martedì, marzo 20, 2007

C'è stato un tempo


C’è stato un tempo in cui
crescendo
mi chiedevo e richiedevo
quale fosse il Senso di ogni cosa,
di questa di quella e di tutto:
frammenti di filosofia
piccola e oziosa,
senza costrutto nè via d'uscita.


C’è stato anche un tempo
in cui più non sapevo se dire
e in che veste
i miei scarni pensieri
perché …tutto già detto e scritto,
da ieri, da sempre e da molti umani,
da profeti profondi , da teorie severe,
o da parole di vere poesie.


Ho preso allora le rime e frasi,
non mie,
che amavo e sapevo a memoria.
E le dicevo nel mio silenzio
per appoggiare le mie Domande
alle loro Risposte, e per capire,
in quelle remote sequenze,
la mia storia .


Ed infine ecco il tempo in cui
si perdono ad una ad una
le domande e tutto il resto.
In cui penso che il Senso è nell’oggi,
nel pescare e scartare,
nel dire, fare, baciare, giocare.
Ed è vero, sta proprio in piccole cose,
sottospecie del Sopra e del Tutto,
forse, o in vecchie poesie difettose,
facilmente erose dal tempo.
Piccole cose e parole : comunque le mie,
le sole che ho dentro e che sento ...




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venerdì, marzo 16, 2007

Paolina L



Non bella, né bellina, né graziosa o altro, Paolina si offriva agli sguardi della gente così com’era, senza trucco e senza inganno. Tanto da non togliersi da sotto il naso nemmeno quell’ombra di baffetti scuri che rendeva più grigia la sua espressione. Severo il suo portamento e così pure il suo vestito scuro: il collettino di pizzo a girocollo non bastava per dare luce a quello sguardo smorto … E poi non aveva, quel colletto, un’aria più claustrale che vezzosa e fru fru?
Il tocco finale lo davano i guanti ( anzi, i mezzi guanti), con il loro colore incerto e la vecchia trama consumata.. Non certo degni del suo nome, del suo casato! ma della tirchieria di famiglia, sì.
Va bene, va bene, riconosco che lei aveva avuto una possibilità in più, rispetto alle donne del suo tempo: aveva ricevuto un’istruzione pari a quella dei suoi fratelli maschi. O.K., ma a lei, che gliene veniva, enfin? ne aveva forse guadagnato in ampliamento dell’area di amicizie dialoganti e di viaggi? era diventata più elegante, più libera, nella parola e nei fatti? Ma neanche per sogno!
Perché quella istruzione le aprisse le porte della vera cultura, della vita e del mondo, avrebbe dovuto prima uscire dal clichè di donna destinata ad altro che al sapere e da quello di figlia silente obbediente. E invece era sempre lì, chiusa nella gabbia del clichè, della casa e del borgo, come in un busto rigidissimo di stecche di balena. Statica, quindi. E appena appena libera di respirare piano. Suo fratello Giacomo qualche ribellione l’aveva tentata, in età infantile o quasi: un ridicolo tentativo di suicidio …nella fontana del giardino, un altrettanto ridicolo tentativo di fuga… a piedi, e non so altro. Ma avendo avuto il privilegio di nascere uomo, aveva potuto uscire dal suo mondo asfissiante per entrare in quello del dibattito culturale e della scrittura poetica.. La stima e l’amicizia di alcuni nomi della cultura italiana lo incoraggiarono nella sua arte. E non fu solo, nell’affrontare situazioni come la malattia o la totale assenza di denaro.
Anche lei scriveva, per carità: ma che cosa? lettere, non poesie… Lettere filosofiche? No. Le solite lettere in cui si chiedono notizie dei figli degli altri, della vita (normale) degli altri, eccetera. E dove di sé si ha da raccontare ben poco di interessante, tutt’al più un lamento per la propria solitudine e prigionia.
Insomma, Paolina aveva avuto in sorte dei doni ‘così così’: dalla casa-prigione, all’austerità ottusa della famiglia,ad una madre matrigna e ad un padre padrone, avari negli affetti come pure nella gestione di un patrimonio sgarrupato.
Per una col suo aspetto e che non usciva quasi mai , diciamo tuttavia che qualche momento favorevole il Caso glielo riservò. Ci fu, intendo dire, chi la chiese in moglie: più pretendenti - semisconosciuti – bussarono alla sua porta. Ogni volta in lei aleggiava la speranza ,per la prospettiva di una vita fuori da quella casa… e di una realizzazione di sé nel matrimonio come tutte le altre donne. Anche se era un matrimonio combinato. Ma se sua madre portava i pantaloni in fatto di economia domestica e regole della casa, suo padre era esaminatore implacabile di tutti i pretendenti: questo no perché inadeguato il suo patrimonio, l’altro nemmeno, perché inadeguato il suo titolo nobiliare, e non parliamo poi di quello che chiedeva una dote più cospicua per sposare Paolina… I soldi dovevano entrare, e non uscire, da quella casa… E così Paolina, senza sperare di avere voce in capitolo, continuò a condurre la vita di sempre, anzi una vita più pesante perché alleggerita di queste ultime speranzose illusioni .
Dopo la morte dei genitori, Paolina aprì il portone di casa e fece preparare la carrozza. Non senza aver prima rivoluzionato tutto il guardaroba. Non aveva in mente grandi viaggi, non era abituata forse a pensare in grande o all’avventura… , o semplicemente doveva misurarsi con l’età e la salute… Si spostò per brevi tratti, per visitare quelle amiche con cui aveva corrisposto per tanto tempo, o per cercare altri luoghi ed altra casa, o per una gita di piacere. E fu in uno di questi brevi tratti che Paolina prese freddo, si ammalò e morì.

