senza titolo

Aprire una porta.
Socchiuderla lentamente.
Incerta la mano e l’intenzione.
E poi, quale porta? Una qualsiasi? O una per tanto tempo guardata e fissata, nei suoi colori promesse e nel suo essere fermamente chiusa? Tenacemente serrata come una sfida?
Ogni porta è un mistero da svelare
E’ mondo sentiero da percorrere e capire.
Socchiudere una porta, più porte, vuol dire moltiplicare i giorni i colori le vicende della tua unica e sola porta. Perché oltre a questa tua porta ce ne sono tante altre ,ma tante tantissime.
Aprire ‘altre’ porte significa divorare ‘altro’ tempo, o gustarlo con lentezza, cercandone sapori e fili che legano giorni e luoghi e personaggi come pagine.
Fin da piccola una porta, due porte, tante porte mi si andavano aprendo davanti agli occhi della fantasia. Era mia madre che me le apriva e che mi mostrava i miracoli oltre la soglia, oltre altre porte di stanza in stanza. Miracoli che con naturalezza parevano parlare di cose vere, di tutti i giorni. Che con naturalezza lasciavano intravvedere uomini barbuti, isole, mongolfiere, onde, re e regine. Fiori e foreste.
Se mia madre non mi avesse mai aperto la prima porta, e la seconda e tutte le altre poi, quando mai avrei imparato questa pratica di ‘apriti sesamo’ , talvolta affiancata da un abracadabra?
Così, il suo ‘apriti sesamo’, parola magica della sua curiosità e dei suoi innamoramenti, divenne la chiave anche della mia curiosità.
E assieme a queste due parole che fendevano la roccia facendo apparire tesori di luoghi lontani, c’era un altro passepartout , per me: la voce stessa della mamma, con quel timbro speciale speciale. La voce con cui lei mi accompagnava di là dalla linea di confine; la voce, con cui snocciolava e sgranava parole in fila una dopo l’altra, era voce uguale e monotona e un po’ triste, come l’aveva imparata in quinta elementare; ma era anche una voce sempre innamorata delle porte e carica di aspettative.. E l’unica che sapesse usare. Ed era quella che faceva sembrare più caserecce e quotidiane ed umili le cose che vivevano nell’oltre.
Finché pian piano imparai anch’io ad usare chiavi normalissime o grimaldelli per far scattare serrature ed entrare, e per andare avanti da sola.
Parlo anche ora di porte.
Perché in questi recenti segmenti di vita non riesco più a socchiudere né porte né finestre. Né a voler scorgere uomini e mongolfiere….Né a lasciarmi incuriosire da alcunché. Né a farmi convincere dal ricordo di una vecchia voce lontanissima
Che di porta in porta riusciva a vedere e vivere rivivere vite storie episodi di altre vite, fino a commuoversi e a farmi commuovere..
E non basta il buco della serratura per farmi entrare con gli occhi e con la mente in una serie di più ricchi pensieri sentieri , come quando si va dentro al tepore o al gelido freddo umidore della casa di un altro o di nessuno.
Se non so più usare la formula magica, è – forse – perché non mi aspetto di poter voler dover conoscere altre porte di stanze case corridoi,luoghi della vita.
Non c’è più alcun aggancio con le porte, o quasi.
O quasi – dico – perché fin che esiste il rimpianto di non saperle aprire le une dopo le altre, di non saper muovere i passi di porta in porta o in corridoi tra specchi barocchi e stanze che si aprono su altre stanze simili a quelle di Marienbad, finché c’è questo rimpianto forse è ancora possibile tentare. Chissà.
E poi gioca a mio favore, forse, il fascino persistente delle porte, quando le vedo esposte nelle vetrine, porte vecchie e nuove, stuzzicanti come se ti parlassero con parole invisibili da là, da oltre i vetri e da oltre il calore delle luci. E riesco ancora ad essere capace di entrare nei luoghi dove vendono le porte. E con occhi incantati. A volte ne compro una , o la prendo in prestito, se si può. Oppure mi piace ascoltare chi parla di porte, di ciò che ha scoperto dietro il loro aprirsi, e del desiderio che sospira dietro ad ogni passo del metaforico viaggio.
