domenica, settembre 30, 2007



Alla mia amica Luisa che , in un pomeriggio caldoafoso, per di più per me con tinte ansieggianti e inquiete,
ha cercato di insegnarmi un’utile filosofia.

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The Cat Weltanschauung



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Questo breve brevissimo saggetto minimalista – come lascia intendere il titolo - ha a che fare con il mondo felino.
Ma non solo.
Da esso, cioè dall’osservazione dei comportamenti gatteschi, è possibile ricavare la visione del mondo micio, e soprattutto utili insegnamenti o suggerimenti per il comportamento umano e per le scelte e i principi che lo ispirano, che lo determinano .
Sì, il gatto ha una sua - sana – filosofia.

Il primum ontologico del gatto, da che mondo è mondo, è il gatto stesso. Nessuna concessione quindi al trascendente, al metafisico, all’invisibile e al non dimostrabile empiricamente.

Ne deriva che il gatto ha una visione del mondo immanente; ed è in particolare una visione gattocentrica, dove egli non solo è il fulcro attorno a cui ruotano tutte le cose e i viventi, ma è anche un’entità uber alles, a cui tutto deve fare riferimento, soprattutto i pilastri di ogni fiosofia: come il rapporto io-mondo, la conoscenza e i suoi principi, il senso del vivere.
Per il gatto, tutto ha inizio dal gatto ed è in funzione di esso. Non sto parlando di una divinità, ma del gatto nella sua concretezza, vibrisse comprese.
Questa affermazione può essere esemplificata con alcuni comportamenti e atteggiamenti gatteschi, per i quali esiste un corrispettivo in ambito umano, come a dire che possono assumere il ruolo di consigli per la ‘nostra’ weltanschauung e per migliorare la nostra vita.
Primo esempio: è risaputo che il gatto adora se stesso, nel momento in cui pensa principalmente a sé, e non al padrone, all’altro gatto di casa o a quello del vicino, e via dicendo. Esiste solo lui: vuole uscire, e allora lo si deve far uscire, ma se dopo soli cinque minuti vuole rientrare, bisogna farlo rientrare, magari con le orme della pioggia fangherellosa. Gli scagliate due urla a mò di ciabatta? e che gli importa, al di là a volte di una preventiva piccola prudenza? …
Altro esempio: ha fame? ‘deve’ mangiare. Non esiste per lui il verbo aspettare – sempre che siate nei paraggi e che abbiate fatto rifornimento di scatolette…Finchè non lo si accontenta, non cede…Avete altro da fare in quel momento? Embè ?
Questi esempi, che supportano l’affermazione iniziale, ci portano a trarne i seguenti insegnamenti: dovremmo, noi umani, avere una autostima notevolmente alta, che ci induca a pensare a noi stessi come protagonisti e a considerare – per noi stessi - il diritto a qualsiasi diritto ( o quasi…); in secondo luogo, ciò determinerebbe il crollo implosivo di principi come il porgere l’altra guancia, la rinuncia , il sacrificio di sé, il mettersi nei panni degli altri, in una parola l’altruismo. Non dico che il gatto sia egoista e che gli umani debbano esserlo anche loro:no. Al posto della parola ‘egoismo’ io userei la parola ‘indifferenza.’ La montaliana ‘divina indifferenza’… o il ‘noli me tangere’…

