venerdì, aprile 27, 2007

La bambina, la paura e il senso di colpa


Io devo stendere i panni…Tu, intanto, vai pure da sola in giardino…a giocare…
I miei occhi , di me piccolina, guardano in alto verso mia madre e non dicono niente. Né loro né la mia bocca.
Non mi piace andare giù da sola.
Io che ho paura di tutto. Anche del quadro sulla testiera del letto, da dove lo sguardo di madonna con bambino mi segue sempre, nel buio…perfino quando dormo….
Io che ho paura dei santi dipinti sulla volta della chiesa, con quei loro mantelli svolazzanti color sangue ……
Io che sprango la porta col catenaccio quando vedo anche solo in lontananza l’infermiera, quella della siringa grande … E sto immobile, nel buio dell’entrata,finché lei non scompare verso casa sua….
Vai giù a giocare, non fare quella faccia … Giù ci sono le amiche della zia.

Scendo. Da sola.
Il giardino è grande ed è un quadrato, con fiori o piante intorno. Intorno c’ è anche una rete alta con rampicanti di foglie rosse e l’albero delle palle di neve.
Le amiche della zia ci sono: lì, appoggiate al loro muretto di confine. Mi vedono arrivare, imbronciata, e mi chiamano vociando e ridendo. Mi piace sentir ridere. Ma non loro, non adesso e non cosi….. Sono tre. Hanno i capelli lunghi e ricci, gli orecchini dorati ad anello, le gonne un po’ lunghe, a fiori e a colori. Una di loro tiene la sigaretta fra le dita, come la tiene il mio papà, o anche il signor Loris del bar. Un’altra sta bevendo caffé in una tazzina con disegni azzurri e fatta come il calice di un fiore. La terza è appoggiata al muro ed i suoi occhi sono due fessure.
Non mi piacciono queste amiche della zia.
Una volta, mentre stavo tornando in casa, e loro erano lì come adesso, mi sono girata un attimo, un attimo, ed ho scoperto il loro segreto tremendo. In quell’attimo le ho viste come realmente sono: tre vecchie con pelle di rugosa ragnatela, scure come tizzoni d’inferno e bocca aperta su gengive ghignanti… Ho sbattuto le palpebre una volta sola. Ho riaperto gli occhi. Tutto era normale e come se niente fosse. Come se un sipario si fosse aperto, e poi chiuso in fretta, ma non abbastanza: le amiche della zia erano, o sembravano, quelle di sempre, ma il miracolo era avvenuto. Io ormai sapevo. Io so.
E del resto, la zia, come dicono sottovoce i parenti, non è forse una zingara? E tra zingare e streghe, c’è forse tanta differenza? E anche se ci fosse, non stanno forse bene insieme, proprio perché in qualche modo simili?
Vieni, vieni, ‘sabella! vieni a giocare con noi…
Sì, sììì, vieenii…!
Ah, ah, ah…! non avrai paura, vero, ‘sabellaaa?
A dir la verità, ne ho tanta! e poi odio quando storpiano il mio nome…
Vado. Non posso non andare. Mi avvicino: la faccia scura, e la testa che non sa più pensare a niente. Se non alla parola “streghe!”
Anche stavolta una di loro sta finendo di bere il caffé. Ma mi chiedo se è caffé o chissà quale pozione. E la tazzina è sempre quella, a fiore, con disegni celesti.
Ti piace il caffé, ‘sabella?
Scuoto la testa da destra a sinistra, più volte.
E questa tazzina ti piace?
Incerta, sto immobile e muta.
Ti piace?
Scuoto piano la testa dall’alto in basso.
Allora te la voglio proprio regalare…. Tieni…
Eh, ma dai, regalare una tazzina così bellaa…? dicono in coro le altre due.
