domenica, gennaio 28, 2007

Scrivere, Scrittura...


Scrivere. Scrivere. Scrivere.
Questa parola mi scricchiola dentro, invisibile, leggera.
Leggera perché spesso è vuota di cose da dire, e scricchiolante perché – così - il suo senso si sgretola, il suo senso non ha più senso. Eppure scrivere, scrivere, scrivere ha quest ’ aria così imperativa, questo tono di comando magari anche solo sussurrato, questo non so che di categorico nel senso di ‘morale’, direi.
Devo scrivere, devo scrivere, voglio scrivere.
E la parola scrivere sa farsi sentire, ascoltare, anche ubbidire, con il carisma della parola forte : i suoi suoni - sibilanti o duri - non ammettono repliche . O, graffianti, ricordano quelli della parola creatività.
Sì, oggi ho bisogno di essere creativa, e per ciò stesso viva, anche a costo di cominciare così, con parole qualsiasi come queste, man mano che vengono fuori, a galla.
Parole come queste che scrivo tanto per dire, per fare. Per carburare il motore. O anche solo per spostare più in là i pensieri di tutti i giorni.
E aspetto, aspetto di incontrare e cogliere – oggi o domani - il mio nocciolo della questione, quello che a dirlo mi sgraverà dell’ incerto. E, nella pars construens, mi consentirà fantasie tutte nuove .
Così che scrivere diventerà qualcosa di sacro, oltre che di profano: perché mi ridarà la dignità dell’essere attiva , del cercare un di più di verità anche nelle stranezze, del sapermi modificare …
Scrivere è dunque qualcosa di sacro, dicevo…
E .. la sacra scrittura?
...........


Sacra Scrittura

Un giorno Dio si annoiava.
Avrebbe voluto buttare via i soliti pensieri solitari.
Avrebbe voluto essere creativo, fare qualcosa.
Chiamò allora uno scriba ebreo e gli dettò una lunga storia…



martedì, gennaio 23, 2007

Tu Shirley, io Clod


Ho inviato una mail a Rubens, con una poesia che parla di un ventilatore a soffitto, eccetera. Risposta ultra sintetica ma molto efficace per la mia vanagloria: “meravigliosa”. Quasi quasi mi sembra eccessivo. Esagerato…!
Nel trasferire i files dal computer vecchio a quello nuovo, alcuni files non si aprono più, e li perdo. La poesia sui ventilatori è in uno di quelli perduti. Poco male. Mi faccio rispedire il testo da Rubens. Molto male, invece. Perché Rubens l’ha buttata via quella “meravigliosa” poesia…Bè? che ho detto? No, niente malizia. Siamo troppo amici Rubens e io perché io dubiti di lui. Dei suoi giudizi.
Gli mando, anzi, un’altra mia produzione: una serie di quattro poesie su , quattro piccoli ritratti di uomoni fichissimi, come Ligabue, Fossati, Zucchero e Zapatero. Passa una settimana. Ne passano due. Quattro. Io aspetto. Taccio e aspetto. A me piacciono molto quelle quattro poesie. Dopo due mesi, per caso, tocco l’argomento, lo sfioro, appena un po’ interrogativa. Hai ricevuto la mail con le poesie? Risposta ultrasintetica: non sono il suo genere. E’ perfino senza un briciolo di eco, questa frase semplice. Nulla che la prolunghi e tanto meno la vada motivando.
Del resto, non è andata così anche nella vacanza in Spagna? La sera, nei nostri quattro letti, si ripassava quello che avevamo visto e si programmava per il giorno dopo. E a volte io leggevo una poesia breve, perché il pubblico mi pareva adatto. Erano poesie portata da casa, volutamente stravaganti, giuste per un viaggetto estivo: una parlava di domande esistenziali come “che pullover mi metto?”; altre erano dedicate a una sogliola, a una guerra in Uzbekistan, e così via… Dopo aver declamato la poesia, la prima sera, …: niente, solo silenzio. E pensavo: sarà come nei concerti, dove si applaude solo alla fine. Invece era perché Amarillis e Clivia erano andate in bagno, e Rubens dormiva. Se gradimento c’era stato, non lo so, non mi è stato possibile saperlo. Mai.
Domani è il compleanno di Crassula. Il regalino l’ho già scelto e so che le piacerà. Biglietto. Lei l’anno scorso mi ha scritto parole belle. Io le scriverò una poesiola, una filastrocca breve breve, giusto per l’occasione. Di solito le gradisce, anche se sono un po’ strane a volte, originali, diciamo. Anche Clematide le apprezza, quelle che scrivo per la sua festa, e - forse un po' per compiacermi - le legge ad alta voce alle altre amiche presenti. Che sorridono meno, perché non cooscono me e il mio stile.... Salvia invece, non essendo un’appassionata di poesie né di filastrocche, si ritrova una frase semplice con gli auguri, o, tutt’al più un semplice distico spiritoso, che non può farle male… Infatti, lo legge, sorride anche lei, sopravvive e ringrazia.
E io ringrazio la mitica torta di compleanno o i pasticcini o lo spumante da stappare festosamente: in tutti questi incontri costituiscono il giusto scenario che valorizza i miei versi, le mie rime…. Che non mancano mai, anno dopo anno. E i miei versi , a loro volta, danno un tocco in più alla festa, ai volti delle amiche , rendendoli molto ma molto più felici: chi altri può vantare un compleanno con poesia??...