Dal gattocentrismo e dai suoi corollari, è facile ricavare quale sia il Senso del vivere, il Significato dell’esistenza, il suo fine.
Il Senso della vita gattica è naturalmente la soddisfazione di qualsiasi Bisogno del corpo ( e volendo seguire questa esemplarità,noi umani aggiungeremo i bisogni dell’Io, della psiche ); ma il bisogno soddisfatto ... non soddisfa il gatto, se accanto alle necessità legate alla sopravvivenza non poniamo anche il Piacere. La visione gattocentrica e immanentistica è dunque identificabile nella ricerca del piacere. Un padrone da sruffianare, una casa ‘autre’ dove trovare cibo extra in caso di necessità o di golosità, un posticino personale dove lasciar esplodere le proprie voglie amorose.. : sono questi gli ingredienti principali della felicità micia. Il minimo sindacale.
Ed è fin troppo facile e per se stessa evidente la corrispondenza biunivoca con il mondo umano, con le analoghe premesse della felicità ‘essenziale’ . Inutile citarle….
Ma c’è dell’altro. Il gatto ci insegna a cercare piaceri ‘secondari’, l’ “in più” che fa la differenza.
Anche in questo caso i parallelismi col mondo umano sono impliciti. Uno dei piaceri del gatto è ad esempio dormire. Dormire e basta? No. Dormire in qualsiasi momento, del giorno o della notte: il piacere infatti non rispetta orari prefissati, non timbra il cartellino, esige libertà e ne produce gli enzimi benefici…. E poi, ancora: un altro “in più” che fa la differenza , sempre in questo ambito, è il sonnecchiare. Il piacere e il diritto di incontrare il sonno anche a scartamento ridotto: una ancor più chiara sfida all’idea di sonno come ristoro o come semplice atto dovuto al corpo... Qui, infatti, è implicita la sensazione di gratuità e quasi inutilità. Di mezzosonno fine a se stesso. Come se io, non pensando minimamente alla cucina da lustrare o ai panni da stirare, scegliessi si sonnecchiare splendidamente sul divano… E come se, al primo eventuale riaffacciarsi dell’indesiderato principio di ‘dovere’, seguissi il principio di ‘piacere’ girandomi altrettanto splendidamente sull’altro fianco. Anche se gli occhi sono un po’ aperti e un po’ no, e con qualche foschia obnubilante…
E che dire della fisicità? Il gatto , se ne ha voglia, se gli va in quel momento, si lascia carezzare , arruffare il pelo, tamburellare sulla testa, grattare sotto la gola o sulla pancia: punti chiave. Ma queste licenze gli danno piacere solo se profuse da un padrone che gli va a genio, o da altra persona comunque nelle sue grazie. Sceglie lui il contatto, e non viceversa, come potrebbe sembrare a prima vista. Il piacere è suo e se lo gestisce lui. Un po’ diverso è il piacere legato al sesso e a una gatta che magari non lo vuole, o ad altri pretendenti gattinamore…. Qui c’è poco da scegliere, qui si torna a darwin e alla selezione naturale….Ma il fine è sempre il piacere.
E forse su quest’argomento non abbiamo molto da imparare…
E che dire del rapporto ‘ gatto – spazio ’ ?
Diciamo che il gatto apprezza e cerca il piacere della casa, del tepore, del divano e del cibo e di tutto il resto….., ma non è perdutamente innamorato di questo spazio e dei suoi anfratti. Il consueto gli viene in uggia, i perimetri limitati sono l’esatto contrario della libertà… E se fuori non ci fosse più quella micia che gli era simpatica, o se fosse una giornata fredda e schifosamente nebbiosa o al contrario abbacinante di luce afosa…? ebbene il suo motto è questo: che vado a fare fuori? niente di diverso da qua dentro. Ma comunque è meglio il niente in un altrove, che il solito nulla nel solito posto… Il gatto in questo caso si mostra mollemente ma fermamente reattivo. Non se ne sta sul divano a guardarci languido in attesa supplice di spazi e cieli e strade diverse: è lui a prendere la direzione dell’altrove, a camminare da solo. Senza, ripeto, insoddisfatti sguardi di recherche o dipendenza dall’umano. Questo è anche un indizio del suo rapporto io-mondo: la presa di coscienza dello spazio e l’uso e l’esplorazione o percorribilità dello stesso sono in funzione dell’io gattico, della scelta di un altro ‘sfondo’ in cui muoversi, in base ad istinti e bisogni, e quindi scelte hic et nunc.
Il qui e l’ora, l’adesso – passando dal gatto all’uomo - dovrebbero indurci a ricordare che esiste anche per noi un mondo fatto di istinti,che possono venire da lontano, e di bisogni e desideri e propensioni generate dal contingente…
L’improvvisa istantanea scelta di un altrove, ad esempio – per restare nell’immagine da cui eravamo partiti – sarebbe per noi il giusto contraltare a secoli di dominio della ragione,al suo lento ponderare, ai suoi meccanismi che possono spegnere l’istinto, la nostra parte più naturale..
E lui, saggio e filosofo, sa che il piacere, per quanto lieve, è seguire l’impulso del momento, anche nel semplice cambiamento del complemento di luogo. O in quello che, a sorpresa,forse possiamo in esso incontrare…
A proposito di sorpresa, la capacità appunto di sorprendersi nonché – aggiungo - la curiosità, sono alla base dei processi cognitivi del gatto.
Con queste osservazioni: a differenza dell’uomo, il gatto possiede le sopra citate predisposizioni limitatamente a pochi ambiti, cioè ad esempio quelli dell’utile. Come un rumore strano, un odore nuovo, un’ombra fuggente ed altri segni che siano collegabili alla preda e al cibo. Per l’umano, au contraire, gli ambiti di interesse, curiosità ed eventuale sorpresa sono in genere variegati se non numerosi… C’è comunque un’altra qualità, nel gatto, che si accompagna a stupore sorpresa e che anche noi dovremmo tenere in considerazione. Se nel gatto c’è di quando in quando lo sguardo di meraviglia, è anche vero che tale sguardo – in qualità di imput – non dà necessariamente il via ad una serie di azioni di conoscenza o di conquista , tenacemente ripetute e ossessivamente sottolineate…. No. Allo sguardo di meraviglia il gatto sa far seguire anche e spesso un atteggiamento sornione e un’espressione disincantata. Niente fanatismi, dunque, nel mondo micio ( salvo certe insistenti appostamenti a prede mangerecce o amorose per cui ne valga la pena, cioè….il piacere…). Quindi curiosità, sorpresa e sornionismo o disincanto, in equilibrio tra loro, danno un’impronta al processo di conoscenza (chiaramente empirico ) e , ancora una volta, al rapporto io-mondo.