La mano caffeinomane, con tazzina, si sporge dal muretto, verso di me. E ancora una volta dice Tieni…
E la mia mano si alza per prenderla.
Attentaaa, attentaa, ’sabella !
Attentaa, è un regalooo!
Attentaaa, non vorrai farla cadereeee!!
Mentre le grida e gli strilli delle tre streghe si intrecciano, per prevenire secondo loro un disastro, la mia testa diventa, lei sì, un disastro di caos e paura.
prima che la mia mano arrivi alla tazzina, la tazzina celeste cade.
Nel caos della mente si aggiunge alle urla il rumore di mille frantumi.
Per un attimo gli occhi fissano i piccoli cocci lucenti. E sperano , gli occhi, che chiudendo e riaprendo le ciglia, un altro miracolo appaia. Ma un miracolo buono, stavolta. Invece…niente:i cocci sono ancora lì.
Hai rotto la tazza, ‘sabellaaa!!! hai rotto la tazzaaaa!!!
Ah! cos’hai fattooo?! che hai fattoooo?!
E poi ridono, ridono e ridono….
Io corro in casa. Spavento. Spavento. Ho rotto una tazza così bella.
Nessuno qui a proteggermi. Nessuno a perdonarmi.
Nessuno che faccia una magia e rimetta insieme tutti i pezzi e i frantumi.
So di aver fatto qualcosa di male. Una cosa sbagliata, tremenda. Cosa ho fatto?
So solo che sento sul collo il fiato degli dei, che mi stanno addosso e mi inseguono. Cioè: se sapessi cosa sono gli dei…
e se sapessi chi è dio, e cos’è il peccato e la confessione, andrei a confessarmi, subito, per non stare un minuto di più con questo veleno dentro, dalla parte del cuore…
Ho infranto una regola? ho mancato di rispetto e riconoscenza ? parole che il mio vocabolario piccino non conosce ancora…
In casa, da sola, chiamo urlando mia madre, col cuore in gola.
Anche il silenzio della stanza mi fa paura… perché non mi dà risposte…
In piedi sulla sedia, vicino alla finestra chiusa, batto sui vetri con le mani, di nuovo chiamando mia madre. E quasi col rischio di nuovi frantumi…
Mia madre ( dov’era?) finalmente mi sente e rientra. Mi sgrida, mi sgrida, perché sto per rompere i vetri, picchiandoli forte così. E poi cosa c’è, si può sapere che c’è, nemmeno può uscire un minuto a stendere i panni. Che c’èèèè? E io con dentro un sapore al veleno, e spavento e spavento, e lei non capisce, non sa leggermi dentro, ed io non parlo, non dico, terrore di streghe, di tazzina in frantumi, paura, terrore…. La tazzaaa? che dici, si può sapere che tazzaaaa? Già! paura e terrore e poi delusione: mia madre mi insegna a scrivere le prime parole,però non sa leggere i miei pensieri, il passato e il futuro. E si arrabbia ad alta voce e mi fa stare ancora più male. E’ una di quelle volte ( poche finora) in cui lei non è più il Tutto che credevo.
Oggi non so più chi fossero le tre donne con orecchini ad anello e non ricordo nessuno dei loro visi o dei loro nomi.
La zia, loro amica, la vedo e la sento di rado, perché da secoli è andata a star via. Una volta, per caso, en passant, l’ho sentita parlare con mia madre del vecchio episodio: quello di me che piangevo e piangevo, e delle amiche che apposta rompevano una tazzina sbrecciata, per prendersi gioco di me, bambina paurosa di tutto. Che ridere che avevano fattooo.
Già…Le tre stronze.
E io per trent’anni qui col mio trauma, a sua volta padre forse di altre paure..

