domenica, ottobre 14, 2007




La bimba (y el cielo)


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Il cielo livido dei primi freddi d ‘ ottobre.
O il cielo sfacciatamente estivo alla fine di maggio.
E altri cieli intermedi con grigi e nuvole e nebbie.
Tutti questi cieli erano un unico cielo, adesivo aderente ai vetri lunghi lunghi della vecchia aula.

Cielo unico e solo: onnipresente come dio.
Onnivedente.
Non so se onnicomprensivo.
E spiava quel che c’era da vedere,dentro, al di là dei vetri.
Ma non è novità. E’ risaputo che i cieli spiano.
Con i suoi occhicuriosi, questo cielo unico guardava soprattutto là dove c’erano le classi bambine e più nuove, perché eraqueste che riservavano stupori e "prime volte" alle niňas e quindi novità y noticias al cielo vetroguardone.
La niňa del primobanco lui guardava spesso. E anche lei ogni tanto lo guardava mentre sgranocchiava la matita. Come aspettando risposta a come si fa divisione o a domande esempio ‘perché mi hanno messo questo vestito stamattina, che era quello della domenica, prima che diventava stretto e un po’ corto, ma è troppo per venire a scuola e io non lo volevo con queste frappe arricciate e qsti nastrini come vestitidibambole’. Ma cielo stava muto, mai una volta che lui avesse risposto. nemmeno un cenno per far capire che avevacapito…
E lei ne avrebbe avuto bisogno. Perché era una niňa fragile.
Lo era nel corpo, con quelle gambette sottili e sottile tutto il resto… Ma lo era anche nel cuore, o nei meccanismi dell’io, non so come dire….
Bastava un niente, una palabra, un tono di voce, un silencio.. quien sabe…? per farla prendere da un invisibile sentimiento: forse di incomprensione, o di paura, o di colpa, o di malinconia O da chissà che altro ancora.
Naturalmente, la niňa non sapeva dare nomi a questo star male che l’afferrava all’improvviso, un amaroveleno tra stomaco y corazon.
I grandi non sapevano nemmenoloro cosa fosse e perché… E dicevano che era musona. E la niňa invece si percepiva non in armonia. .
Che la sua maestra avesse qualche idea, a questo proposito?
Ma, penso di no…
Non aveva tempo per queste cose, perché era troppo spesso malata o malaticcia. Forse era per questo – pensava la niňa – che tutte le mattine beveva un tè profumato e fumante, caldo caldo in un termos portato da casa… E biascicava lentamente e con aria nobile merendine o strani bocadillos mai visti. Mentre le bimbe scrivevano o la sguardicchiavano con soggezione e sudditanza. La niňa anche lei la sguardava : di nascosto con un po’ di meraviglia, ogni volta, e per fortuna non soffriva di golosità e di fame.
La maestra aveva i capelli biondi con le onde e chiusi in una retina: lei la portava con distinzione come una corona.
Aveva un nobile naso aquilino su cui poggiavano occhiali con stile;
e sul viso vagavano vaghe lentiggini, nobili anche loro.
Indossava un grembiule nero, lucido come seta. Sopra le spalle aveva un cappotto caldo e grande, di cammello. E pareva un mantello.
Quando era in cattedra, e la cattedra era sopra una predella alta alta, la maestra sembrava ancora più nobile, quasi una regina.
Come le regine, era giustamente severa: a sorpresa, faceva mettere - a tutte - le mani sul banco, e bacchettava quelle con le unghie nere, listate a lutto.
Mentre il cielovetroso sguardava, la niňa sentiva vergogna o chissachè, anche se aveva le mani pulite.
La giustamenteseveramaestra un giorno volle scoprire chi aveva rubato un bastoncino di liquerizia. Mise tutte le bimbe in riga, come i soldati,fece loro spalancare la bocca ed uno ad uno annusò l’alito di tutte. Anche questa volta la niňa provò unaspeciedivergogna e silenzioveleno, come se avesse rubato.
La maestra , se si arrabbiava, tirava i capelli o dava gli schiaffi, ma solo a Dianella e qualcun'altra. Più o meno.
La maestra aveva un libro che si chiamava “Cuore”,il suo preferito: e mentre le bimbe stavano immobili, sedute e zitte, una volta o due alla settimana leggeva ad alta voce le storie più commoventi. Il cielo oltre a guardare ascoltava. Con lacrimedipioggia, pareva, tal vez, ma per lo più con indiferencia total.
Una volta la maestra invitò le bimbe a casa sua, per una merenda. La reggia era grande e diversa da qualsiasi altra casa, ma anchèli il cielounico guardava dentro. La maestra aveva un grammofono e fece ascoltare più volte una voce che cantava ‘Mamma’.
Da quella volta, la niňa , senza sapere il perchè, non può non starmale anche solo a sentire il titolodi canzone. E a sentire questa storia di colpa e di abbandono, di ritorno e di colpa, conlavocechedice “ e per la vita non ti lascio mai più”… Un ritorno chepare prigione. O una punizione come in ‘Scarpette rosse’…
Sta male la niňa quando sente la cancion, alla radio, y el cielo unico lo sa lo vede lo sente. Ma non conosce la paura ,lui,personalmente, nessuna paura, nemmeno quella di dover nutrire un sentimento tanto eterno. Né la paura di non farcela, a nutrirlo: errore a cui non si può rimediare.
Perquesto quando lo guardi con addosso ad esempio disperazione, come… come quella di androide rutger hauer in bladerunner… ecco lui vede ma mai ha provato e tace, e tu, se sei grande abbastanza,non sai decidere se è pazzo o innocente. E quando sei più grande ancora, non ti poni nemmeno problema di entità infinita e guardona che ti possaiutare.