Ma, diciamocelo: posso trarre conforto da questi successi di filastrocche compleannose? Certamente non mi basta il pubblico sorridente di un così piccolo entourage….
Ho deciso infatti di spedire alcune poesie, tra le mie più belle, ad una rivista on line, a piccole case editrici, ad alcuni concorsi pubblicizzati in rete: ad esempio la poesia sugli entusiasmi morti per sempre, quella (bellissima...! ) sulla paura di vivere, quella sull’amore che mi ha tradito, o quella col titolo in latino “Tempus fugit” … E che dire di quella originale sui surgelati, o dell'altra sui ragni in cantina ?
Niente. Nessun segno di vita.
Non hanno saputo apprezzare …. ( sob)
...
Ma chi potrà mai capirmiii?...
...
Più ci penso, e più finisco per credere che il mio rapporto con la poesia abbia avuto il destino segnato fin dall’infanzia. Destino di ..."piccolo genio" incompresoooo!!. Di gradino mancante, per poter salire alla gloria… ( ehi! gradino mancante, non anello...mancante!)
Ricordo tutto perfettamente, come se fosse ieri. E mi rivedo, come in un videotape: la bambina di allora….

una mattina a scuola la maestra, bionda e Mafalda, dice alle bambine scolare che quest’anno andrà in pensione e non le porterà in quinta. perché sta poco bene. Quando è a casa, a lei , alla bambina, viene l’idea di una poesia , tutta in una volta o quasi. L’ha pensata col cuore. Ed è bella. Stamattina l’ ha regalata alla maestra bionda, che, orgogliosa, la fa leggere alle altre maestre raccolte a gruppetto. E la direttrice, orgogliosa anche lei, la fa leggere in tutte le classi con l’altoparlante.
Lei , la bambina, non la sa a memoria, neanche una parola, perché l’’ha scritta così di getto…. Sa a memoria invece la faccia da cattiva della figlia grande della maestra: là nella stanza della sua casa dove le bambine scolare vanno a ripassare la storia o ad ascoltare un vecchio disco . E le grida addosso cosa hai fatto, cosa hai fatto a mia mamma con la tua poesia… brutta bugiarda che l’hai copiata. Non azzardarti più, o te la faccio vedere io… te la faccio pagare… Lei, la bambina, non capisce bene tutte le parole. Sa solo che sono cattive. Ed ha paura. E non scrive più, per un po’.
Senza saperlo, questa è una poesia ( o una poetessa ) sconfitta…..
A scuola arriva, in ottobre forse, la giornata del risparmio e le bambine per il giornalino dei salvadanai e delle banche. A lei, alla bambina, viene in mente solo la vecchia storia della cicala e della formica. Allora scrive piano piano una poesia piccola piccola. Tanto la figlia cattiva della maestra Mafalda chissà dov’è, e magari non ci pensa neanche più, a lei, alla bambina. devono scrivere qualcosa
La poesia finisce sul giornalino del risparmio.
Ieri sera, prima di cena, viene a casa sua, della bambina, un signore che vuole intervistare e lei stranamente non ha paura. Le chiede di leggere le altre poesie. Allora lei va a cercare nei cassetti dei quaderni finiti, delle carte da disegno e delle sue piccole cose. Cerca, ma, come in un sogno , continua a spostare e sfogliare e le poesie non le vede più. Per fortuna sua mamma non le grida che è la solita disordinata e che deve pensare lei a tutto. E’ la prima volta che tace e fa finta di niente. Però non l’ha neanche aiutata. Chissà perché. E dov’è finito il quadernino con le vecchie righe piccole dell’anno scorso?la
Il signore intanto è andato via e non le ha fatto la foto per il giornale.
Così lei capisce che non diventerà una piccola bambina poetessa famosa, famosa e prodigiosa come la bambina attrice Shirley Temple. Mai….
E da grande…??
………….