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mercoledì, aprile 25, 2007

Tre storie di sentimenti

Il mio fidanzato mi ha amato



Il mio fidanzato, lo dico proprio con orgoglio, non è una persona qualsiasi,
Il mio fidanzato è unico nel suo genere, o comunque è un esemplare raro. Ha molte ammiratrici, , che mi guardano con sospetto o invidia. Gli uomini invece si dividono tra quelli che lo amano e quelli che lo odiano. Cioè non ci sono vie di mezzo.
Il mio fidanzato non è bello: a parte il colore incredibile degli occhi, ha lineamenti irregolari, capelli irregolari, anche qualche abitudine irregolare.... Eppure nessuno dice che è brutto, o nessuno sembra accorgersene più di tanto. Anzi , dopo che l’hai visto e gli hai parlato, tutto di lui diventa un’ossessione, un pensiero fisso, un desiderio di poterlo rivedere. Anche la sua voce ti si insinua dentro e la riconosci tra tante o da lontano o semplicemente dal modo in cui il telefono squilla..
Quando l’ho conosciuto, c’era ancora per aria l’eco di una sua vecchia storia d’amore : un vero mito. Tutti continuavano a pensarli fatti l’uno per l’altra anche se lei nessuno l’aveva più rivista.
Il mio fidanzato, quando l’ho conosciuto, lo vedevi sempre in giro con una ragazza originale, che sapeva capirlo fin nel profondo del suo io psichico. Lo guardava dal basso in alto con adorazione e era innamorata magneticamente.
Il mio fidanzato ha cominciato ad accorgersi di me e ad invitarmi fuori dopo un po’, ma così, cose normali. Come ad esempio al cinema con altri amici.
Poi ha cominciato a credere che fossi un po’ speciale, anche se quando parlava lui a volte io non capivo ...
E quando ripetevo ad un’amica, in confidenza, certe sue frasi seducenti, certe sue parole allusive, lei mi guardava sognante come se io fossi un romanzo rosa.
Ma non è sempre e tutto rosa.
Non c’è dubbio : lui sa far battere un cuore.
Telefona ogni momento con una scusa qualsiasi .
Chiede aiuto per un problema “importante” e lo chiede a te perché ‘tu’ sei ‘importante’….
Se ti incontra con un altro, gli viene sulla faccia un disappunto che si taglia a fette: una vera e muta gelosia.
Le sue mani bellissime sanno come muoversi.
Anche se esce spesso con l’altra , quando è con te ti fa sentire unica.
E tu, allora, sei convinta e sicura che tra loro non c’è niente.
I suoi regali raffinati sono un intreccio di simboli , che parlano di legami e di nodi e di altro… Sono un po’ difficili da decifrare, ma lui è un intellettuale.
A volte , però, il mio fidanzato non telefona più. Come se avesse paura di essersi sbagliato , o di averti dato troppo.
Oppure corteggia l’altra in tua presenza , usa un linguaggio che conoscono solo loro .
E non ti sfiora nemmeno con lo sguardo.
Oppure parla con te e con altri con tono sintetico e secco.
Insomma : tu sei finita in fondo ad una graduatoria , senza essere mai stata ai primi posti assoluti in classifica..
In sintesi , questo lo definirei un quasi –fidanzamento, lungo e andante, mosso ma non troppo: altalena di desiderio e di rifiuto, di voglia e di paura, di amore e di abbandono.
Di tenerezza e distacco.
Di tutto e di niente.

Situazione attuale?
Non lo vedo da sette giorni…
Ma lo so … Lo so che mi ama…

( O che mi ha amato..? )







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Tre storie di sentimenti

Il mio fidanzato e Carla.


Quella sera vennero a trovarci degli amici di Paola .
Non so che stessero facendo le altre cinque coinquiline. Se solo che si erano messe subito a chiacchierottare con i nuovi arrivi . Io stavo lavorando alla tesi , da ore o da secoli . Non facile in quella specie di ‘bordello’: le carte erano “sudate” ed io pure.
Intanto uno dei nuovi si avvicinò e cominciò a ronzarmi intorno con voce suadente. Voleva uscire. Con me. Figuriamoci: cos’avrebbero detto i miei rompiballe francesi se li avessi traditi? Ma tra il loro strutturalismo sui miei libri e il ronzante , l’ebbe vinta lui, con quello stressantissimo invito ad andare chissà dove. E poi…in fondo….”era il maggio odoroso”…
Fu così che cominciò la storia.
Le mie amiche quella sera mi seguirono, di nascosto, rasenti ai muri , tra viuzze del centro storico e locali bui: avevano scoperto che lui era specializzando in ostetricia-ginecologia e… volevano vedere cosa sarebbe accaduto tra noi..!
No comment.
Cominciammo ad uscire quasi tutte le sere. I francesi non dicevano niente. Ed io volavo sui tetti come in un quadro di Chagall.: lontano per un po’ dalle parole scritte e da scrivere
Non che avessi perso la testa, s’intende. .. E neanche lui.
.
Tant’è che la nostra cinghia di trasmissione cominciò presto a dare segni di qualche cedimento. O almeno così mi pareva..

Un pomeriggio tardi lui lo trovai in casa ,seduto sul letto della più bugiarda del gruppo, e la più stronza ,vissuta e brava a recitare. E poi altri pomeriggi ancora. Seduto, lì, a parlare – diceva – mentre aspettava me. E si capiva che lei aveva indagato sui i suoi di lui segreti , anche quelli che io non conoscevo…
“Lingua mortal non dice quel ch’io sentivo in seno….”
E poi, qualcos’altro stava per accadere …Lo dicevano le mie antenne sensitive.