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martedì, settembre 25, 2007






Stupori ( EliotPasoBorges )
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La vita è tornata così senza motivo,
come allora che s’era
stranamente interrotta,
- dice il poeta.
E nella sua sfera
di poesia e di vetro
scorge un’immagine di aprile
venuto ad aprire uno squarcio sul tetro
di prima, con pioggia primaverile.
Che pare lavare l’inverno
e svegliare l’eterno ritorno del fiorire.
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Dicono che anche i sogni , talvolta,
– incredibili –
tornino senza preavviso
se d’improvviso scopri
di essere amato e riamare,
unico forte segreto – forse –
per colmare vuoti e distanze infinite
O se altre vaghe attrazioni
tra ventre e cuore, altre pulsioni,
catturano pescano a strascico
te e i tuoi nuovi stupori.
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Ma - dicono altri poeti che giocano altra partita
dai sensi e dai fati diversi -
con che forza amare...
con che pura passione operare
se la nostra storia è finita
e i giorni e la vita
un interrogativo e un chissà?
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Allora, e dunque, il mare
è una miriade di spade
e un profluvio di povertà…
E tra le spade vedo strade
di sogni assenti e di silenzi ,
anche quando compare la parola,
in realtà solitaria e sola
con chiusi
- incondivisi e invisibili -
sentimenti e segreti.

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Quanti parsec mi separano...
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Quanti parsec mi separano, di giorno,
da fantasie sospese in aria,
da sogni ad occhi aperti,
con o senza veli.
Infiniti sono,
e mi vietano i cieli
e il tempo di future stagioni.
Coglioni. Il vuoto svuota e fa male.
D’altronde è così..
Se non sai o non puoi tornare
a un grado zero. E se non sei immortale….
Desiderare quindi perché?
ogni fantasia è, per me,
fine a se stessa
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E i sogni della notte? loro,
naturalmente
non mi vengono a cercare,
forse perché il mio io vuole stare
e se ne sta
asserragliato sulle Ande
a combattere i nemici – fuori-
e – dentro- le sue inutili domande
su ciò che sarà e che è stato.
E poi c’è che l’Io, assonnato ma sveglio,
di notte si preclude i sogni
per scrivere sul diario
chissà quale fruscio interiore,
magari inconsistente,
non aspettando niente.
Niente.

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lunedì, settembre 17, 2007

raccontino

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Un motto di spirito

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Sono le quattro del mattino, e oltre.
La strada è deserta, anche negli angoli bui delle retate
Un po’ di appetito, a quest’ora, ma è normale. anzi, se fosse già aperto il bar di rousseau, entrerei per mangiarmi con gusto qualche stuzzichino dei suoi, o un’anteprima della prima colazione. Ancora qualche sforzo , un segmento di camminata, e vedrò, appena dietro l’angolo della traversa, se rousseau , il rosso, ha aperto i battenti.
Selciato bagnato, umidità che pare gocciolare dai fili tranviari, freddo che entra nelle ossa. Brutta nottata.
Beata la signora Maigret che sta dormendo al calduccio…
Ho contato alcune centinaia di passi ed eccomi arrivato all’angolo tra Quai des Orfèvre e la strada di cui non ricordo mai il nome, per lo meno non di primo acchito. Devo sempre pensarci un po’…. Boh, sarà perché non è importante, enfin. E io so sempre dove trovarla, anche alle quattro du matin, e anche se la chiamo - a modo mio – via rousseau. Che poi, questo, non è nemmeno il vero nome del barista, ah no no, intendiamoci.. Eh, eh… Certo, lui si chiama Jean Jacques, come le philosophe, ma Rousseau è un soprannome, naturalmente. E ricordo che glielo trovò Torrence, tanto tempo fa, in un raro momento di flusso creativo…. Passavamo proprio di qua.. Ed era un’ora prima dell’alba, quasi come adesso…Il bar era già aperto, lustro, pulito, con i panini, i dolcetti e le focacce esposti ordinatamente nella vetrina.. sotto le luci… Doveva aver sgobbato parecchio per la sua scenografia quotidiana e sicuramente era lì da tempo.. Lucas fece un commento sul barista, cui premeva di più aprire il bar nelle ore più buie e sonnolente del mattino, invece di starsene a casa, a letto con una moglie bruna e bella, che come la sua non ce n’erano tante in giro…. Poh! e qui Torrence commentò dicendo che quello..” il était Jean, il était Jacques, il était roux, …il était sot “ …Bel giochino di parole , per dare dello sciocco a J.J., senza subire conseguenze… (!) E per farlo sembrare un soprannome dovuto al colore della capigliatura….
L’umidità continua a cadere dai tremolii dei fili tranviari, fina fina, che pare un’insulsa pioggetta inconsistente ma persistente..
Le luci ci sono,ah, bene, il bar è aperto. Entro e, a parte un biascicato sintetico saluto, a quest’ora basta un gesto o un cenno per capirci, per afferrare e gustare un croissant alla crema e bere un caffè triplo…Non c’è bisogno di parole, anzi nessuno dei due sarebbe in grado di tenere un minimo di conversazione. Io finisco tardissimo la mia giornata… Lui inizia prestissimo la sua…
Eppure.. Ci sono tante domande che vorrei fare a Rousseau….Perchè... Perchè…. sì, c’è qualcosa in lui che mi incuriosisce, o mi infastidisce. C’è un mondo dentro di lui che non mi so spiegare…Forse una storia che non conosco…
Ottima, questa crema, proprio comme il faut. E buona, fragrante come sempre, dovrebbe essere quella torta di mele già tagliata a fette…
“Scommetto che queste torte e crostate, Rousseau, escono dal forno della tua cucina, eh? .. hanno il sapore… il sapore….dei dolci fatti in casa…. quelli di una volta….”
…. ( silenzio del barista ) ….
“In tal caso, complimenti a tua moglie…Anche se queste bontà non sempre sono qui in bella mostra…”
…(nuova pausa di silenzio….)
“ Mia moglie,commissario, fa i turni all’ospedale e non sa fare torte….Soprattutto quando torna all’alba… O quando fa qualche ora alla Belle Hélène, come cameriera, per pochi franchi extra…”
“Ah…” (…silenzio, in attesa….)
“ E’ la sorella di mia moglie che si dà da fare con forno e fornelli….”
“Ah …”( sento sottopelle un avvertimento…e nella testa una voce che mi suggerisce le domande…) E lei che lavoro fa, per trovare il tempo – all’alba - di darsi da fare in cucina…?”
“(…) Fa i turni alla casa di riposo. Con orari inversi a quelli di mia moglie. Per fortuna…Perché sa, abitiamo insieme… e due galline in un pollaio…”
“Ah… (?)”
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Cap 2
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Oggi riposo… E’ domenica. Faccio due passi senza meta, mentre la signora Maigret prepara il pranzo. Uff! senza accorgermene sto andando verso il commissariato… L’abitudine…Ecco il bar di Rousseau. Chiuso. Naturalmente. Le due parole che ci siamo scambiati… mi hanno lasciato … qualcosa che si muove per la testa…, una traccia,…una scia di lumaca… Ma no, basta.. oggi riposo.
Anche stamani l’umidità sembra imparentata con la pioggia… Tutto grigio, intorno… tutto un velo bagnato e invisibile…
Vado verso i giardini…. Semideserti. Meglio così. Non mi va di vedere nessuna faccia conosciuta o sconosciuta… Infatti. Ecco Torrence…
“Buongiorno commissario… Ah, sa chi ho incontrato poco fa? il nostro amico Rousseau, che tutti i giorni si concede la pausa pranzo con la sua mogliettina… Tutti i giorni e tutte le stagioni, sempre alla stessa ora… E come si baciano, qui ai giardini… E la signora Rousseau cambia spesso pettinatura…. ,una settimana così, una settimana colà… Ma sempre elegante, sempre bella…”
Ed ecco la scia di lumaca trasformarsi in una parola che, a chiare lettere nel mio cervello, fa rima con Bella.
Gemella….!
E bravo il nostro barista: il est Jean, il est Jacques, il est roux, …mais il n’est pas sot !....