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sabato, marzo 10, 2007

La mia cara amica Clivia

la mia amica clivia, che coltivava il sogno da quest’estate ed anche da prima, si è comprata un nuovo computer. portatile, essenziale, ultrapiatto, non avrebbe sfigurato a suo tempo in 2001 odissea nello spazio. al posto del monolite o in qualsiasi altro ruolo di guest star: così bello, snello, scuro, elegante, così avanti di un passo rispetto ai tempi, così supertecnologico….
ci diamo, io e clivia, appuntamento per un tè, per quattro chiacchiere, e per… lui. io non l’ho ancora visto.
è nello studiolo.
al centro della stanza e del tavolo blu.
su di lui il cono di luce del lampadario.
intorno, le ombre della stanza e del pomeriggio invernale fanno da sfondo; e con la luce del cono le ombre fanno il chiaroscuro di un palcoscenico. al centro di tutto il primo attore.
la porta della stanza è aperta, spalancata sulla scena e la scena si mostra alle altre stanze della casa.
clivia ed io, parafrasando nelo risi, siamo nel cono d’ombra “ come selvaggi intorno al fuoco”, intorno alla luce dello schermo. lì a guardare le sue icone. lo sfondo del desktop. le foto della figlia lara tornata a casa per una vacanza. adoriamo immagini e funzioni. e si teorizza così, oggi, come ogni giorno ed ogni sera, quella specie di violenza ipnotica della tecnologia informatica, che può renderci catatoniche
nini, il marito di clivia, interviene aggiungendo il concetto negativo di spesa, quella del PC, in primis, e quella, imminente, della super lampada da tavolo. Ma la discussione è breve, perché Nini è in accappatoio. in procinto di doccia. e perché clivia è troppo contenta per star lì a discutere.
Clivia ed io torniamo “intorno al fuoco”, all’amor sacro e anche profano per la tecnologia.
l’acqua ha cominciato a scorrere nella doccia e tra poco nini uscirà; pian piano, clivia ed io andiamo a preparare un tè.
a tavola , sul tappeto vietnamita, le tazze bianche e il tè verde nella teiera aspettano . lei ed io stiamo finendo un discorso fitto fitto. la porta della cucina è aperta e questa scena di luce calda e soffusa e di aromi fumanti si affaccia sulle altre stanze della casa, sullo studio, sul salotto, sul breve corridoio che porta al bagno. Tutte le stanze a pianterreno sono una scena l’una per le altre…; sono un tutt’uno ovunque ti giri ad angolo giro. e ti accolgono con tappeti e piante verdi o piante fiorite anche d’inverno.
la porta del bagno si apre ed esce nini avvolto da fumi e vapori e profumo di sapone…. sceicco bianco , nel suo accappatoio di spugna…? uhm… non proprio….sembra avere un diavolo per capello e gli occhisaettanti, e non solo. c’è un ricordo letterario in quegli occhi: gli occhi di bragia del vecchio demone caronte. anche il tono con cui ci apostrofa non ha niente da invidiare a quello di “guai a voi anime prave!”
“ve lo dirò ioo come siete ridotte, voi duee !!”
clivia ed io lo fissiamo e ascoltiamo stupite, la bocca leggermente aperta, il labbro inferiore forse pendulo.
…… (?)
e io intanto penso ma cosa ne sa nini di come sono ridotta io, che ne può sapere lui, e come si permette…