Lui parlava meno. E in questo silenzio i suoi occhi guardavano i miei solo obliquamente e da sotto le ciglia socchiuse…. Vecchi di mille anni , come se nascondessero qualcosa…
E venne la partenza per le vacanze: due mesi di ritorno a casa.
Io al nord. Lui al sud.
E al Sud, ne ero certa, qualcuno lo aspettava, forte di una promessa…
Lo sentivo. Senza che niente fosse accaduto, senza premesse o spiegazioni. E sapevo che io non l’avrei più rivisto.
I miei sguardi, non erano più“ridenti e fuggitivi”…
Non ci salutammo, prima della partenza. Come se non ci fossimo mai conosciuti..
Con lui sparì dalla mia stanza una delle foto di gruppo, nel giorno della laurea, ….

Fine settembre.
Una mattina , alla stazione della Città, il mio treno arrivò da est, incrociando un treno che arrivava da ovest. Giusto il tempo, una frazione di secondo, per rivederci lui ad un finestrino ed io a quello in senso opposto. I treni si fermarono. Io scesi guardinga perché non volevo rivedere la sua faccia . Aspettai che i passeggeri dei due treni defluissero a poco a poco fuori della stazione.
Anche lui aveva fatto la stessa pensata. Così ci incontrammo nell’atrio ormai svuotato . Dovemmo per forza salutarci.
Qualche parola di saluto, qualche flash-back…Ma mi aveva chiamata…. Carla ( che non è il mio nome). Dico: Carlaaaaa!....

Si offrì di accompagnarmi all’università ed io dissi di sì, grazie.
Mi seguì per tutta la lunga serie di strade e stradette, lui in compagnie della sua pesante valigia senza ruote….
Poi gli chiesi di aspettarmi nell’atrio della facoltà, mentre andavo dal, mio prof. preferito, per un “breve” colloquio. Aspettò due ore due. Finché mi decisi a far capolino dallo studio , “dispiaciuta” per l’impossibilità di muovermi : lo salutai frettolosamente . Dalla porta appena schiusa. Senza cenni a strette di mano. A nome mio e di Carla.


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Tre storie di sentimenti

Il mio fidanzato mi ha lasciato



Il mio fidanzato mi ha lasciato.
E’ la seconda volta, in tanti anni. Ed è perché l’ho fatto apposta di essere fredduccetta con lui: al telefono e al telefonino, o… altrove. Una, due, tante volte.
Il mio fidanzato ha un fisico discreto, perché è alto, dritto nella persona e abbastanza atletico per la sua età.
Di viso non è male: ha lineamenti regolari. Non saprei dire il colore dei suoi occhi.
Secondo me si tinge i capelli senza dirlo a nessuno, neanche a me : io per educazione non gliel’ ho mai chiesto, ma ho sempre notato il colore rossiccio in cima , diverso dalle basette. Adesso poi si sospetta di più, perché le basette sono bianche. Non so perché, ma mi fa venire in mente il Lupo Alberto. ( O forse Alberto Lupo )
Anche se non porta gli occhiali , ha dei problemi di vista , infatti il suo orario è sempre stato le 2 del pomeriggio , per poter rientrare molto ma molto prima del buio .
Un suo difetto sono i regali.
Lui mi ha sempre fatto tanti regali nella prima e nella seconda manche della nostra storia; e purtroppo anche quando non eravamo fidanzati. Io quelli esagerati non li volevo e non li voglio , ma non c’è niente da fare. E se contraccambio , lui arriva con un regalo ancora più grande e la storia non è più finita…
Non abbiamo problemi di comunicazione, o forse sì.
Nella prima manche lui parlava delle solite cose, cioè del più e del meno e dei suoi hobby che io non capivo. Io ciarlavo di tutto un po’, del lavoro, delle amiche, dei libri che mi portava… ,o di cose che riempivano il silenzio, anche se non contavano niente. Ma lui aveva un lavoro tutto differente dal mio, al cinema non ci andava e i libri che mi portava non li conosceva perché li aveva fregati a suo papà…
Nella seconda manche ho fatto diversamente. Ho pensato: io lascio che parli lui dei suoi problemi, o gli faccio delle domande mirate perché racconti e spieghi le cose sue, così non resta uno spiraglio di tempo per raccontare le mie cose e i miei segreti. O comunque poco pochissimo.
La prima volta mi ha lasciato perché capitava che ogni tanto – con decisioni a sorpresa - preferivo andare con le amiche a far compere in città , invece di stare sul divano con lui. Che non mi dava sempre un appuntamento preciso. Diceva che in tutti quegli anni l’avevo illuso con frasi belle ma false.
Non ci siamo più visti per anni ed anni ed anni. Oppure ci siamo visti ma abbiamo fatto finta di non conoscerci per non salutarci. . . Soprattutto era lui che guardava dritto verso l’orizzonte.
Mille anni dopo, ci siamo rivisti alla COOP, gomito a gomito al frigo dei formaggi: e sono ricominciati i regali.
Per non so quale festa mi ha regalato un’orchidea rarissima. Io un vino pregiato. Lui una scatola di duecento cioccolatini…
Lui è sempre lui.
Io sono sempre io…. o quasi.
Perciò, adesso, in questa seconda manche, ho deciso : è meglio se ognuno balla con sua nonna.
Più di una volta il telefono ha suonato e io non ho risposto, perché ho fatto finta di non sentirlo. Era lui e quando è lui che chiama io lo so sempre perché sono intuitiva.
Lui allora 1°) non crede che non sento suonare il telefono; 2°) mi lascia brevi messaggi nella segreteria, brevi perché è impacciato e forse indeciso . A me gli imbranati fanno venire il nervoso: così, fredda e distante, gli rispondo con un SMS ancora più scarno delle sue comunicazioni, e soprattutto quando sono sicura che lui, a quell’ora lì, ha (chissà perché) il telefonino spento.
Ognuno di noi , allora, , finisce per parlare da solo.
E per non dire niente.
Sembrano cose da poco, queste. Ma logorano le persone sensibili come me, e come lui, che, permaloso, mi ha lasciato.