Riesco… Mi piace…Ma poi…
Ma poi, una volta a casa, un raggio immobilizzante mi trattiene, mi ferma ed annoia ed imprigiona. Non è un raggio incendiario, ma ugualmente allontana vanifica impedisce. Incenrisce. Ed io mi perdo nel silenzio e nel cieco buio di porte chiuse.
Comunque mi chiedo: Che senso impulso istinto slancio trovare, e dove, per entrare - dopo aver socchiuso a fatica un uscio?
Forse, per aprire una porta nuova, per muoversi felpati con occhi attenti ai percorsi …, per saper assaporare il miele e l’amaro, per immaginare e pensare…, per imparare, per cedere al piacere o al dolore, per penetrare in un mondo sconosciuto, per fare questo ed altro ancora… , forse il segreto è sapersi mettere in gioco in una storia che non ci apartiene, non ancora.. È saper sfidare ciò che verrà e che ci è ignoto. È saper ricevere i segreti e le storie dietro le porte, con lo stesso spirito di avventura, spontaneità e casualità di chi ha riempito gli spazi i corridoi le stanze i paesi e i paesaggi dietro ogni porta. Insomma, in poche parole, potrei ritrovare il fascino delle porte e la loro ricchezza riscoprendo il saper dare qualcosa di me?. Come la noncuranza generosa, par exemple? Come il Se vuoi andare vai.? Come il Saper Amare, che è anche Il gancio che ti attacca ad un lembo di vita? Ovvero Il coraggio di vivere ? ovvero il coraggio di dipanare normalmente ciò che resta del vivere?.Ma è sicuramente Amare il verbo più importante, tra quelli citati.. Amare tutto, di ciò che ha a che fare con l’umano. Amare senza timori o sospetti o condizioni….Amare diventa allora aderire a tutto ciò che popola i mondi delle porte.E’ navigare su nuovi mari con avida curiosa ricerca di nuove terre…
Socchiuderla lentamente.
Incerta la mano e l’intenzione.
E poi, quale porta? Una qualsiasi? O una per tanto tempo guardata e fissata, nei suoi colori promesse e nel suo essere fermamente chiusa? Tenacemente serrata come una sfida?
Ogni porta è un mistero da svelare
E’ mondo sentiero da percorrere e capire.
Socchiudere una porta, più porte, vuol dire moltiplicare i giorni i colori le vicende della tua unica e sola porta. Perché oltre a questa tua porta ce ne sono tante altre ,ma tante tantissime.
Aprire ‘altre’ porte significa divorare ‘altro’ tempo, o gustarlo con lentezza, cercandone sapori e fili che legano giorni e luoghi e personaggi come pagine.
Fin da piccola una porta, due porte, tante porte mi si andavano aprendo davanti agli occhi della fantasia. Era mia madre che me le apriva e che mi mostrava i miracoli oltre la soglia, oltre altre porte di stanza in stanza. Miracoli che con naturalezza parevano parlare di cose vere, di tutti i giorni. Che con naturalezza lasciavano intravvedere uomini barbuti, isole, mongolfiere, onde, re e regine. Fiori e foreste.
Se mia madre non mi avesse mai aperto la prima porta, e la seconda e tutte le altre poi, quando mai avrei imparato questa pratica di ‘apriti sesamo’ , talvolta affiancata da un abracadabra?
Così, il suo ‘apriti sesamo’, parola magica della sua curiosità e dei suoi innamoramenti, divenne la chiave anche della mia curiosità.
E assieme a queste due parole che fendevano la roccia facendo apparire tesori di luoghi lontani, c’era un altro passepartout , per me: la voce stessa della mamma, con quel timbro speciale speciale. La voce con cui lei mi accompagnava di là dalla linea di confine; la voce, con cui snocciolava e sgranava parole in fila una dopo l’altra, era voce uguale e monotona e un po’ triste, come l’aveva imparata in quinta elementare; ma era anche una voce sempre innamorata delle porte e carica di aspettative.. E l’unica che sapesse usare. Ed era quella che faceva sembrare più caserecce e quotidiane ed umili le cose che vivevano nell’oltre.