venerdì, settembre 14, 2007



Le lettere dell'alfabeto

(sproloquio di una mente delirante )

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Le lettere dell’alfabeto hanno tutte due facce, o anche più.
Come del resto noi umani. Ogni nembo kid nasconde in sé un clark kent o viceversa, ma puoi scoprire dietro queste facce una serie di altre personalità che non sospettavi …
Niente stupori, quindi, per l’alfabeto – dove a volte lettere identiche appartengono a famiglie di parole diversissime. Più facce, insomma.
Anche i suoni di lettere e le parole, inoltre, sono spesso stretti in un abbraccio … che personalizza entrambi gli elementi... La T dura di “noTTe” o di TaglienTe ne è un esempio, così come il suono ancor più sferzante della S di Schifo (S+CH) raddoppia il senso della parola e lo rende inequivocabile. A differenza delle dolcificanti S di SuSSurro e di SorriSo….
Scendiamo nei casi specifici. La lettera P, per fare un esempio di pluralità di facce, è la P di proletario, di povero, di popolo, di plebe, di puttana, di pezzo di pane, di pelizza da volpedo… Una lettera di classe, per queste preferenze ideologiche…
Ma non è forse anche la P di prezioso, portagioie, padrone, patrimonio, pranzo di gala, potere, ed altro ancora ?
Sempre lettera di classe, ma in senso opposto alla prima.
La P non può essere che .. Polivalente
Maa… vabbé, fin qui abbiamo scherzato: queste non sono correlazioni serie, ma solo – apparentemente – seriose. O anche del tutto stupide. Buone forse solo per giocarci…
Più importante e meno casuale, invece, è senz’altro l’abbraccio tra lettera suono e parole. Legame che dà più sapore o colore alle suggestioni del significato, a ciò che si vuol comunicare scrivendo. Quando cioè , dopo che la parola è stata scritta, non si può intervenire a voce per tratteggiare sfumature. Quel che è scritto è scritto, quel che è detto è detto. Ecco perché la parola si carica di responsabilità .
Ma torniamo alla lettera P: riguardo all’abbraccio tra lettera suono e parole, penso che la P, suono severo, che esplode come sotto pressione, sia principalmente una lettera adatta – non proprio a parole paroline dolci e gentili – ma ad introdurre parole anch’esse dure, o pesanti, nel senso .. del senso. Come la sopra citata puttana, come pappamolla, porco, pirla ( dialetto lombardo), pagliaccio, pervertito, pusillanime, pecorone, pappone, pernacchia e la sua onomatopea Prrrrr o anche :P
E poi c’è puzza, puzzone, puteolente, paracu…, pasticciaccio, e poi ci metto anche Pigmalione, perché i pigmalioni – chi si credono di essere – vanno qui… E continuo con putrido, palloso, pataccaro, pazzoide, pidocchioso, pestaggio, pestifero, piscialetto, pampalugo, pimperlo, e qualche altra parola vera o inventata…
Oddio, per carità: c’è anche qualche parola gentile con la lettera P. Non si puo’ negare l’esistenza di paradisiaco, di pulzella, di profiterol,passito di pantelleria,.. Ma certo è che la P, in questi casi, a differenza di quelli negativi, non dà nessun contributo alle suggestioni e al senso evocati dalle parole. Sono le ‘cose’ ad essere dolci ed appetibili ed è il loro ‘sapore’ a trascinarsi dietro tutte le lettere delle rispettive parole denominatrici. Compresa soprattutto l’iniziale.
E poi, a parità di merito tra due parole con la P , ciò che può fare la differenza è la vicinanza di altre lettere ( consonanti o vocali ), che rifanno qualche lineamento sul viso della parola e sui significati che nascostamente evoca.. Esempio: P+A (A = suono aperto,chiaro, come in P+E e P+I) è diverso da P+U o da P+O, suoni chiusi, cupi, a volte rimbombanti o aggressivi o che incutono timore, paura.. PO-li-fe-mO ne è un esempio più o meno azzeccato, come anche il cielo PlUmbeO del temPOrale…
Fa eccezione il cantante Pupo. Che non rimbomba e non ci sovrasta incutendo paura….
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mercoledì, settembre 12, 2007