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domenica, aprile 15, 2007

Storia di palle e di potere
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Lui sapeva di averle. Le sentiva, anche. Checché ne dicesse sua sorella. Sapeva di averle anche senza verificare con le mani, col tatto. Sì, perché, tanto, le sentiva lo stesso: o appoggiate, o dondolanti, o sofferenti se chiuse in contenitori troppo attillati. A volte gli sembrava persino di sentirle frusciare. O parlare. Vivere di vita propria.
Ma che importava tutta questa congerie di sensazioni, quasi argomentazioni addotte a sostegno della tesi della difesa? Palle. Tutte e solo palle.
Ecco: l’accusa sosteneva che lui non aveva le palle.
Non lo diceva suo padre, che anzi – anche se talvolta sospettava incerto la sopracitata assenza -gli aveva regalato la sua collezione di orologi russi; né lo diceva suo fratello più piccolo, in fondo che ne sapeva lui.. Lo diceva invece sua sorella più grande, e lo diceva e ripeteva quello scassacazzi di suo cognato: eh! che pensasse , lui, piuttosto alle sue di palle, nonché al suo orribile segno zodiacale…!
Fatto si è che, in occasione di qualsiasi e qualsivoglia problema familiare, ecco che la messa a fuoco del problema e l’inconfessata paura di non risolverlo e l’ ovvia non voglia di affrontarne tutti gli ammennicoli, diventavano – per una sorta di metamorfosi – la personificazione dell’Aggressività. E quest’ultima convergeva con i suoi dardi e le sue voci sorellesche e cognatoidi sul malcapitato fratello di mezzo
( in casa e per gli amici, Gegio, o anche Gengis, a seconda dei casi e degli umori… )
E allora ecco: non si poteva mai far conto su di lui, non era mai lui a prendere l’iniziativa, non c’era mai al momento del bisogno, se anche interveniva non sapeva farsi valere, non sapeva vendere la sua merce, bisognava suggerirgli le parole che avrebbe dovuto dire, e si sa che una testa senza lingua non vale un fico secco, e questo perché non gli importava niente di niente e per di più non aveva le palle. Per tornare a bomba.
Tanto, anche se avesse fatto mostra delle suddette, sia ”foriche” che meta-foriche, non ci sarebbe stato nessun indice di gradimento da parte del pubblico e della critica, o meglio non gli sarebbe , a loro, andato bene niente.
Che stesse zitto, o che assumesse un’aria contrita , che li mandasse affanc***, che esprimesse un parere da esperto, che cercasse la via del ragionamento…nulla valeva a cambiare l’idea che gli altri due ( soprattutto due )avevano ben radicata in testa e la loro necessità di avere sotto mano, sempre, un capro espiatorio. Non alla Pennac, intendiamoci. Un capro espiatorio vero.
Anche al lavoro c’era, sottintesa, questa storia delle palle. Eh, insomma!
Tutti sapevano o davano per scontato che lui fosse il capo e per di più non facile da discuterci. O.K. Ma in segreto talvolta qualcuno avrebbe voluto vedere e toccare con mano le di lui palle, anche nelle piccole questioni ( quelle che più facilmente potevano lasciar intravedere qualche sintomo).
Mentre lui non aveva nessun problema a questo riguardo: né sotto forma di idea o altro, né sotto forma di volontà dimostrativa .

