La bambina, la paura e il senso di colpa
Io devo stendere i panni…Tu, intanto, vai pure da sola in giardino…a giocare…
I miei occhi , di me piccolina, guardano in alto verso mia madre e non dicono niente. Né loro né la mia bocca.
Non mi piace andare giù da sola.
Io che ho paura di tutto. Anche del quadro sulla testiera del letto, da dove lo sguardo di madonna con bambino mi segue sempre, nel buio…perfino quando dormo….
Io che ho paura dei santi dipinti sulla volta della chiesa, con quei loro mantelli svolazzanti color sangue ……
Io che sprango la porta col catenaccio quando vedo anche solo in lontananza l’infermiera, quella della siringa grande … E sto immobile, nel buio dell’entrata,finché lei non scompare verso casa sua….
Vai giù a giocare, non fare quella faccia … Giù ci sono le amiche della zia.
Scendo. Da sola.
Il giardino è grande ed è un quadrato, con fiori o piante intorno. Intorno c’ è anche una rete alta con rampicanti di foglie rosse e l’albero delle palle di neve.
Le amiche della zia ci sono: lì, appoggiate al loro muretto di confine. Mi vedono arrivare, imbronciata, e mi chiamano vociando e ridendo. Mi piace sentir ridere. Ma non loro, non adesso e non cosi….. Sono tre. Hanno i capelli lunghi e ricci, gli orecchini dorati ad anello, le gonne un po’ lunghe, a fiori e a colori. Una di loro tiene la sigaretta fra le dita, come la tiene il mio papà, o anche il signor Loris del bar. Un’altra sta bevendo caffé in una tazzina con disegni azzurri e fatta come il calice di un fiore. La terza è appoggiata al muro ed i suoi occhi sono due fessure.
Non mi piacciono queste amiche della zia.
Una volta, mentre stavo tornando in casa, e loro erano lì come adesso, mi sono girata un attimo, un attimo, ed ho scoperto il loro segreto tremendo. In quell’attimo le ho viste come realmente sono: tre vecchie con pelle di rugosa ragnatela, scure come tizzoni d’inferno e bocca aperta su gengive ghignanti… Ho sbattuto le palpebre una volta sola. Ho riaperto gli occhi. Tutto era normale e come se niente fosse. Come se un sipario si fosse aperto, e poi chiuso in fretta, ma non abbastanza: le amiche della zia erano, o sembravano, quelle di sempre, ma il miracolo era avvenuto. Io ormai sapevo. Io so.
E del resto, la zia, come dicono sottovoce i parenti, non è forse una zingara? E tra zingare e streghe, c’è forse tanta differenza? E anche se ci fosse, non stanno forse bene insieme, proprio perché in qualche modo simili?
Vieni, vieni, ‘sabella! vieni a giocare con noi…
Sì, sììì, vieenii…!
Ah, ah, ah…! non avrai paura, vero, ‘sabellaaa?
A dir la verità, ne ho tanta! e poi odio quando storpiano il mio nome…
Vado. Non posso non andare. Mi avvicino: la faccia scura, e la testa che non sa più pensare a niente. Se non alla parola “streghe!”
Anche stavolta una di loro sta finendo di bere il caffé. Ma mi chiedo se è caffé o chissà quale pozione. E la tazzina è sempre quella, a fiore, con disegni celesti.
Ti piace il caffé, ‘sabella?
Scuoto la testa da destra a sinistra, più volte.
E questa tazzina ti piace?
Incerta, sto immobile e muta.
Ti piace?
Scuoto piano la testa dall’alto in basso.
Allora te la voglio proprio regalare…. Tieni…
Eh, ma dai, regalare una tazzina così bellaa…? dicono in coro le altre due.
La mano caffeinomane, con tazzina, si sporge dal muretto, verso di me. E ancora una volta dice Tieni…
E la mia mano si alza per prenderla.
Attentaaa, attentaa, ’sabella !
Attentaa, è un regalooo!
Attentaaa, non vorrai farla cadereeee!!
Mentre le grida e gli strilli delle tre streghe si intrecciano, per prevenire secondo loro un disastro, la mia testa diventa, lei sì, un disastro di caos e paura.
prima che la mia mano arrivi alla tazzina, la tazzina celeste cade.
Nel caos della mente si aggiunge alle urla il rumore di mille frantumi.
Per un attimo gli occhi fissano i piccoli cocci lucenti. E sperano , gli occhi, che chiudendo e riaprendo le ciglia, un altro miracolo appaia. Ma un miracolo buono, stavolta. Invece…niente:i cocci sono ancora lì.
Hai rotto la tazza, ‘sabellaaa!!! hai rotto la tazzaaaa!!!
Ah! cos’hai fattooo?! che hai fattoooo?!
E poi ridono, ridono e ridono….
Io corro in casa. Spavento. Spavento. Ho rotto una tazza così bella.
Nessuno qui a proteggermi. Nessuno a perdonarmi.
Nessuno che faccia una magia e rimetta insieme tutti i pezzi e i frantumi.
So di aver fatto qualcosa di male. Una cosa sbagliata, tremenda. Cosa ho fatto?
So solo che sento sul collo il fiato degli dei, che mi stanno addosso e mi inseguono. Cioè: se sapessi cosa sono gli dei…
e se sapessi chi è dio, e cos’è il peccato e la confessione, andrei a confessarmi, subito, per non stare un minuto di più con questo veleno dentro, dalla parte del cuore…
Ho infranto una regola? ho mancato di rispetto e riconoscenza ? parole che il mio vocabolario piccino non conosce ancora…
In casa, da sola, chiamo urlando mia madre, col cuore in gola.
Anche il silenzio della stanza mi fa paura… perché non mi dà risposte…
In piedi sulla sedia, vicino alla finestra chiusa, batto sui vetri con le mani, di nuovo chiamando mia madre. E quasi col rischio di nuovi frantumi…
Mia madre ( dov’era?) finalmente mi sente e rientra. Mi sgrida, mi sgrida, perché sto per rompere i vetri, picchiandoli forte così. E poi cosa c’è, si può sapere che c’è, nemmeno può uscire un minuto a stendere i panni. Che c’èèèè? E io con dentro un sapore al veleno, e spavento e spavento, e lei non capisce, non sa leggermi dentro, ed io non parlo, non dico, terrore di streghe, di tazzina in frantumi, paura, terrore…. La tazzaaa? che dici, si può sapere che tazzaaaa? Già! paura e terrore e poi delusione: mia madre mi insegna a scrivere le prime parole,però non sa leggere i miei pensieri, il passato e il futuro. E si arrabbia ad alta voce e mi fa stare ancora più male. E’ una di quelle volte ( poche finora) in cui lei non è più il Tutto che credevo.
Oggi non so più chi fossero le tre donne con orecchini ad anello e non ricordo nessuno dei loro visi o dei loro nomi.
La zia, loro amica, la vedo e la sento di rado, perché da secoli è andata a star via. Una volta, per caso, en passant, l’ho sentita parlare con mia madre del vecchio episodio: quello di me che piangevo e piangevo, e delle amiche che apposta rompevano una tazzina sbrecciata, per prendersi gioco di me, bambina paurosa di tutto. Che ridere che avevano fattooo.
Già…Le tre stronze.
E io per trent’anni qui col mio trauma, a sua volta padre forse di altre paure..
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