La lampada avrebbe voluto...






( y enseñame a ser feliz, porque infeliz yo hè nacido…)

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la lampada avrebbe voluto llorar con ella, llorar…piangere con lei....
con lacrimas lentas en el silencio e in quel suo vuoto sguardare …, llorar con una luce più labile e tremula delle altre sere. quietamente.
porque ella era una niña, una bambina del genere libellula per il suo corpo esile e la sua carne esigua.
ma era anche, si può dire, podemos decir, del genere luna di luglio: per quegli occhi infelici e malinconici como si fuera exilada en la lejania, ovvero come se fosse esiliata nella lontananza .
ovvero non più legata alle anime di rosolio e di lillà del tempo prenatale: almas de angelitos, forse, chissà, quizas…
angelito era stata forse lei stessa: biondi i capelli e azules sus ojos, come tutti gli altri del resto. E ora? ahora ... negros los ojos como morena su piel, ombroso il fondo de sus pupilitas como las sombras misteriosas del suo piccolo mondo, de su mundo pequeño….
sombras? lei stessa - la bambina - di quelle ombre non conosceva i lineamenti, l’ identità e le cause e le intenzioni… era ancora mas niña per indagare l’io e il mondo…
péro yo pienso que las sombras fossero quelle velenose ( a lento rilascio ) di una mancata armonia tra lei e i suoi giorni. la lampada , illuminando la casa, aveva visto qualche briciola di chiarore en la oscuridad, qualche lieve indizio…
come il timore tremante, timore di tutto. del buio sul letto e nella stanza, del ragazzo del latte da vendere -che sapeva far male…, della morte che viene nel solito buio e se il cuore non batte più…
o come l’ansia. verso il cibo che doveva inghiottire e la gola era chiusa e lei avvertiva i pensieri dei grandi…; o verso il mondo, così inverosimile esteso che non riusciva ad entrare tuttointero nei suoi occhi , e lei, non vedendone l’insieme, ansimava davanti a infiniti orizzonti ignoti.
o indizi come la vaga impressione di qualche assenza. nei babbi e nelle mamme senza video you tube sullo sfondo, senza degregori dolcedolcezza cantando… , senza accordi arpeggianti nel loro dialogo di sempre tuttigiorni (quanto i tempi celestiali erano ormai lontani… !)
altro non sapeva dire la lampada. porque ella alumbrava las tardes y las noches, pero no los dias.
las sombras del dia pareceban todavia las mismas de las horas obscuras.... y tenian en su cara los labios mudos, così come erano mute le labbra sul viso della niña...
il silenzio lunare e moreno di luglio e di sempre , se non dalla voce, affiorava dalle sue piccole foto di allora. dove lei, piccola col suo biciclino, piccola sotto il grande albero di palle di neve, guardava dal basso in su , in alto, con sopracciglia arrabbiate e un’anima incompresa…..
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Foto di Carlasca

domenica, settembre 09, 2007

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filastrocca epicur -iosa
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basta, basta,
con questa nefasta
catasta illusoria
di giorni e di vita e di storia,
lunga come le carte a canasta :
poi o prima finisce la festa.
e che resta
della vita di festa,
se non una mesta
idea nella testa?
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idea deludente, che arresta
disillude e dissesta
le strade e il futuro
e appesta il respiro,
ti fa batter la testa
su granitico muro
che – duro – si appresta
a oscurarti la vista
rivolta alla vita non ancora vissuta e prevista.
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e l’idea molto mesta, che finita la festa
più di tanto non resta,
contesta i fachiri dei tuoi sacrifici,
infesta di amaro tutto quello che dici,
e con mano lesta
ruba e arresta il presente
te lo toglie di testa ed anche di mente.
fregatura anche questa.
e lo do per sicuro, se non conosci epicuro.