lunedì, gennaio 15, 2007

Rappresentazione






( dai titoli di Tuttolibri, 29 marzo 19XY)


Che cos’è questa crisi?


Il cibo

salato
della poesia
…è come un cane
randagio


( e tutto,
alla fine,
è solitudine...)

Ma La scena del silenzio
ora parla:
nel cervello
riaffiorano
i draghi del passato.

E Un solo premio

conta:
la rappresentazione,

perché non crescano

grigi
( lontani dal palcoscenico )
l’aria del tempo,
gli amori circolari,
il bel veleno
prigioniero del cassetto.

venerdì, gennaio 12, 2007

Quattro stanze, sette nani, il Potere


Yo estoi siempre aqui. en mi casa . En estas cuatro habitaciones. Non sono arresti domiciliari, sia chiaro. Pero cada dia comincia così e finisce così … . Dalla colazione, alle abluzioni, al computer, forse una lavatrice, e via gli altri riti molto blandi, diradati e osservati con calma , y con indiferencia tambien.. A sera nulleggio fino a tardi. Tal vez pienso: ma che strano, è come se mi vida en cuatro habitaciones fosse normale. Però normale non è se penso che esistono tante cose da vedere e da fare, fuori e lontano da qui. Ma yo no puedo salir, ir a la plaza, a la playa, o a Madrid a ver el prado, o...quien sabe...! no puedo. Non so più camminare senza sentirmi scoppiare il respiro o piegare in due . E poi che dire delle mie paure? la gente mi è sempre più estranea.E infine devo ser prudente. El nuevo gobierno sta assumendo un volto poco rassicurante. Preoccupa persino il ministro plenipotenziario de la estetica y de los saberes . Ha i paraocchi naturalmente. e io lo temo, come temo i suoi compari. Così trascino piedi, plantari e pantofole tra casa e, per fortuna, anche giardino.Che mi allarga un po’ il respiro. E talvolta mi regala , con la sua architettura e i suoi colori, qualche immagine emolliente, lenitiva.
Questo jardin , con queste sue forme e strutture, non l’ho ideato io: era già così quando ho firmato il contratto per la casa. E così l’ho lasciato, in tutti questi anni .E penso che questo giardino, che ho incontrato qui, sia uno di quei capovolgimenti e scapriolamenti della Storia, con cui capita all’individuo di diventare il contrario di se stesso e del proprio passato. Quasi una nemesi storica, ma senza il concetto di colpe da riparare, credo. Se circa vent’anni fa io militavo nel Frente por la libéracion de los eNanos de jardin,… Se avevo portato con me, nella vacanza in tenda a Sagres, il nano liberato Mammolo … Se avevo scandito con gli altri compagni lo slogan eNanos unidos jamas seran vencidos!... Ebbene…adesso, un po’ mimetizzati tra foglie e rami nel silenzio verde…..nani, e nanetti spuntano qua è là sul retro fiorito della casa in cui sono venuta ad abitare. Una clausola del contratto prevede appunto la manutenzione e la cura delle creature di gesso. Io ho accettato: del resto, che potevo fare date le mie condizioni… La casa ad un piano, la sua posizione in collina, ed il resto si combinavano con la malattia e con i miei soldi. E quanto al Frente, era finito sfaldato anche lui , come e più di me: ingoiato da un processo di imborghesimento di idee e uomini, di appiattimento della cultura e della fantasia, di indifferenza verso l’ingiustizia e la collettività. Non c’è da stupirsi quindi del mio cambiamento, uno fra i tanti di questo periodo lungo, confuso e – pare – in discesa.
E io, dicevo, io che avevo rapito nani, che ne avevo riportato alcuni nei boschi della svizzera, che avevo fatto fare loro esperienze di viaggio, che volantinavo e manifestavo per la loro liberazione , adesso ero lì con loro, ed eravamo prigionieri tutti delle circostanze e del destino.
