martedì, gennaio 20, 2009

Guardavo un quadro e pensavo a me








Il tavolo stava lì, in piedi, con l’aria panciuta e le gambe aperte e ben piantate, come chi è sicuro di sé. Ricordava la figura della Forza negli Arcani Maggiori dei Tarocchi. O la figura maschile di un’opera lirica, figura di padre o di factotum che dominano la scena e tessono, pomposi, alcuni pezzi di trama. E dal tavolo una sensazione di sicurezza e solarità.
Vicinissima al tavolo, una poltrona….
La poltrona, azzurra larga e con cuscino soffice, aveva le braccia aperte. Era dolcezza e morbidume, affetto e tepore. Era lì, lei, con questo corredo vellutato e sorellesco o materno… Era li che aspettava me, per abbracciarmi dopo i giorni dell’ansiapaura. Aspettava che sprofondassi nel suo azzurro, rannicchiata, con le mie invisibili lacrime di stupore: stupore di fronte a parole scritte che circondavano e delimitavano per la prima volta il Male…. Era pronta a darmi un senso di pacificazione, se pur momentanea . E poi la Forza del tavolo anche lei era lì per suggerire se stessa. Valeva la pena essere forti, fino al prossimo telepass o controllo alla dogana … E lasciarsi consolare cullare dall’azzurro vellutato. Col cuscino stretto sul cuore.
Guardavo un dipinto. E pensavo a me stessa, cercando simboli sulla tela.