C come Cambiamento



Immagine scelta pensando che cambiare è bello. Potendo e volendo incontrare il Nuovo, potendovolendo essere o fare qualcosa di diverso da prima.....
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E poi mi sono ricordata di Fossati...
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E di nuovo cambio casa

di nuovo cambiano le cose
di nuovo cambio luna e quartiere
come cambia l'orizzonte,
il tempo, il modo di vedere
cambio posto e chiedo scusa ma
qui non c'è nessuno come me.
-
E stasera sera do a lavare
il mio vestito per l'amore
cambio donna e cambio umore stasera
e stasera voglio uscire
che mi facciano parlare
voglio ridere e voglio bere
io stasera cambio amore è tutto qui.
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Ma sapere dove andare
è come sapere cosa dire
come sapere dove mettere le mani
e io non so nemmeno se ho capito
quando t'ho perduta
qui fioriscono le rose
ma dentro casa è inverno e fuori no.
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E vendo casa per un motore
la soluzione è la migliore
un motore certamente può tirare
la mia fantasia un po' danneggiata
e da troppo parcheggiata
e poi cambiare casa
come cambiano le cose così.
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E gira, gira e gira, gira
si torna ancora in primavera
e mi trova che non ho concluso niente
io l'amore l'avevo in mente
ma ho conosciuto solo gente
e posso solo andare avanti
fintanto che nessuno è come me.
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E gira, gira e gira, gira
si torna ancora in primavera
e scopro che non ho capito niente
e allora io stasera do a lavare
il mio vestito per l'amore
cambio donna e cambio umore
cambio numero e quartiere
fintanto che nessuno è come me.

lunedì, settembre 03, 2007

Il silenzio










Prendo a prestito queste parole blogghiche sul silenzio: magiche e molto belle.
Chi le ha scritte è un'amica, che sa digitare con mano dolce e leggera; che sa perfettamente dar voce a sensazioni, a sentimenti e loro infinite sfumature .
Naturalmente sa anche 'auscultarsi' come attraverso uno stetoscopio invisibile, lì, sul corazòn.
Il suo nome è Zena Roncada. Nota anche come Colfavoredellenebbie.


Tanks Zena...
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I giorni del silenzio hanno l’ovatta intorno.
Non chiudono, ma neppure aprono.
Arrotondano.
Premono contro la vita ma non sono la vita, come certi imballaggi preventivi, che solo tolgono aria e asprezza, in regime di parità.
Imbalsamazioni domestiche di spigoli e dolzure.
I giorni del silenzio proteggono un segreto o filano una paura.
Si arrendono ai pensieri rampicanti, che salgono lungo le certezze, bussano alle finestre, battono ai ricordi, complice il vento, poi si allontanano, all’invito di una ringhiera.
I giorni del silenzio fanno nido in altri giorni, come il cuculo.
Corrono avanti, cancellano il già stato, mettono in croce coscienza e speranza, in parti uguali, poi scuotono il grigio e tornano al presente, in nebulose chiare.
Restano sospesi.
Nella timidezza del racconto

Flamenco







Volto pagina e , per ora, cambio un po' il soggetto:
in viaggio con i MOSTRI...!
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uno dei primo viaggi all’estero con i cosiddetti mostri ( in senso vagamente catulliano : ‘odi et amo’ ) è stato il viaggio a barcellona.
visita alla città: pianificata da elisa. tutto perfetto e rassicurante.
ore di pullman, notti agitate in albergo, ricerche gelidonotturne di un bar che serva sangria e che contenga circa ottanta mostri … questo è lasciato alle libere ed arbitrarie scelte del Caso ( o del Casso?).
così il Caso vuole che le ragazze litighino con l’autista, che trovino il bagno della loro stanza scarsamente pulito e che mi tocchi spagnoleggiare col portiere con un sacco di errori – che verguenza, che il portiere nottetempo , nascosto in corridoio, scopra strani traffici nelle stanze delle mostre e mi chiami (psss..psss……) sottovoce per denunciare il fatto e lasciarmi tra le mani la patata bollente. che mi tocchi assumere un’aria severa, fare toc toc sulla porta, constatare una perfetta corrispondenza biunivoca tra mostro e letto e l’assenza apparente di mostri estranei, fare tranquillamente toc toc sulle ante dell’armadio per fare uscire i mostri in eccedenza, lo stesso con la tenda della doccia…rimandare ciascuno nella propria tana con gran soddisfazione del portiere, che impettito lascia il nascondiglio, il costume da spia 007 e torna dabbasso.
e che dire delle mostre più piccole , nelle stanze di un altro piano? che dire di quella che, per un litigio col fidanzatino, si scola alcolici e superalcolici del frigobar per dimenticare (l’ha visto in un film ), e poi sta male male male… con vomito e pelle che brucia… e che dire delle sue amiche che per farla star meglio la mettono sotto l’acqua gelida della doccia(anche questo l’han visto in un film in tv) per un quarto d’ora, ignorando le sue grida…..
se poi l’ultima sera, allo spettacolo di flamenco, la ballerina più grassa e sudata e lustra bacia sulla pelata Victor, uno dei compagni di sventura,e a lui , sconvolto, sembra di essere stato baciato da un cotechino, bè, io che ci posso fare?

