approfondire ugualmente ciò che si sa di lei; questo a patto che , riguardo ai sogni cioè al motore dell’azione e della vita , la si legga in modo diverso da Emma e Rossella e Margherita . Che sono personaggi ottocenteschi..
Lei, Livia, ha i suoi sogni, ha quindi pulsioni, entusiasmi, idee da inseguire. Nello stesso tempo, se i sogni non si realizzano, lei non ne subisce la sconfitta, non ne è vittima. Non ha un figlio? non ha un marito? lei e lui non abitano nemmeno nello stesso posto? gli anni passano e le rughe aumentano e nulla si conclude? Bè, certo, in una situazione così e con un uomo così, non potrebbe considerarsi una vincente. Ma Livia cerca forse veleni ? O precipita nella perdita e nella solitudine ? Ovviamente no : non sarebbero scelte adatte al contesto.
Lei, Livia, donna del nostro tempo, ha infatti e comunque una sua vita, una sua autonomia, le sue sicurezze: lo si intuisce.
Non è vincente, non finisce tragicamente. Ma forse non è, per questo, meno eroina .
Livia ama, grida, litiga ,si dispera, ma nel contempo (...o dopo un po’) sembra saper applicare anche la regola del “noli me tangere”. Quasi una “divina indifferenza” , anzi, meglio, un principio dell’equilibrio tra l’amare e il patire, tra il volere e l’accettare, tra il fare e l’aspettare, o il cedere; o tra emozioni e ragione. Principio che fa ripartire Livia, ogni volta, e ricominciare da capo. E senza perdere ciò che ha , ciò che lei vuole avere. Certo, potrebbe cercare altro, lo sa, ma in fondo è questo che a lei piace. E sa continuare, nonostante tutto, a pensare con amore. O per lo meno non trasforma gli entusiasmi in fantasmi ed in una mortifera inazione. Non so se Camilleri potrebbe essere d’accordo. E qualcuno potrebbe anche obiettare che non si tratta qui di “divina indifferenza” e di “equilibrio”, ma piuttosto di rassegnazione. Chissà…

Personaggi e Sogni: Rossella O'Hara


Rossella O’Hara credeva di saper sognare, però in realtà aveva le palle. Del tipo, se fosse vissuta oggi, donna- mezzobusto del TG con parola svelta, tono secco e ostentata sicurezza.
Ashley era il suo presunto sogno al femminile, un sogno “da donna”: in realtà un pallido sole che, con stanchezza e malinconia, a rilento guardava gravitare attorno a sé pianeti sbiaditi come Onore, Patria, Bandiera ed altri senza nome, ma con ruderi evocativi.
Diciamo che forse, tra Ashley e Rossella, era lui il più vicino a certi aspetti della femminilità: così capace di sognare, così capace di nostalgie, di languori , sacrifici e ingenue pazzie.
Ashley era , comunque, il sogno adolescenziale di Miss Rossella, e tale rimase anche quando la Miss divenne più volte Mistress sposando, per dispetto o per interesse, uomini di cui non era nemmeno un po’ invaghita.
Oltre a questo, Rossella O’Hara aveva ben altri sogni, ma da uomo, e se di sogni si può parlare: non patire più la fame, ricostruire Tara, ampliare gli affari della segheria, circondarsi di status symbols, eccetera eccetera.
E, dicevamo, aveva le palle per realizzare questi pensieri: il tono ed il ruolo del comando nella vecchia casa devastata dalla guerra; il saper usare un fucile al momento giusto contro il nemico nordista ; il frugare freddo nelle sue tasche ancora calde alla ricerca di denaro o di chi sa che di utile; il saper creare con arte le occasioni per far soldi; il voler usare il fine per giustificare i mezzi.
Non aveva amiche, né confidenze da fare o sfoghi quotidiani da lacrimare, dubbi o emozioni da sussurrare... Due donne le volevano bene, è vero: Mamie, la serva negra, e Melania, moglie di Ashley e sua rivale. Il pensiero di entrare con loro nel “circolo femminile dei pensieri scambiati” non sfiorava nemmeno lontanamente Miss Rossella.
Aveva comunque due belle palle.
E se le palle non bastavano, in certi momenti di delusione Rossella sapeva anche bere fino ad ubriacarsi. Da sola e di nascosto. Quasi come un uomo.