“ mentre voi duee perdevate la testa davanti a quella macchina inerte, io sono passato per andare in doccia. nudo. nu - do! pronto a stupirvi. NIENTE!... caparbio sono ripassato TRE volte, con passo da palcoscenico…. nudo. scalzo. possente. e voi duee ancora NIENTEE!!”
……. (?)
un guizzo di follia di nini?
o… un esperimento di poesia visiva, naturalmente erotica?
non so.
so solo che sono salva…
…dall’incredulità…
…da uno stupore visionario….
…….(!)
(grazie, bill gates)

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I buchini violati

Quel pomeriggio d’estate suo padre le disse vieni con me .
Percorsa la curva del sentiero tra l’erba, lei si ritrovò nell’ombra del rustico dietro casa.
Sua mamma era andata a trovare la zia Imelde e a venderle due galline.
Si trovò, non ricordava come, stesa sul tavolaccio del rustico. Il suo vestitino azzurro e grigio a quadretti, quasi un prendisole, era sventagliato con la gonna sollevata; le sue gambe esili erano aperte e abbandonate, per metà a ciondoloni: sembravano quelle delle rane che vedeva saltare nel fosso. O che vedeva, morte e senza pelle, nella terrina vicino alla padella, pronte per essere infarinate e fritte.
Il nodo a farfalla del vestito le dava fastidio, dietro, sulla schiena, e lei non riusciva a dire niente.
Intanto la bocca la baciava là dove faceva pipì, e, sempre dove faceva pipì, la lingua la carezzava con durezza e la bagnava di tanta saliva ; il dito la toccava, la sfregava e premeva . Un altro dito più grande e più caldo chiedeva di entrare in un buchino così piccolo.
Lei teneva gli occhi chiusi; lei sentiva dentro, dalla parte dello stomaco , una forza e un peso che la tiravano giù, giù, come in fondo al fiume quando uno annega, nei film; e sentiva dentro un gusto di miele, di miele amaro, perché sapeva che non era una cosa giusta, lo sapeva.
Ma intanto il cuore batteva rapido e strano nelle mutande, anche se le mutande, là, non c’erano più.
...
Dopo solo un anno, lei, ancora piccola piccola, era diventata grande. Capiva cose che prima neanche vedeva.
Sapeva di saper pensare, da sola.
Soprattutto riusciva a guardare suo padre dal basso in alto con aria di sfida, con gli occhi grandi, sgranati, volti all’insù verso la faccia di lui e senza paura: come quelli di un piccolo golia magro e minaccioso. Avrebbero saputo parlare da soli, i suoi occhi, e rinfacciare, rimproverare e impedire qualsiasi fuga della memoria. Ma lei – assieme agli occhi - preferiva alzare anche la voce, naturalmente quando le orecchie di sua mamma non erano lì a sentire. E la voce, con quel suo dialetto sghembo, tagliava l’aria e non ammetteva repliche. Lei salvò così le sue sorelle dalla violazione, ed un pochino salvò anche se stessa. Intendo dire dallo strano miscuglio di umiliazione e di inverosimile, ingiustificato senso di colpa.
Ma i buchini violati lasciano tanti segni, difficili da cancellare.
...
Da grande lei amò molti uomini, talvolta a lungo , talvolta per poco, ma sempre con passione, con soddisfazione dei sensi e, credo, del cuore. Per lo più li sceglieva - forse inconsciamente - nel cerchio dantesco dei traditori: uomini sposati che, andando con lei, tradivano figlie e mogli.
Era dunque una catena di ripetizioni, quella che lei aveva messo in atto: come a dire che , ripetuta tante volte, quella vecchia storia dell’uomo proibito e del buchino violato non voleva dire niente e, forse, avrebbe finito per sbiadire. Forse.
Dopo tante inutili Ripetizioni, un giorno finalmente incontrò la Differenza, la scelse e se ne innamorò.
L’uomo ‘differente’ le apparve in tutta la sua potente negazione della figura paterna: assenza di vincoli e legami, occhi chiari, capelli spettinati, storie di viaggi e di mondo alle spalle, culto dei libri belli e di tante altre cose. Si amarono senza dirselo: e lui le fu maestro nella sfida degli sguardi o dei silenzi. Si amarono dicendoselo : si corteggiarono tra discorsi, racconti,confessioni e qualche poesia che lui le regalava. E lei imparò da lui la ricerca di parole belle e le emozioni dalle sfumature sensuali. Si amarono e amarono e amarono.
Ma lui - non so perché – dopo qualche anno e dopo vari, incerti messaggi subliminali, un giorno se ne andò: senza nemmeno una promessa... La salutò recitando la Tristezza e l’Inevitabile, con una dolcezza tutto sommato avara e forse anche un po’ bugiarda.
Il mondo , come si dice, le crollò addosso, o comunque la sconquassò ben bene. Lo sconquasso più forte lo ebbe quando, pensando e ripensando, scoprì che in realtà, ancora una volta, lei aveva scelto in quell’uomo non la differenza ma la ripetizione.
Andandosene all’improvviso, ad esempio, era o non era stato un Traditore?
E ancora: non erano forse un’allusione al ‘padre’ quei capelli spettinati, sì, ma un po’ grigi, un po’ bianchi?
E quel dichiararsi suo Maestro di raffinatezza, di pensieri belli, di Luoghi da esplorare… non era un proporsi come ‘creatore’? cioè come chi aveva ‘dato la vita’ alla materia inerte dei pensieri di lei?
E la prima volta che si erano incontrati, lei non portava forse un vestitino azzurro, quasi un prendisole...?
Quando, quando il buchino violato avrebbe perso la pesante eredità di ossessioni nascoste?
...
Un giorno lei si sposò con un uomo di cui nessuno sapeva nulla e che sembrava non assomigliasse a nessuno.
E andò quasi subito a stare via, buttandosi alle spalle luoghi, persone, parole, gesti, sorrisi e fardelli.
Ma forse non bastò, perchè lei, pur dormendo con lui, dopo un po’ finì per negargli il suo buchino: era vendetta per le proprie sconfitte subite in passato?
O era solo semplicemente disamore?