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Piccola appendice


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Salvo le aveva telefonato per dirle che sarebbe arrivato verso sera.
Maria che alligrizza..! Maria che cuntintizza…! esclamò mentre un sorriso le spaccava la facci da na grecchia all’altra…
e restò così, estatica, muta, la facci rossa e l’occhi sparluccicanti, davanti al telefono da cui trasì la voce di Montalbano. E per un attimo l’oggetto telecom addiventò tali e quali la Madonna di Pompei….
Ma appresso, a pinsari di vedersi comparire all’improvviso davanti il commissario, per picca idda non cadì a terra sbinuta.
Il fatto che Montalbano stava per arrivari la feci veramente nesciri di testa:il suo vero scanto era il mangiari.
Inutile pinsari di andari a mangiari al pontile: martedì chiuso. E Salvo, né in frigo né in forno avrebbe trovato qualichi cosa priparata dalle sue mani sue di lei.
E all’ora che s’era fatta, era inutile anche pinsari di …pinsari a un qualsiasi menù. Madre santa! e allura?
Dopo tanticchia le telefonò la sua amica Lou che come abitazione stava nel paisi vicino. E lei le confidò il suo segretuzzo e il suo scanto.
Eccezionalmente Lou aviva priparato la sua specialità: il cuscusu con otto tipi di pisci…
La faccenna era sistemata: una cenetta a due, a casa sua, e grazie grazie, grazie ancora…, murmurò mentre nisciva fora con il prezioso tesoro.
Salvo, non appena si vitti il piatto davanti, e ne sintì lo sciauro, ebbe una botta di commozione e l’occhi luciti….
Se ne scrofanò dù porzioni. Più il gelato e dù porzioni anche di torta di pasticceria…
E la passiata sull’argine del fiume fino a sutta al ponte fu una nicissità digestiva più che romantica…
Ma tornati…”…che ne diresti di andarcene a letto?”
E lui si corcò allato a lei e …. s’addrumiscì subito subito come un picciliddro ‘nnuccenti… (!)
Idda santiò....

mercoledì, ottobre 10, 2007

Dimmi cosa leggi ...