Personaggi e Sogni:Emma e Violetta


Emma Bovary, trascinandosi dietro il prosaico Carlo, andò al ballo: la sua capacità di sognare era in cerca di un oggetto del desiderio. Sognare l’amore, la bellezza, i languori infiniti... in un’aura possibilmente senza tempo. Emma sapeva sognare; come lei non sapeva sognare nessuno: lei cercava l’Essenza.. Ma l’essenza, si sa, è volatile...... ed il suo patrigno Gustave aveva saputo solo avvelenarle la vita. Letteralmente.
Ecco, uno sguardo incrociò da lontano il suo: era lo sguardo di un uomo elegante, con negli occhi un’ansia di abbraccio e di possesso . Emma si perse, sognante, in quello sguardo e ricamò delicate sensazioni e le batteva il cuore. Riconobbe l’uomo: era Alfredo Germont, giovane, affascinante...; aveva sentito parlare di lui, non ricordava da chi e a che proposito...
Emma non si avvide, però, che lo sguardo di Alfredo era puntato in realtà non su di lei, ma sulla donna che stava proprio alle sue spalle, di bianco vestita, ornata di una candida camelia. Anche questa era una donna che sapeva sognare: con il sogno aveva saputo rivestire di bellezza la sua professione antica nonché la sua passione, vera e nuova, per il giovane Alfredo.
Emma e la signora con il bel fiore, pur essendo dentro alla stessa festa, forse non si sarebbero conosciute mai. Ma sarebbero andate comunque avanti coi loro sogni, ciascuna a suo modo, fino in fondo. Questo è certo. E ignare dell’epilogo.
Emma non sarebbe stata amata da questo Alfredo di cui aveva travisato lo sguardo ( ma nemmeno da altri, di cui avrebbe travisato l’anima). E l’altra donna, pur se amata da Alfredo e anche lei capace di sognare, avrebbe trovato sui suoi passi le regole bugiarde della gente per bene.
C’est à dire, tanti bei sogni ….per niente! Ovvero : solo per la sconfitta.

Anche perché ciascuna delle due donne sognava in modo unilaterale. I sogni di Emma rivestivano tutto il mondo e la vita, ma il suo amante, il fuggiasco Rodolfo, no: più che coltivare sogni propri, rubava quelli degli altri, ne approfittava. E Alfredo? Era sincero, questo sì, nel disperarsi e pentirsi, nel tornare dopo essere fuggito anche lui, ma i suoi sogni erano la copia dei sogni della sua donna , non avevano il prezzo dell’autogestione, così che potevano anche perdersi -distratti - per strada…
Insomma, le due donne erano destinate a finire entrambe contro una barriera di darwinismo, nemica di chi vuol volare via dall’abitudine.. (Si sa, chi non si abitua, chi non si adatta muore… )
Mentre il narratore onnisciente si perdeva in queste chiacchiere, la festa e le danze andavano avanti .
Fra tante luci e lucentezze, Emma e la dame aux camélias continuavano a pensare a lontane promesse di bellezza, non contaminate dalle brutture del mondo ….
E c’era il prosaico Carlo. Carlo che, col suo passo lento e un po’ impacciato, con un inelegante abito scuro e con la forfora sulle spalle, si allontanava verso il buffet… Gli facevano male i piedi. Intanto Emma volteggiava, con gli occhi semichiusi e vagamente sorridente, al centro della sala….

Le Belle Parole: Fetta di Torta


C’è un’altra parola che è spesso presente nella mia testa e pronunciata dalla mia bocca. Magari sottovoce, per non farmi sentire, per evitare la reazione verbale di chi mi è vicino: rimproveri, prediche, e commenti sulla mia stazza. Oltre ad invadenti divieti che negano la libertà dei desideri. Che castrano – anche solo nei pensieri - il bisogno di dolci consolazioni.
La parola è …”torta” … Per lo più inserita in una manciata di altre parole , ad esempio “ah! una fetta di torta!”
Quasi un ritornello. A volte con un po’ di autoironia o di provocazione: che fa sempre rima con incomprensione.
Ma alla fine di un pranzo, come si fa a non pensare ad una fetta di torta? O anche in un pomeriggio qualsiasi, magari sciatto, o di pessimo umore?
L’idea viene da sola, non ha bisogno di inviti. Eccola lì, col suo passo felpato, con la sua parola. Più che un’idea della tua testa ( e relativa esternazione) è , o sembra, una voglia del corpo, una parte della tua fisicità.
“Ah, una fetta di torta!!” Ed infatti , a queste parole magiche ,il desiderio e la voglia entrano negli occhi. Prendono forme e colori diversi, quelle di torte da sempre amate e sognate , che sfilano come in passerella:panpepato, millefoglie, zuppa inglese… Altre hanno nomi straordinari:come il raffinato Saint Honoré, o come il fiabesco Marzapane…
“Ah, una fetta di torta!” Ed ecco la seconda fase, il secondo passaggio dalla parola magica al corpo… Dagli occhi il desiderio passa alla bocca. I sensi vivono. Il desiderio deglutisce. La voglia vorrebbe assaporare.
Ma se la torta non c’è? Non c’è quasi mai.
Le parole, benché magiche, non aprono nessun Sesamo. E lo spirito tortifero, evocato, tace.
Con buona pace dei miei Kili.