Loro, questi nani, sono qui da secoli, da quando lei, la precedente proprietaria, aveva scoperto di aspettare un niño: … immaginandone da subito le tonde guanciotte, la deliziosa boquita
sdentata e salivante…. e i ghe ghe gheee, dolci frammenti di voce sin palabras . Il mondo per lui avrebbe dovuto essere un jardin. Un giardino magico colorato e incantato, almeno per i suoi primi passi curiosi. Così lei aveva pensato. Con questa idea en la mente y en el corazon , lei ne coltivò un’immagine via via più ricca e precisa. Il ‘suo’ giardino. Aveva già il sole del meriggio, ma anche ombre lunghe di vecchi abeti e tutt’intorno i colori rosa e lilla delle ortensie.. Lei poi avrebbe disegnato aiuole con las flores de la primavera y del verano E ci sarebbe stato un tappeto d’erba su cui si poteva cadere, senza farsi troppo male, e una stradina di ghiaia per le ruote di un triciclo. Dunque un giardino con obiettivi a lungo termine… Ma per il bimbo ghe gh ghe, secondo su mamacita, mancava ancora un tocco magico. E le venne l’idea dei nanetti. Il tocco finale. Già li vedeva: uno là, da incontrare sempre, ad ogni risveglio e sgambettio; un altro invece tra le ortensie , quasi nascosto, deciso a farsi ogni volta cercare e scoprire dal niño, per gioco; altri ancora, accanto al sentiero ghiaioso: con lo sguardo dicevano dai, vieni, non aver paura, avremo cura di te…. E perché non metterne altri due, sorridenti ma fermi, a guardia del cancello?Questo era il sogno e così fu realizzato. Mentre il ghe gh gheee cresceva, al progetto iniziale si aggiungevano muri di edera e di rose rampicanti sul confine coi vicini. E questo è ancora oggi il giardino. Uguale nel tempo. Quasi un piccolo paradiso perduto: chiuso in se stesso tra piante, siepi ed ombre, si nega agli sguardi dei curiosi. Nonché ai pericoli contagiosi che fremono nell’aria in questi anni e in questi luoghi.
Los eNanos, despuès de muchos años, ci sono ancora tutti, todos : sempre curati, ridipinti. Uno solo esta muerto: in un incidente , mentre ghe gh ghee, giocava con gli amici a ‘Gulliver - Lilliput tre a zero ’.. Ma per quanto tempo le forze al potere ignoreranno me e i nanetti??
A volte mi sento come se recitassi un ruolo ambiguo….
Lo so, alcuni pensano che io abbia tradito la causa di un tempo ( alcuni, diciamo i pochi che sanno di questo mio giardino segreto) Altri, tra quei pochi, pensano che invece io sia una provocatrice , che io ( curandomi degli gnomi) mi sia schierata tacitamente contro el gobierno. Precisamente contro il Movimento per la Liberazione dei Giardini dai Nani, che gode delle simpatie del ministro.. Un movimento che esprime la voce della potente lobby dei giardinieri e dei costruttori di tosaerba, nonché la cultura del vuoto, ormai imperante. Sì, si chiama Movimento di Liberazione, ma, a differenza del vecchio glorioso Frente, (a) libera i giardini e non i nani; (b) non ridà alcuna libertà ,perché non vede l’anima che c’è nelle cose, anzi la nega o la uccide con le cose stesse. Quanti nani sono stati gettati in fondo al mare o all’oceano!! E poi, di che Liberazione e che Libertà si parla, se il principio ispiratore è l’estetica del “Buon Gusto”? e il Buon gusto è solo quello del ministro plenipotenziario? hanno buon gusto ad esempio solo quelli che si pettinano come lui con i capelli in avanti: gli altri sono kitsch e vanno “rieducati”. Oppure hanno buon gusto quelli che parlano con insulse metafore come le sue, quasi barocche e poggianti su un vuoto individualismo.
Io so che è solo questione di tempo. Ad ogni rumore improvviso – mi pare di sentire urlare gli uomini della milizia.. Il vecchio slogan eNanos de todo el mundo, unid vosotros! risuona, ma silenzioso, dentro di me. E’ solo il ricordo di una pia o pietosa illusione.