Invernomarenatale a Tunisi












viaggio lontano nel tempo. io, mon frère e giuliana.
invernonatale. e il mare d’inverno è azzurrodorato, sotto il sole che sembra – ma non è - lì per sbaglio. andirivieni di onde tranquille. spiaggia con orme sulla sabbia: orme del mare nella notte, e orme di qualche umano, all’alba. ombrelloni di paglia qua e là, residui di un’altra stagione.
passeggiata.
soloduegiorni dopo, mentre torniamo da nabeul, su un improbabile taxi tappezzato ovunque di moquette,ci muoviamo immersi nei colori grigi e lividi del freddo. sembra quasi un giorno invernale dei nostri, su in pianura padana. e non più il bel giorno di sole che ci aveva accolto con gradevolezza.
ed ecco: a tunisi nevica. anche se per poco. e non ce lo aspettavamo.
andiamo subito a scaldarci e a consolarci al bar dell’albergo: qualche dolcetto, del tè e – per chi lo vuole –un bicchiere di Tabarin, liquore all’aroma di dattero…..( solo un po’ d’aroma , poco poco).
meglio il thé à la menthe, forse, come quello sorseggiato tra profumi e fumi di narghilè in un bar stile aladino o alibabà, autentico. o come quello bevuto in un bar , stesso stile ,
a sidi bou said : mondo d’ombre e di poeti dentro il locale, e paradiso di sole tiepido , fuori, seduti, o fuori ad esplorare le viuzze di case bianche e finestre azzurre. o a dominare il mare con lo sguardo, dall’alto del faro.


l’attrazione del souk . a tunisi, come nei paesi e cittadine vicine che abbiamo visitato, l’aspetto più vivocasinista e più colorato è il souk.
a tunisi occupa gallerie e cunicoli e cubicoli e ancora gallerie. luce a tratti incerta. mercanzie a volte banali, come le nostre, artigianato mediomediocre o specialità e artigianato prezioso di tradizione antica. voci, contrattazioni e ritrattazioni veloci, o pazienti o gridate… giuliana si infila in questo gioco infinito, propone, ribassa, si scandalizza, finge di andar via, ripropone un prezzo più basso, e la spunta. non gliela fa nessuno alla giù, che supera tunisini e marocchini messi assieme. e conquista un vero bottino di ceramiche : piatti e ciotole e ciotolone e centrotavola ed altro ancora. da regalare a sorelle mamme e zie e amiche…. mon frère si chiede :quali delle nostre valigie saranno destinate a contenere queste (tante) frangibilità = ?
altri souk, in altre città, sono invece all’aperto e colorano strade e piazze con il bailamme di mercanzie, voci vocianti, folla e il bel sole che non manca quasi mai. che spara la sua luce sul colore dei veli delle donne, sui vestiti appesi , sulle arance, sulle mura merlate della medina di sousse e sui suoi torrioni che si fingono minareti..


trenotaxipullman: questi sono i mezzi dei nostri spostamenti autogestiti. ce ne sono a intervalli brevi e si sparpagliano in varie direzioni. costano poco.
tunisi, hammamet, nabeul, sidi bou said, cartagine e, dulcis in fundo…, kairouan.
medina, moschee e minareti diventano per noi tre semplici punti di riferimento , i più importanti, per riconoscere la struttura delle città…
le mura che circondano la medina, o l’intero agglomerato urbano ( come nel caso di kairuan) danno un senso di protezione ma anche di chiusura. soprattutto quando sono imponenti e si stagliano sul nulla di sabbia dell’aridointorno. dentro o fuori di esse, in un certo qual modo provo un vago senso di disagio.. che non so descrivere o spiegare.
i minareti: alti o tozzi, lineari ed essenziali o con decorazioni nate dalla fusione della cultura araba con quella spagnola. per me sono la struttura-simbolo esteriore della religione, perché visibile a tutti, proprio a tutti, e perché da qui si alza , per tutti, il richiamo alla preghiera sulle note alte della voce del muezzin. è lì, lo vedi, non ti vien voglia di salirci, quindi non avverti il senso di restrizione e rifiuto come quando certe moschee ti vietano l’ingresso: e di nuovo senti quel senso di chiusura. ma in quelle che puoi visitare, trovi uno strano senso di religiosità anche se di solito non familiarizzi con riti e con chiese. nel grande spazio circondato da un colonnato che lo fa assomigliare all’anima di un chiostro, c’è un silenzio, un vuoto, un’austerità , un non so che, che ti fa percepire presenze invisibili come il sussurrio di preghiere o comunque un mistero che non sai indagare. se poi i colonnati sono più di uno e le centinaia di colonne sono una diversa dall’altra per fregi e decorazioni e le navate sembrano rincorrersi come in un gioco di specchi, allora ti ricordi dei bei viaggi in tv con philippe daverio ...


