lunedì, luglio 21, 2008

Tutto il mondo era un segno

Compleanno estivo


Tutto il mondo era un ‘segno’, dalla divisa di un soldato allo sventolio di una bandiera, dalle fiabe di magia agli slogan, ai protagonisti dei romanzi o alle atmosfere di sottofondo…E non c’era segno che non potesse essere sfilettato, sgranato e scandagliato, che non fosse conoscibile grazie ad indizi e ad informanti specifici Come quelli disseminati lungo sentieri interni a parole e a cose, a diversi livelli di profondità. E gli strutturalisti erano lì, con i loro righelli centimetrati, lì a misurare geometrie e relazioni e complessità del segno in esame. E sfoggiavano parole difficili.
Insomma, ai tempi di Roland Barthes, persino se ascoltavi una canzonetta di Guccini , ti veniva di cercarne e scoprirne a tavolino i segreti strutturali; o ti veniva di pensare ad una “Grammatica” dell’intero corpus canzonettifero del mitico professore, dato che su quei ‘segni’ rimbalzavano i significanti e i significati come tra infaticabili specchi, seguendo cadenze precise. L’idea di una grammatica unificatrice, poi, aveva quasi un che di teologico….

Finché un giorno non decisi di cambiare il mio rapporto con i segni. Da tempo ormai avevo cominciato ad avere a noia certe esasperazioni metodologiche, di cui leggevo e di cui spesso non capivo niente; inoltre gli stessi Padri fondatori avevano cominciato ad approdare a strade di più largo respiro. Non ultimo, Roland Barthes, che era morto.
Io cominciai a pensare che , se tutto era segno, anche questa morte aveva una sua valenza significativa. E se io qualcosa avevo imparato di segni e strutture, era ora di lasciare l’analisi dell’esistente per passare a creare, in proprio, i ‘miei’ segni personali. Per curare , cioè, gli elementi della mia comunicazione non verbale. Quella che, anch’essa – assieme alla ‘parola’ – mi presentava all’altrui lettura e interpretazione, sullo scenario quotidiano.
Conoscendo un pochino cosa fossero ‘significante’ e ‘significato’ e livelli degli stessi e tutto il resto, cominciai a pensare a come usarli e in che misura: in un dialogo muto con genitori – ad esempio - e con il mondo altro. Naturalmente non era affatto una novità il voler comunicare qualcosa di sé attraverso segni speciali, accuratamente scelti. Ne erano esempi banali la frase “ditelo con un fiore” o lo spunto che ne trasse la famosa dame aux camélias… Nuovo era invece il procedimento metodico e consapevole, non più solo intuitivo o frammentario o casuale.., che tanto aveva fatto parlare di sé in uno spicchio di secolo dall’anima semiologico-strutturale….