Un po’ come quando un elemento del genere umano, un individuo maschile singolare, dotato di sensibilità e acutezza, di capacità introspettiva per entrare nel cuore degli altri, di attenzione per ghirigori dell’ io psichico, eccetera eccetera, questo individuo viene considerato soggiogato dall’emisfero femminile del suo cervello, della sua psiche, dei suoi comportamenti. Allora, se ha le palle, deve dimostrare di averle, e in caso contrario…: vergogna! disistima! disobbedienza! fatto si è che di solito a) chi ha queste doti ed è saggiamente calibrato, non si preoccupa minimamente di dover dimostrare a chicchessia la sua propria mascolinità ( eccheccazzo! ); b) chi ha paura del proprio emisfero femminile, invece, si sente sempre in colpa, o incapace di corrispondere ad un modello suo o degli altri; c) non so che altro per il momento…
Gegio o Gengis che dir si voglia , se aveva il problema dell’aggressività dei familiari nei confronti delle sue palle, e se sul lavoro non aveva da dimostrare nulla e niente, ciò non significa che non dovesse combattere per qualcos’altro: ad esempio per far valere la propria autorità intesa anche nel senso di maschilità. Una vita durissima, la sua. Perché anche se non sentiva la necessità di dimostrare che l’emisfero destro e quello sinistro non si danneggiavano a vicenda e non lo danneggiavano a lui, doveva tener d’occhio continuamente i pensieri e i sospetti dei suoi sottoposti: ne andava del suo prestigio, data la pericolosità dei soggetti in questione e la bassezza di certi cervelli. Per prima cosa non poneva in discussione niente con nessuno: scopo, evitare attacchi sui fianchi. Secondo, se sceglieva di porre in discussione qualcosa, era solo perché conosceva in anticipo le risposte – per lui piuttosto scontate – e perché le questioni erano di secondarissima importanza. Terzo e non ultimo comandamento, sapeva di possedere un certo fascino e sapeva di esercitarlo persino sulla perfida segretaria Ernestina, e su qualche maschio eterosessuale che stimava la sua professionalità ed anche la sua sensibilità. Insomma , doveva sempre combinare insieme carisma e autoritarismo, nonché una finta democrazia. E fin qui…, le cose gli venivano bene. Ma la fatica maggiore era difendersi dalla sua peggiore nemica, la segretaria amministrativa, Violaciocca di cognome. Tanto floreale il suo nome, tanto malvagio e rio il suo sguardo. Lei sapeva cogliere in lui le sfumature dei suoi riflessi nel meccanismo azione-reazione, e soprattutto sogghignava in presenza delle sfumature emotive di tali risposte. Sapeva intuire i suoi momenti di dubbio e il suo senso di solitudine, incasellandoli – sì – nei cassetti della femminilità, ma catalogando il primo come segno di insicurezza, e l’altra come prodromo della sconfitta, della perdita e del degrado. Così lui, capo del terzo piano, doveva sempre stare sul chi va là per dimostrare o non dimostrare ( alle due segretarie gossip indagatrici ) qualcosa che avrebbe potuto scalfirlo, minandone il ruolo di potere. Ci mancava solo questo..