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perché un libro la prendesse, avrebbe dovuto essere libro speciale. capace di superare ostinazione di lei contro qualsiasi lettura.
di ridare alla mente dono di parola, quella che si intromette nel dialogorditrama di una storianarrata o entre le lignes di una poesia. capace spezzare silenzi di afasia del cervellocuore.
ma era proprio libro speciale specialissimo quello che lei aspettava, ancorasalvezza, come riaperture di porte magiche nel mistero di storie scritte?
ma no, ma no…
non mai stato così, per lei. che aveva amato anchelibri non certo speciali, e poi speciali per chi? per critica, amici intellettuali, e che ?
speciali forse sì, ma solo per lei. e a volte scelti per premesse banalità: per ‘speciale’ copertina con colori di fascino, o per argomento vagamente ‘speciale’ che scuoteva ricordo di luoghi e di storia. o speciale per brevi cenni di quartadicoprtn, e senza saperniente di autore e tuttoresto. perlei era stato un po’ speciale anche primo romanzone liala ,letto per curiosità, da grande. oppure che era speciale lo scopriva durante o alla fine. come certi libri letti per dovere. Oppure la risucchiavano segni riconoscimento di certe caseditrici su libri sciorinati in ampispazivetrine, sì, sì, o la mania di un autore et suo personaggio et sua scrittura particolare.
ultimamente condicio sine qua non per cui libro potess candidarsi era… diciamolo.. .era suo spessore. meno pagine, più garanzie. Meschinità, dirà qualcuno, sopravvivenza, diceva lei. finché da un centimetro uno di spessore era passata al niente virgola zero.
eppure a volte, davanti ad una vetrolibreria, le veniva di fermarsi a guardare; o le capitava qualche curiosità davanti a indicazioni biblio e a recensioni. o chiedeva, cosa stai leggendo. ma libri comprati e /o prestati da secoli , et mai restituiti a bibliotek e ad amici, giacevano sottocomodino o su tavolinosalotto. e pensare che – in contrasto con questa fine ingloriosa di sua lettura – un tempo agli inizi giurassicamente parlando leggeva anche bimattoni russi da quattro centimetri e loro lunghe storie meditabonde. o romanzi filosofic-depressivi e da suicidio. senza battere ciglio. O storie taglia XXXLL di antichi feuilletons trovati nell’usato, o di fantapolitìk fitte fitte su quintalate di cartapagine. persino aveva scovato giallo da cinque cmetri di un autore svedese che dicevano somigliava a simenon, ma con nomi di luoghi e personaggi illeggibli, e – secondo lei - non solo loro.
causa prima , però, cioè vera pregiudiziale da ostacolo a lettura, più importante di spessore libresco, non era terrore o repulsione numero pagine : eranemico invisible alle spalle, che strattonava o afferrava e tirava indietro quando occhi di lei anche solo obliquamente sbirciavano un titolo o che.
e nemico in orecchio soffiava sue parole veleno. come, come tu puoi leggere in fila una dietro l’altra parole di una storia scritta non sai da chi o perché? che ti importa di quello che di vero verosimile surreale o fantastico altri hanno da dire? Che ti importa storia di altri se ne hai già abbastanza di tua et suo peso pesante ?
hai forse bisogno aggiungere a tuo scomposto buio di mente il buio interiore di altri da cui altri, e non tu, appunto, fanno uscire voglie paure bisogni sogni colori e sfumature? tutto in caratteridistampa e con il loro bravoeditore? hai tuo buio a cui pensare. e anche se non ci vuoi pensare – in tentativo salvarti dal peggio mentale – parte di tua mente e di riflessivo didentro già èaffittata ormai a inquilino, che è sempre lì, e lo senti e anche se non lo senti , inconsciamente percepisci suoi passi rumori e malanni che combina.
a che ti serve curiosità verso storie , fole, o arzigogoli di genteromanzi che ognuna ha suo pianeta, e suo pianeta non è il tuo.
non ti serve. e non ti importa, non tideve e non può importare niente. anche se pianeti, a volte, sembrano avere stesso inquilino come il tuo. se c’è inquilino come il tuo, credimi, e quello che scrive libro ne ha parlato, credimi, dentro sua mente non aveva tuo stesso buio scomposto. aveva di certo sicuro più nonchalance di te per raccontarsi, o anche senz’altro + scafato e con presunta verità da dare e strada verso saggezza. balle. strade sue = non sentierini su montagne, tante montagne, che dopo una ce n’è un’altra.
lei ascoltava anche nonvolendo. questa voce nell’orecchio entrava , scendeva giù da orecchio a gola e da qui a dentro anima o che. e frenava. frenava braccia mani e volontà. così esempio librino La valigia di mio padre, su mensola vicino mani e a questo computer, nn parlava con lei né con altri. anche salvo montalbano non le diceva niente.
ma era lui che non diceva niente, o era lei che non lo sentiva? come quando quel matto schifoso del suocordless non squillava se non con uno squillouno e poi segreteria non avvisava di messaggi o chiamate.
Anche in qst caso, senz’altro, era suo apparato uditivo – collegato con linee telecom-cuore – a non captare niente. nemmenoil suo commissario preferito. nemmeno ultima sua storia dentro la copertina nera e in un librino così bello e piccino.
abisso abisso abisso. lei capiva che non era così che doveva andare. l’inquilino non poteva sfrattarlo. no. quando arriva il buio scomposto, te lo tieni e aspetti, aspetti. aspetti il nulla in fin dei conti. e intanto , vale pena che buio vince prima, se cedi armi?
lei una mattina dopo colazione fece unica lettura di cui rimasta capace, oltre a quella dei tarocchi. lesse post suoi amici bloggers, che – alcuni – parlavano di libro. e le venne idea si scrivere suoi pensieri così come raccontato io.
il buio era sempre scomposto, ma scrivere nero su bianco = già altra cosa, per quel momento.
ma… ma … ma… Ma scrivere non è facile quando hai mille cose da fare, e c’è qualcuno alla porta, e sei ancora in camicia, e vorresti andare avanti con queste parole
anche telefono ci si mette.
prontoo!
pronto? montalbano soonoo!