Quella mattina, una bella mattina di luglio, mi avviai verso la cucina per far colazione. Ero un po’ rannuvolata: non avevo ancora capito se quel giorno e quella data sarebbero stati numericamente importanti nonché un simbolico preludio di belle cose; o se il sipario si sarebbe aperto, come in tanti compleanni, su scene consuete.
Involontariamente l’aria un po’ nuvolosa della mia faccia assonnata comunicò ai miei –erroneamente– un umore forse contrariato e contrariante. Anche loro del resto non erano solari ma saturnini. E fu così, che sull’onda di sottili e non voluti segnali di fumo, si aprirono i preliminari della guerra. Nessuno mi fece gli auguri. N e s s u n o o ! Ed era presumibile che non ci sarebbe stato nemmeno un affettuoso regalo (...)
Tornata in camera mia, rimuginai il senso del rifiuto e un miscuglio di vendette umorali. Ah! Il numero dei miei anni non meritava forse di essere festeggiato come un’entrée sorridente nella fase più bella della vita? E poi, come si può dimenticare un compleanno? E la tortaaaaaa? Ahhhh!
Bene. Decisi che mi sarei festeggiata da sola e che mi sarei fatta il regalo adatto. Un regalo che, semiologicamente parlando, avrebbe risposto alla dichiarazione di guerra con una dichiarazione di guerra…
Se il codice del nuovo e del rinnovamento, come può essere quello di un genetliaco,implica segni precisi, tra questi non può non esserci il colore di ciò che indossiamo ( e/o – anche – di ciò che ci circonda ). Oppure, sempre nel caso del compleanno, è il regalo stesso a parlare attraverso i codici dei colori o della forma o della funzione o dell’allusione,ecc.: con essi si comunica anche il piccolo o grande sogno con cui si vorrebbe veder crescere la gioia del compleannato .
Altri sicuramente saranno i codici e i segni del caso, ma io mi fermo qui. Perché uscii di casa per andarmi a comprare un vestito nuovo: e ciò era insieme un regalo di me a me stessa, e un messaggio a chi lo volesse intendere.
Era una bella mattina di luglio, dicevo…
Nel negozietto di cristina non era rimasto molto della mia taglia. Ma ciò che restava dell’inizio dell’estate mi bastò per scegliere i pezzi della mia vendetta contro il silenzio.
Sarei entrata nella nuova solare vita del mio compleanno indossando una gonna e una maglietta. …Bè? Dirà qualcuno. Tutto qui? Ma no. Innanzitutto il codice della moda prevedeva ancora la gonna corta, ampiamente sopra il ginocchio. E io me lo potevo permettere. Così come era previsto anche l’eterno tessuto jeans: se orami si perdeva nella notte dei tempi il suo vago odore di mondo ribelle,qualcosa rimaneva pur sempre appiccicato alla sua texture.
Dunque, ad un primo livello di significati, la gonnellina jeans diceva che ero à la page, ma subito dopo suggeriva anche – con i suoi misurati centimetri di lunghezza – un’idea di sfida legata alla corporeità, alla dichiarazione di indipendenza. Si potrebbe qui invocare la presenza anche di un codice psicanalitico, fin troppo facile: la lunghezza della gonna, con quel suo essere stata decurtata, tagliata, staccata dal ‘corpo’ della stoffa madre, non richiamava forse alla mente il taglio del cordone ombelicale? In più, il colore del tessuto jeans, anomalo perché verde, non era una rivoluzioncella nella rivoluzioncella? Cioè un taglio anche con gli anni della storia ribelle e con i suoi codici iconografici? questa era una ‘mia’ rivoluzione personale….
Ed eccoci alla maglietta. Prima ancora di inoltrarmi in un’analisi dettagliata, vi invito a chiudere gli occhi:cosa evoca la parola ‘maglietta’? A me suggerisce un tessuto che tende ad aderire al corpo e alle sue forme, più che scendere dritto e a piombo sulle curve.. E poi? E poi: quella tua maglietta fina-a-a… che immaginavi tutto-o-o … La voce di baglioni parlava dunque anch’essa di corporeità …
Ma andiamo a vedere.
La maglietta era mediamente aderente; per di più poteva essere infilata dentro la gonna e una cintura avrebbe sottolineato i fianchi. Ma decisi di non esagerare: in fondo anche il mio fisique du rôle aveva qualche limite. La mia autostima ( codice psicanalitico) tuttavia non venne meno, dato che sul davanti della maglietta era stampata una grossa fetta d’anguria. In corrispondenza del mio generoso seno. E poi, proseguendo anche qui nell’uso del codice dei colori, si potevano interpretare altri messaggi. Il bianco della maglietta, se fosse stato tinta unita, avrebbe avuto altre cose da dire, ma qui, per il disegno accampato al centro, il bianco era messo in risalto solo come luminosità, chiarezza ( di idee), o – in un altro codice, quello psicanalitico - come il bianco di una pagina nuova. Altri colori bisbigliavano i loro sottotitoli : il rosso dell’anguria,il verde della buccia e –insieme – quello della gonna… erano terra, natura, frutti, sangue, vita e vitalità…; e molto altro, se si pensa alla fetta…
Ma diciamo che potevano bastare questa scelta e questi segni. Mi tenni addosso il mio messaggio, e il vestito vecchio lo riposi nella busta del negozio.
Entrando in casa, feci un giro di passerella e senza aprire bocca “comunicai” ai miei tutto quello che avevo da dire.
Poi presi il mio vecchio catorcio e andai a trovare un vecchio amico, su in collina. Lui aveva una casa in fondo al bosco – ereditata dalla nonna - e al telefono ( etcì!) aveva detto che era malato. Ma io gli portavo un cestino con un’ottima torta … E senza fermarmi a decifrare segnali e segnaletica attorno a me ( come quella sui lupi)…..

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