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Il popolo degli intrusi


Sono sopravvissuta. Sono ancora viva. Anche se i giorni si fanno un po’ più freddi. Anche se il cielo è sempre meno pieno di luce.
Scendo a volo radente.
Sì. Ci sono solo io della mia squadra. Le altre unità sono state schiacciate dalla violenza nemica. E la violenza nemica - pur di annientarci - fa ricorso a qualsiasi arma, anche improvvisata. E per noi, di natura pacifica, qualsiasi arma è fatale, nefasta, perché non sappiamo né combattere, né difenderci contrattaccando.
Tutt’al più sappiamo nasconderci e trovare rifugio nei posti più impensati. Sappiamo appiattirci fino a diventare bidimensionali. Ma anche questo serve a poco, di fronte alla determinazione di chi ci è ferocemente avverso.
Le nostre razze, benché differenti e contrapposte, hanno convissuto fin qui abbastanza pacificamente, in una calma apparente. Per noi, ’loro’ erano gli umani, i più forti, i più evoluti (forse ) , mentre noi, per ‘loro’, eravamo una presenza accidentale e blandamente fastidiosa . Blandamente? Ora non più. Come se noi fossimo improvvisamente diventati - per gli umani - il popolo degli intrusi. Degli indesiderati. Dei paria, anzi, meno dei paria. Certo, il pericolo e l’ostilità sono sempre stati presenti, ma latenti, cioè non così come oggi, non come in questi giorni dell’odio.
Metafora. E’ come quando una stagione finisce... e i suoi segni continuano a permanere... e l’altra stagione tarda ad arrivare: quando ciò accade, nel passaggio troppo lento da una stagione all’altra gli umani non sopportano più i fantasmi di quella che sta per concludersi. Così,li vorrebbero eliminare. E cercano attorno a sé altri colori, altre atmosfere, oppure un clima diverso: hanno bisogno di questi passaggi e di queste differenze, - per stare bene; così come hanno bisogno di percepire l’alternanza di luce e di buio..., la fine dell’oggi e l’inizio del domani... Ne va del loro equilibrio...Ed è come se noi, razza aliena, fossimo dentro a questa metafora fino al collo: improvvisamente non rientriamo più nello schema mentale degli umani, nelle loro attese, in ciò che essi si aspettano dalla ”nuova stagione”.
Eppure, a me non sembra che la nostra presenza possa essere motivo di tanto fastidio e di tanta ostilità.
E poi, se gli umani hanno il diritto di ascoltare esigenze e bisogni dettati dal loro orologio biologico, pretendendo la “nuova stagione” secondo i sacri crismi, perché lo stesso diritto non vale anche per noi?
Solo che il nostro orologio biologico, a differenza di quello degli umani, si sta modificando, forse per adattarsi all’ambiente e al clima, a loro volta soggetti a grandi mutamenti. Così, mentre l’uomo pretende che l’ambiente si adatti alle sue aspettative, noi al contrario ci adeguiamo a ciò che muta intorno a noi.
Esempio: la mia permanenza sul pianeta avrebbe dovuto essere già terminata, ma il mio orologio biologico, ingannato da qualche elemento esterno, improprio e imprevisto, ha prolungato la mia vita qui, la nostra vita in questo luogo. Anche se il nostro colore è più sbiadito come quando stiamo per morire di freddo, anche se il cibo è meno abbondante, anche se non siamo più agili come un tempo nello schivare i pericoli o il colpo che uccide, siamo ancora vivi e siamo qui