E’ successo! Nel silenzio della notte. A me non hanno fatto niente. Non mi sono accorta di niente. Ma chissà che succederà domani. Stamattina, all’alba, il dramma incredulo.. SPARITI I NANI DAL GIARDINO !!!... Il verde, i fiori, l’erba col sole, le ombre di abeti, il rampicante color rosso autunno… …. sono rimasti soli. Sguarniti. Soli, con tutti i ricordi impalpabili che mamacita ha lasciato qui, nell’aria, quando se n’è andata. Ricordi de los eNanos, de flores y de proyectos por su niño. C’è un senso di tragico vuoto nel giardino , come nei miei occhi . Dov’è pisolo, dov’è mammolo, e grufolo e … e tutto si confonde nel pianto imminente. Perfino i nomi degli gnomi. Con la cui anima in tutti questi anni ho dialogato ad alta voce, come fanno le persone sole. C’è un biglietto sul cancello. Come ho fatto a non vederlo prima? Presto. Leggerlo, devo leggerlo..!. Sembra un messaggio dei rapitori … e non certo un biglietto di ringraziamenti della milizia.... Dita frenetiche. Apro il biglietto Ne va del destino dei nanetti …Tremo… Perché per me non sono mai, mai stati dei pezzi di gesso qualsiasi, ma parte integrante delle mie giornate… Corpi di gesso con dentro un’anima vera. Cosa chiedono per la loro restituzione? qual è il prezzo del riscatto? Niente, nessun prezzo, nada. A nessun prezzo io y mi jardin potremo riaverli.. E’ un niente ir-re-mo-vi-bi-le. E non viene dalla milizia del ministro dell’estetica. Non viene nemmeno dal Movimiento de Liberacion filogovernativo e anti-kisch di cui sopra Viene invece da un gruppo nuovo, de la extrema-derecha extraparlamentare, che accusa i nani da giardino di collusione con la mafia e col terrorismo…, che tra i nani ha individuato i colpevoli di gravi delitti e calamità, a cominciare dall’assassinio di Kennedy fino alle invasioni dei clandestini del nordafrica. e alla recente guerra civile..
Dove saranno los enanos de yeso? che fine hanno fatto o faranno?
So che ghe ghe gh ghee è diventato un personaggio importante nella milizia. Che si possa sperare in un suo intervento, magari segreto per non compromettersi? non mi resta che ostinarmi in questo pensiero, in attesa che bussino alla mia porta.
sdentata

sabato, gennaio 06, 2007

Libération!