Sì, perché la sua strada per arrivare fin lì non era stata facile sempre e liscia. No. Piuttosto potremmo definirla gasata e/o anche solo ferrarelle, per carità: ma liscia mai.
Non voleva neanche lontanamente ripensare ad esempio alla costruzione della sua immagine dal punto di vista estetico. Al tempo, alla fatica e alle forzature annesse e connesse…, soprattutto indispensabili. Perché tale immagine ha un grosso peso nella proposta di sé agli altri, quelli sopra o sotto o uguali a noi. Il primo impatto è decisivo. E anche qui ritornano le palle, perché da come si “appare” dipende la dimensione, la solidità e durezza delle stesse, nonché il loro complemento di materia. Eh,sì!
E lui, prima di presentarsi sulla scena delle buone o ottime opportunità, aveva studiato l’Estetica del Sé, come se questa fosse una materia d’esame, ma, che dico, molto e molto di più: un Master, un dottorato di ricerca, che so…. L’Estetica del Sé richiedeva innanzitutto la configurazione di un modello di personalità che dichiarasse se stesso , molto sottovoce, ma in maniera inequivocabile per tutti e chiunque. Come? 1) Attraverso le scelte di un look in linea - non stonata - con la materia originaria, magmatica e grezza dell’individuo in questione . 2) Attraverso il contorno e la scelta o anche solo il pensiero di arredi e design, il sospiro flautato e adorante verso oggetti d’ arte, la curiosità per arti minori ed altro, fino all’architettura dei giardini e alla scienza dei Nomi che contano… . 3) Attraverso la lettura e lo studio comparati dei quotidiani più “in”, dei settimanali e delle riviste di genere, e poi via via sempre più addentro alle secrete cose, cioè alle letture speciali, alle tematiche che solo pochi conoscevano e sapevano affrontare. Il tutto, poi, filtrato e rifiltrato fino a ridursi ad esempio ad una citazione buttata lì.
In sostanza, infatti, questa sua serie di studi ed “esami” lunghi e complessi sembrava, a suo tempo, non avere esiti pari al megagalattico sforzo e nemmeno mostrava di avere un impatto immediato. Il loro moto ( degli studi ) era infatti andante ma non troppo e la loro efficacia si misurava in realtà nel tirocinio del lungo termine. Magari ciò che rimaneva pareva essere un nonnulla, come un profumo, una sensazione di comme-il-faut, la piega di un capello, un modo di camminare o di guardare, la sfumatura di un colore, una presenza qualsiasi ed impercettibile che però additava un Sé vero e raffinato e potente. Così, lui poteva indossare un semplice lupetto scuro, il quale però, senza parere, accentuava il colore cupo della sua espressione e del suo sguardo. Aumentando l’effetto-timore reverenziale…. E la giacca poteva essere demodè, con i revers appuntiti e larghi, come se estrapolata dal vecchiume di un vecchio armadio: comunque in realtà molto sicura di sé ed anche un tantino snob… Ma al di sopra di tutto, ciò che spaventava o stupiva gli astanti e i circostanti era l’intelligenza che l’Estetica del Sé pareva aver coltivato: lui “sapeva”, lui “intuiva”, lui “leggeva tra le righe”, lui poteva metterti in imbarazzo in qualsiasi momento. Perché tu, astante e circostante, eri rispetto a lui, sempre e molto moltissimo “circoscritto” , vale a dire “limitato”. E questa sensazione, assieme a tutte le altre fin qui emerse o suggerite, non poteva non garantirgli il potere.
Se dunque in famiglia i sondaggi davano la presenza di palle, in lui, al 50% circa, in ambito lavorativo il potere pallogenerantesi sembrava assicurato, così come in ambito sociale: infatti era come se la consapevolezza dell’esistenza in vita delle due fatidiche sfere fosse indubitabile, sia per gli altri sia per lui. Anche se lui doveva stare sempre all’erta, ripassare gli appunti del Master, tenere d’occhio qualche sua reazione sentimentalperegrina o ,meglio, renderla meno emotivizzata.
Ma non finisce qui.