Ma non è sempre così.
Questa sera ad esempio è arrivata l’ora della Depressione inconfessata, e della ricerca disperata del Rimedio …. Ecco allora in scena un’altra bella parola, attinente al tema. La parola è Budino San Dolcino ( nome di fantasia , per un preparato realmente esistente ).Parola - àncora di salvezza quando sono negli abissi dell’umore. Quando in casa non c’è neanche un biscotto e la marmellata senza zucchero ormai mi ha snervato. Parola che finisce in –ino e un diminutivo (…?) non può far danno. Parola buona e innocua, perché sponsorizzata nientemeno che da un santo.
E, allora, questa è la sera del Budino San Dolcino…… ( rulli di tamburi, squilli di trombe….., grida della folla esultante….)
La folla sono io, e sono lo chef, e sarò il destinatario.
C’è a disposizione – in dispensa - una discreta gamma di possibilità, quanto a sapori, colori e consistenze budinesche: gusto alla panna cotta, gusto cacao, gusto mou…; per non dire del gusto al caramello.
Scelgo il gusto mou: per via della solitaria , ultima busta della confezione.
Lo preparo, il Budino, secondo i sacri crismi ,o quasi : pastigliette dolcificanti invece dello zucchero …; e gusto arricchito da amaretti piccolissimi che in parte si sciolgono e scompaiono…
Una mesciatina per 5minuti, e alla fine, eccoli i tre piccoli contenitori foderati di liquore e pieni di Budino. Tre, e non quattro, come dice la ricetta…..
Ed io mi abbandono al piacere del palato, al giostrare dei sapori: mou -sapore specifico, cacao – sapore base, amaretto-mio sapore aggiunto, ed altro ancora.
Ma non mi fermo alla prima coppetta:sono così piccole! le fagocito tutte e tre. Unitamente alle loro infinite calorie….
Svuotate le coppette a forma di fiore, ripulito il fondo del tegame col cucchiaio di legno, tutto viene lestamente spinto nel lavello, sotto il rubinetto aperto.. Il corpo del reato deve sparire, non rivelare nessun misfatto….Tutto pulito,….. ……. (Ops! )
Per pulire ancora meglio la mia coscienza, riuscirò a vomitare il mio pentimento….?

Le Belle Parole: Terrazza di Montalbano


Le parole e le cose: le une nominano le altre, in un rapporto di corrispondenza biunivoca.
Come ci sono “cose” che preferiamo e a cui pensiamo con piacere , così consideriamo “belle” le parole che le definiscono

Una bella parola, cioè una tua parola speciale, se la trovi, se ti capita di ricordarla o se affiora da qualche parte, è un incontro piacevole, o una sorpresa speciale.
La pensi, o l’avevi già pensata, l’avevi letta, o pronunciata, o ascoltata a suo tempo: ti dice qualcosa di importante o anche di lieve, comunque qualcosa che ti appartiene.. Può essere una parola singola o una manciatina di parole.
E’ un pezzettino del tuo vissuto: lo nomina, lo evoca .
Se la ritrovi, ritrovi infatti storie, sensazioni, idee che hai avuto per la testa, o anche segni latenti del tuo mosaico interiore. Funziona un po’ come una madeleine, ma solo in qualche caso.
Ti fa compagnia ( se ti fa immaginare e pensare… )

Come ad esempio “ la terrazza di Montalbano”
Mitica.
Appartiene ad una grande casa piantata proprio lì in riva al mare: sporge sulla sabbia, ed è protesa verso le onde, incredibilmente vicine. Praticamente sono lì, sotto i tuoi occhi o i tuoi piedi.
Se solo la vedi in TV o se la immagini, così ampia e così sospesa, ti senti sospeso anche tu tra ciò che ti sta sopra e sotto ( e dentro ).
Senti la brezza sulla faccia e respiri odore di sale. O almeno così ti pare.
Soprattutto il mare ti entra negli occhi , tutto, fino all’orizzonte.
Il solo immaginarlo fa sparire le schifezze quotidiane, anche se per poco E tu fai pace con le tue giornate....
Questa terrazza è un’isola tra la terra, l’acqua, e il tuo sguardo.
Un’ isola solo tua.
E dove tu ti senti libero..