Finché pian piano imparai anch’io ad usare chiavi normalissime o grimaldelli per far scattare serrature ed entrare, e per andare avanti da sola.
Parlo anche ora di porte.
Perché in questi recenti segmenti di vita non riesco più a socchiudere né porte né finestre. Né a voler scorgere uomini e mongolfiere….Né a lasciarmi incuriosire da alcunché. Né a farmi convincere dal ricordo di una vecchia voce lontanissima
Che di porta in porta riusciva a vedere e vivere rivivere vite storie episodi di altre vite, fino a commuoversi e a farmi commuovere..
E non basta il buco della serratura per farmi entrare con gli occhi e con la mente in una serie di più ricchi pensieri sentieri , come quando si va dentro al tepore o al gelido freddo umidore della casa di un altro o di nessuno.
Se non so più usare la formula magica, è – forse – perché non mi aspetto di poter voler dover conoscere altre porte di stanze case corridoi,luoghi della vita.
Non c’è più alcun aggancio con le porte, o quasi.
O quasi – dico – perché fin che esiste il rimpianto di non saperle aprire le une dopo le altre, di non saper muovere i passi di porta in porta o in corridoi tra specchi barocchi e stanze che si aprono su altre stanze simili a quelle di Marienbad, finché c’è questo rimpianto forse è ancora possibile tentare. Chissà.
E poi gioca a mio favore, forse, il fascino persistente delle porte, quando le vedo esposte nelle vetrine, porte vecchie e nuove, stuzzicanti come se ti parlassero con parole invisibili da là, da oltre i vetri e da oltre il calore delle luci. E riesco ancora ad essere capace di entrare nei luoghi dove vendono le porte. E con occhi incantati. A volte ne compro una , o la prendo in prestito, se si può. Oppure mi piace ascoltare chi parla di porte, di ciò che ha scoperto dietro il loro aprirsi, e del desiderio che sospira dietro ad ogni passo del metaforico viaggio.
Riesco… Mi piace…Ma poi…
Ma poi, una volta a casa, un raggio immobilizzante mi trattiene, mi ferma ed annoia ed imprigiona. Non è un raggio incendiario, ma ugualmente allontana vanifica impedisce. Incenrisce. Ed io mi perdo nel silenzio e nel cieco buio di porte chiuse.
Comunque mi chiedo: Che senso impulso istinto slancio trovare, e dove, per entrare - dopo aver socchiuso a fatica un uscio?
Forse, per aprire una porta nuova, per muoversi felpati con occhi attenti ai percorsi …, per saper assaporare il miele e l’amaro, per immaginare e pensare…, per imparare, per cedere al piacere o al dolore, per penetrare in un mondo sconosciuto, per fare questo ed altro ancora… , forse il segreto è sapersi mettere in gioco in una storia che non ci apartiene, non ancora.. È saper sfidare ciò che verrà e che ci è ignoto. È saper ricevere i segreti e le storie dietro le porte, con lo stesso spirito di avventura, spontaneità e casualità di chi ha riempito gli spazi i corridoi le stanze i paesi e i paesaggi dietro ogni porta. Insomma, in poche parole, potrei ritrovare il fascino delle porte e la loro ricchezza riscoprendo il saper dare qualcosa di me?. Come la noncuranza generosa, par exemple? Come il Se vuoi andare vai.? Come il Saper Amare, che è anche Il gancio che ti attacca ad un lembo di vita? Ovvero Il coraggio di vivere ? ovvero il coraggio di dipanare normalmente ciò che resta del vivere?.Ma è sicuramente Amare il verbo più importante, tra quelli citati.. Amare tutto, di ciò che ha a che fare con l’umano. Amare senza timori o sospetti o condizioni….Amare diventa allora aderire a tutto ciò che popola i mondi delle porte.E’ navigare su nuovi mari con avida curiosa ricerca di nuove terre…

3 Commenti:
ciao
zena
ciao clod :)
sto utilizzando il pc maritale, perchè ho problemi di connessione (anche logica, suppongo)
zzzzzzzzz
ciao clod...
su, posta qualcosa, da brava.
zena
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