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venerdì, ottobre 05, 2007



Nebbiolinaintesta & parole



la sua testa era un po’ confusa, come se dentro ci fosse una legera nebbia, e nebbia davanti agli occhi, pure. da un po’ di tempo anche le dita si muovevano agili ma era solo un’apparensa. In realtà, pur di sembrare veloci ed efficienti, correvano 8 o quasi 9, saltando le doppie, invertento posizione di lettere, sbagliando pungettatura , ed altro ancora.
quando andava a rileggere,capiva che niente andava bene,
la nebbiolina in testa era metaforica, si sa, ma soprattutto metadentrica ed era la sua strana nuova difficoltà nelo scrivere le frasi del suopensiero. niente le pareva giusto, di effetto. e gli erori, poi, che era sta schifezza? e se fosse stato un inizio di qualche arretamento del fronte nella guerra contro il tempo e contro degrado cerebrovascolare?
a volte le capitava di usare un parole in inglese, lei che l’inglese non lo sapeva. come se l’inglese fosse diventato giornodopogiorno una sue seconda lingua, eh, bè: dai tempi televisivi di perry como show al davidlettermanshow, ai jeans, alrock, al cornflakes, , via via fino al job, al brainstorming, all’input e all’inprinting, e via via
ancora fio al meeting, al sit in, al sit com,…e ..e anche al suo medico di famiglia che le parlava di occupational diseases….la concentrazione di particelle albioniche nell’aria era notevole e qualcosa rimaneva dentro di lei, a livellodi risposteistintive.
Se n’era resa conto, di questa anomalia, ed era per questo – appunto – che aveva cominciato da qualche tempo ad usare volontariamente lo spagnolo. come contraltare, diciamo. america latina, contro usa e neocolonialismo se così si puù ancora chiamare. overo il Che, e poi Allende, e gli Inti, e fidel, e i desaparecidos e le madri della plaza de mayo…tutti contro il nordamerica della CIA, del petrolio,di tutti i bush, i non bush, and company … Il sapore della lingua spagnola era un po’ quello di un idea di revoucion, de justicia, y…y.. eco.. sì, di verità. perché, si rendeva conto, le parole anglosassoni scivolavano facili sule labbra e nella lettura pagina, ma non avevano sapore di fratellanza, di libera scelta, sbrisciavano…e scibrisciavano…
anche altre parole sbrisciavano via, non inglesi né francesi o altro. anche parole di casa nostra. erano come incollatutto di vecchio tubetto, non si attaccavano più al fodo dei significati. storia vecchia,quella delle parole usate e abusate, e si ricordava del vecchio ungaretti che per cercare parola scavava dentro come un abisso, a ritrovare il sapore di parola e sua valenze originarie, i suoi suoni che graffiano pagina e cuore. eh, sì. bisognava cercare parole adatte. ma non facile. parole dette e scritte stramigliaia di miliardi di volte. diffuse viaetere da radioe televisioni e tutti i media e quintalate di libri pubblicata ognigiorno. anche se pare che scrittori superino numero lettori, e che quidi parole trovano nel libro un agente di diffusione meno.. meno..bo? a volte le mancava la parola, con tutte quelle che aveva a disposizione.