:respiriamo,mangiamo,facciamo (seppur faticosamente) l’amore, voliamo, cerchiamo di ricostituire le scorte alimentari ed esploriamo nuovi rifugi. Eppure – incredibile a dirsi - è già la fine di novembre. E tante altre sono le stranezze attorno a noi, su questo pianeta: oggi per un attimo sono apparse alcune farfalle di neve, eppure nei vasi fanno ancora mostra di sé le rose colte nei giardini... I gerani continuerebbero a far fiori,...se non li avessero chiusi nelle “tane” del letargo invernale. La nostra vita, in questo luogo, dura dunque più a lungo: dipende dalla mutazione delle forme di vita inferiori, di cui ci nutriamo? O dalla diversa qualità dell’aria e dell’acqua? Comunque tutto confluisce nella teoria del “chi non si adatta muore”, la più accreditata. Tra gli umani, invece, circola l’idea della razza inferiore “impazzita”... In verità, si parla di noi come la “non-razza”: cioè una massa indistinta di micro-individui infimi, da schiacciare. Insetti. E ci definiscono con gli stessi aggettivi che usavano per i loro nemici storici, come i negri e gli ebrei. Così ci definiscono “sporchi” e una loro leggenda metropolitana vuole che, schiacciati dalla morte, noi emaniamo un odore puteolente, un fetore nauseabondo e inconfondibile..
E pensare che noi abbiamo visto “cose che voi umani nemmeno potete immaginare...” ( adoro questa frase di ’Blade Runner’) “Navi da combattimento in fiamme al largo di Orione... E ho visto raggi X balenare nel buio,vicino alle porte di Tannauser...E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo... Come lacrime nella pioggia...”
Ecco. L’ho recitata. Ho fatto mie queste parole, anche se non tutte mi si adattano: dov’è infatti Orione e cos’è Tannauser? Eppure mi risuona sempre dentro, questa frase. Col suo senso di ineluttabilità. Come ineluttabile sarà il mio destino: la mia fine è solo rimandata, e di poco. So bene che la morte verrà, per me come per il replicante interpretato da Rutger Hauer... E so che di me, della mia storia, dei miei sogni non resterà niente che non possa confondersi con altra (qualsiasi) materia... Come lacrime nella pioggia, appunto.
Di me, di noi, rimarranno solo involucri vuoti, come crisalidi ultrapiatte e senza vita; nel peggiore dei casi, dei nostri corpi resteranno solo impronte, stampate nel chiuso di qualche interstizio. Quasi come le impronte dei corpi umani sui brandelli di muro, a Hiroshima e a Nagasaki, dopo la deflagrazione.
L’unica cosa a cui non mi rassegno è proprio questa prospettiva di una morte che in un attimo ci appiattisce totalmente e violentemente; che, con la materia, annienta l’impalpabile nostro mondo interiore con le sue singole irripetibili storie. E in un battibaleno, ciò che resta è un pallido e piatto profilo anonimo, su un davanzale.
E’, questa, la prospettiva della morte per spiaccicamento. Come accade a quasi tutte le cimici del mio popolo.


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