Un giorno incontrò l’amore, quello importante. Ne aveva già incontrati altri, ovviamente, nel suo passato, ma o erano stati fuochi fatui, o erano stati importanti alla pari dell’ultimo, solo che – si sa – l’ultimo ( o il primo?) sono quelli che lasciano il segno più profondo.
E , per restare col tema da cui siamo partiti, che ruolo recitavano le palle nel rapporto amoroso? Non datemi risposte stupide e barzellettiere, please…
Andò così. Lui fu attratto da lei, come mai da nessun altra prima di lei. Dopo vari approcci, silenzi quasi romantici, ossessive necessità visive e tattili o anche solo uditive nei confronti dell’amata, lui, detentore – altrove – del potere su di sé e soprattutto sugli altri, qui si sentiva come se dovesse ricominciare tutto da capo. Un altro Master? No, non c’è da scherzare. Ma non scherzo dicendo che lui, ogni tanto, quando pensava a lei o la vedeva arrivare da lontano, ebbene lui si toccava le palle, nel senso che le
grattaccarezzava, o le palpava : insomma, come se volesse essere sicuro di averle, o come se chiedesse loro un potere in più.
Fu questo senso di insicurezza, di nuova sfida da parte dell’ignoto, che lo indusse a studiare il problema a tavolino.
Cosa gli stava accadendo lo sapeva bene, cioè, non osava dirlo, ma si stava innamorando con una intensità e stranezza emotiva che andavano oltre ogni previsione. Ma la domanda era: correva pericoli? doveva sentirsi minacciato? e perché le palle sembravano voler dire la loro opinione? dove si stava cacciando?
Lui si era fatto catturare da lei: attenzione, però… Non era stato calamitato e basta; né potevansi considerare correi i suoi occhi nerissimi e lustri che sbrilluccicavano anche nel buio; né correo quel silenzio che faceva da platea alle sue di lui parole e citazioni. No. Era stato risucchiato dalla materia originaria di lei: quella che lei aveva conservato nonostante le infrastrutture del crescere e dell’imparare e del recitare ogni tanto qualche ruolo di donna sicura. Quella stessa parte originaria che lui aveva imparato a nascondere sotto lupetti e strani revers, o nel piattissimo ed essenziale portatile; ed era anzi quasi sparita nei miscugli di regole comportamentali che lo facevano detentore del potere al terzo piano e gli davano fama nei piani sopra e sottostanti.
La massa magmatica sopravviveva in lei tra timidezze, stupori, e slanci e sogni e senso dell’avventura… Ma in lui questa storia di palle e di potere faceva inevitabilmente da frenobarriera al magma. E il magma pian piano si solidificò, indurendosi come le palle della nostra storia. E ci può essere vita, o vitalità, e quindi amore in un fiume di lava diventato pietra?

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lunedì, aprile 02, 2007

Due vecchie storie ingarbugliate ( senza amore )

Il Leone della Metro ( amor che a nullo amato …?)
.
.
Come Fred Astaire
Volteggi e voli
E ti fermi di tre quarti
Gambe un po’ incrociate
Mani aperte, braccia tese.
Ginger è lì.
E anch’io…
.
“ Amado mio”
– canta languida una voce –
e Tu tracolli
tra i rossi capelli di Gilda.
E Gilda non sono io.
E Io?
.
Oggi
Il leone invecchiato
della Metro
è qui davanti a me.
Con le vecchie fauci,
e le bugiarde frasi
della divina Commedia,
Canto quinto
dell’ Inferno abisso.
.
.
.

Mon Ami
.
Curiosa Guardentro
Ai tuoi occhi-ali.
Non vedo voli
In brillichio.
Ma planemondi
Lontani assognati.
(Kirghizistan. ?…Uzbekistan ?….
Quasi Asimov).
E poi?
Aaaah! Assalto. Battaglia.
Urla di ferimorti.
Strazio. Straccio.
(Un cencio, e qui c’era il cuore un dì. )
Né pacifiche tende nel deserto
Non fuochi nel buio di notte.
Mon ami.
Non ami.

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domenica, aprile 01, 2007

Lasciatemi senza ( ma che storia è questa?)

Lascio che il treno scossa
facadere la cenere
di sigaretta…
non costringermi
a risponderti a capire
perché non ho ascoltato:
non farmi patire
tua vulcano testa tormento.
Io sulla luna:
e tu lascia che non sono
a tua immagine e somiglianza
.
.
Coro
“ E tu cos’aspetti a morire così vecchia così ipocondriaca
senza capire niente delle mie scarpe nuove…
i tuoi occhi non avevano previsto la mia follia”
.
.
Parallelepipedi bipedi…
Lasciatemi senza
le vostre parolepretese
di soluzione,
la vostra sconnessa parola
di assenza tardigrada,
i vuoti da colmare riempire
Io sono senza.
E sto male: per tardigradismo,
che par di morire.
Io solo papavero pariscente morente
in brespazio bretempo
non per volontà propria
né per vostre illusioni.
inutile scrivo parlo a puntini e squarcetti
con parole rosse rubate o prestate.
.
.
Coro
“ Il casinodestino ( animalità e dog-matismo),
ti ha fatto testatormento senza niente da credere,
similedissimile, e non nomi da dare alle cose”

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