ma a pensarci bene, le parole a disposizione non erano mica poi tante tantissime. il vocabolario dell’adulto medio negli ultimi quarant’anni si era praticamente e pian piano dimezato o qcd simile. seimila erano circa le parole più usate, compresi articoli preposizioni e minuterie varie.
per forza. le parole erano diventate più poche e sempre quelle, e usate e stramefitiche per due motivi, forse.
la politica e il mercato , forse. la loro legge numero uni, riguardo alle parole per convincere era questa<. usare poche parole per farsi capire da tutti, e sempre quelle,; alla pubblicità è concessa deroga : devescegkiere l’usuale per renderlo inusuale o viceversa 8 in ogni casi la ripetizione ossessiva rende tutto spianato uguale ) anche a politici è concessa deroga: possono prendere l’usuale dell’opposizione e usarlo anche loro, creando ambiguità . che ripetuta diventa anche lei usuale e fatta di parole che si rincorrono in cerchio, con l’illusione di essere nere alcune, rosse le altre, ma in realtà incolori. così, con parole dette e ritrite da media e politica , da economiacriticaletteraria romazi e chiacchiere varie, che colpa aveva lei se in testa avevanebbia? per gli errori non poteva né voleva rimediare: l’errore infondo è uno scarto dalla normadal daèjà vu. meglio tenerselo. lo spagnolo ogni tanto pure, come fattore di estraniamento, come pizzicotto ne braccio o su guancia di ch legge: sveglia, non c’è niente di scontato, rifletti. e poi.. e per le parole che faree :? non voleva ricorrere a parole quasi perdute , quelle del passato, perché non comunicavano niente ormai. come quandi plitici sinistra parlavano di operai e contadini, pane e lavoro,, giustizia e libertà. = ottocento, ormai, fuori contesto, come se lei avesse detto ‘poscia’. (ah ah) O come se stesse leggendo ‘da quarto al volturno’. e che palabras, quindi.. ma la risposta laveva già dentro, proprio in errorichefaceva non solo di battirura ortogafia, maaanke in qvelle frasi di grammantica out 8 pardon9 , cioòè con parole e farsi storpiate. parolenuove nate ad esempio da somma di interi, come apunto parolenuove’, o da incastri, come ‘scibrisciare’, o a volte anche inventate. e perché no? il primouomo che aveva proferito la prima vagamete articolata parola, non se l’era forse inventata. mi ricordo il vecchio film ‘la guerra del fuoco’ dove dialoghi tutti gh e atr, primeparole. è belo inventare, purchè un po’ si capisca. enon era cosa nuova anche in suo secolo, perquèciavevano già pesato prima di lei dei poeti veri o stampati per tali. e allora non doveva ininconscio sentire snsocolpa prima di usare splendido splendente e di legarsi persmpr auna lavastofiglie: bastava usare splend 8 cioè solo la radice 9, o inventarsi splendiscente. carino, no? e così con ‘asciuganani’ ( anche se politically no correct, pardon l’inglese + francese, che confusione di idee) o con ‘vagaribondo’ ecceteracetera…, dubiosatuccia con ‘ avantimieiprodi’… e così via nel tempo, lei fece così. e altri come lei. altri più di lei. finchè mercato vendite politici ci si misero anche loro e tutto finì come era cominciato.. in principio era il caos…

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