e non siamo soli nel nostro esplorare: con noi, due ragazzi di romagna, nostri vicini a tavola. Lui, carabiniere,tenente se ricordo bene: lo chiamiamo Cacciapuoti, in onore di un simpatico personaggio TV, ruolo di brigadiere del maresciallo rocca, e lei è silvia, carina e vivace. ripeto: sono simpatici. Un pomeriggio giriamo per le vie di hammamet in cerca di non so che: vie strette, riservate ai pedoni, bar e negozietti di qua e di là. i tunisini delle stradette, fermi ad un bar o appoggiati ad un muro, oggi hanno la parola facile. ad esempio a me mi apostrofano – con tono ambiguo - come italiana. e pare che si veda dalle scarpe…
più oltre un altro commenta con tono sfottente il fatto che craxi abbia rubato i soldi a noi italiani, e li abbia portati qui ad hammamet… e adesso noi italiani , non soddisdatti, non paghi, veniamo in tunisia a fare i turisti e a lasciare altri soldi.. (seguono giudizi espliciti su popolo italiano e anche su di noi cinque…) . lo sguardo di mon frère saetta e lampeggia, il corpo si protende in avanti. i pugni chiusi. la controparte uguale. qui ci scappa una lite o uno scambio manuale di opinioni. ma ecco che, calmo e sicuro e investito nel suo ruolo, cacciapuoti si frappone tra i due. bastano il suo gesto e il suo sguardo e due parole forti a fermare i contendenti ( ma non il loro ribollire… ).
sempre con calma e determinazione, il tenente ci induce ad allontanarci mentre tutti borbottiamo tra l’incazzato e l’intimorito. Bè, cacciapuoti ci ha salvato!


ci tiriamo su il morale con giretto per souvenir o anche solo per curiosare. ed è qui che incontriamo un bel negoziobazar, che offre di tutto e di più. lo gestisce un ragazzetto scherzoso e sorridente, assieme a mamma e zia, che socializzano subito e ci raccontano persino la storia della loro famiglia. ed è sempre qui che a mon frère, ritornato di umore normale ( si fa per dire), scatta l’attrazione per un costume arabo e l’idea di indossarlo. garzoncello, mamma e zia prendono molto sul serio la richiesta: e cercano amabilmente taglie, modelli, colori. al momento della prova, l’amabilità si trasforma in ampio sorriso, e il sorriso in allegra risata. loro e nostra. mon frère sembra un deficiente. e lo è, infatti, perché , pur ridendo anche lui- ma a mezza bocca, lo acquista. la foto che gli scatto –sguardo sbarrato, viso intabarrato - lo trasforma nella stralunata foto segnaletica di un improbabile uomo del deserto.



Viaggiare... Viaggiare












lo slogan di una agenzia di viaggi recitava così: se la vita è un viaggio, viaggiare è vivere due volte.
come direbbe una vecchia canzone di battisti, è uno slogan verità.
quante vite avrebbe vissuto ulisse se fosse tornato in breve tempo da troia conquistata, o – peggio – se fosse rimasto sempre sulla sua isola di pietre e pastori, forse re pastore lui stesso? una ed una sola vita, per di più oserei dire polverosa. monotona: sempre sole, mare, pecore e pesci,qualche ulivo, e un tempo misurato sulle tele tessute dai telai di casa, oggi come ieri e come domani… e via via, tutto così nel tempo della vita. una sola vita.
ma l’ulisse che sfida gli dei e il fato, si misura con i ciclopi,
incontra maghe, sirene e ninfe, scende nel regno dei morti,
ed altro ancora, è un uomo che ha tante e tante storie da raccontare, tanti sentimenti da tradurre in parole e tanti ricordi da custodire o da eternare…
tanti ricordi, tante storie-racconti, altrettante vite.
spessori. diversità. pluralità di luoghi e di incontri. nel vicino ma anche nel lontano: per lo stesso motivo di www. xyz. it
certo, vive anche chi, come me adesso, sta qui seduto a scrivere o ad aspettare. sta qui a parlare con affettuosi amici, a scoprire qualche verità nelle parole stampate, ad aver cura di se stesso, ossa muscoli e tendini o cartilagini compresi, a nutrire piccoli sentimenti e desideri, anche solo a sopravvivere… e via dicendo.
ma mi mancano il nuovo e il lontano, la loro terra sotto i miei passi.
il viaggio e tutte le sue vite in una.
.
.



navigare in terraferma
.
sto qui, a scrivere e ad aspettare.

vivo una vita che è un navigare
in terraferma,

dove l’oggi è spesso uguale a ieri:

immobile,
……
così come – forse –alcuni miei pensieri
.
.
mi manca il nuovo e il lontano,
la scoperta e il suo sapore,
lo stupore,
il muovere i miei piedi
su una strada che porta chissà dove.
il camminare…
mi manca il viaggio col suo pizzico di ignoto
col suo dono a me di altre vite,
una per ogni luogo,ogni posto e avventura,
con spessori, diversità,
pluralità inusuali...
.
.

cosicché quando parto ed arrivo
sempre vivo altre esistenze,
e poi ho tante storie da rivisitare
ed esperienze da raccontare,
come ulisse, enea e tutte le leggende
viaggianti sopra il mare.