sono prigioniero.
no, non sono a guantanamo né a katmandù per colpa della guerra e/o ( absit iniuria verbis ) per colpa…dei miei ideali politici..; non subisco minacce e violenza nel senso carcerario autoritario e aggressivo del termine. però sono prigioniero. e patisco da anni questa condizione, che sembra far parte di me sin dalla nascita. anche se prima di arrivare in questo posto, in questa esperienza di vita, non me ne rendevo conto.
qui sono lontano dal luogo dove sono nato. chissà perché per tutti i prigionieri è così. mi manca il cortile grigio su cui si apriva il mio sguardo al mattino e si chiudeva la sera. e grigie erano – nello spiazzo vicino alla fabbrica - le facce di quelli come me, nella luce livida dell’alba come nel sole cieco del meriggio. mi manca quel grigio riposante e uniforme e qui, invece, è tutto un colore, uno diverso dall’altro. e anch’io sono stato costretto ad “indossare” colori, ogni anno rinnovabili.
tutto qui, il patire? no certo.
ho cominciato con la definizione di prigioniero, anche sottraendo e distinguendo: ma ciò che mi turba e sconvolge è che la mia anima, lei è la prigioniera. è infatti chiusa in un corpo che non le appartiene, con cui non ha affinità, sintonie. mutatis mutandis, mi sento come chiarchiaro nei panni sgradevoli e non suoi dello iettatore. mi sento cioè come quei personaggi pirandelliani che scoprono di vivere dentro una scorza, una maschera . come loro , anch’io ho scoperto la mia varietà e mutevolezza, plasmate dal tempo o insite nella mia natura.
il mio aspetto, poi, non mi rende merito. io, dentro, mi sento alto, snello, e se non fosse per il peso del patire, direi che non sento – dentro – il peso dei chili e degli anni, che mi sento più giovane, a volte molto giovane . ma il mio involucro esterno mi tarpa le ali, con le sue forme , la sua statura ed anche i suoi colori: nulla del “di fuori” appartiene a me come un “di dentro”. il conflitto persistente non mi fa mai stare in pace con me stesso e non ho un modello di identità con cui presentarmi al mondo. le mie forme tondeggianti, ad esempio, come le linee bonarie del mio viso, mi identificherebbero come appartenente alla razza dei buoni. ma io non sono e non voglio essere buono : io sento ad esempio impulsi omicidi verso chi non mi rispetta… vorrei distruggere quel merdosissimo uccello ( una tortora ) che ha cagato sulla mia spalla, pur sapendo che , in quanto prigioniero fermo e immobile, io non posso minimamente difendermi, contrattaccare, reagire. l’involucro in cui sono bloccato mi costringe anche a starmene tutto il tempo sotto la pioggia immobile, o nella nebbia: liberatemi! e portatemi almeno in luoghi più assolati,a madrid, a siviglia…. E non bastano cacche di uccellini e pioggia e vento. stamattina un cane mi ha pisciato su una gamba ed ha poi abbaiato a più non posso: ed io fermo. umiliato. impossibilitato a restituirgli pan per focaccia. impassibile di fuori, come se fossi un granatiere al quirinale. io non sono così. ma come, come, come imporre il mio essere se non c’è parola che esca da me e se non c’è azione, movimento??
e che dire della mia maschera esteriormente pacifica, asettica ? e pensare poi che altri come me hanno una maschera volta al sorriso, benevolente… Io, invece, avrei voluto piangere quel giorno, quando i bambini, dei semplici innocui (?) bambini, mi resero vittima di un incidente doloroso, durante i loro giochi, e io rimasi incosciente per alcune ore, spezzato e poi in qualche modo restaurato.
Non ne posso più. a volte invoco uno di quegli eventi casuali che sconquassano la vita , tragici e traumatici come in certi romanzi di McEwan. purché la mia esistenza ne resti scrollata e finalmente rinnovata.
liberatemi dalla fissità, dalla finzione di un cliché che mi vuole esteriormente così e sempre così. liberatemi dalla paura dell’assuefazione che potrebbe diventare , per me, un altro carcere…
Se non potrò mai più tornare nel luogo dove sono nato, nell’età dell’innocenza e della non consapevolezza, almeno concedetemi di lasciare questa duplice prigione: quella del luogo in cui sono e dell’involucro che mi contiene, esposto agli sberleffi di molti degli umani che passano di qui.
Liberatemi! qualcuno mi porti via! lasciatemi in un fitto bosco qualsiasi,all’ombra sicura di felci e cespugli , dove nessuno possa vedere la mia schiavitù e il mio tormento senza capirli.
sono il primo nano di gesso, a destra del cancello.

mercoledì, gennaio 03, 2007

pensierini per una graduatoria


le parole dell’invidia e della noia- la coperta scaldasonno é infilata con la spina nella presa di corrente vicino al tavolino con sveglia, luce bassa , libri e domenica quiz…Mentre la coperta fa di tutto per scaldarsi in breve tempo, lei se ne sta seduta con calma al computer.
la giornata è finita tardi. e tra poco si arriverà all’inconsapevole dormire. Telefoni e telefonini hanno finito le chiamate e gli auguri.
Lei va gironzolando tra i blog suoi e di altri. toccata e fuga. non é in vena di immedesimarsi, approfondire, capire e sentire .
ma una cosa, involontariamente, le salta agli occhi. certe blog-parole attirano la sua attenzione: la sua invidia e soprattutto la sua noia.
Invidia é per - anche semplici - parole attaccate alla vita, o alle piccole cose della vita ( piccole cose di pessimo gusto, citando Gozzano o anche i tre peschi e i tre meli sacrosanti nonché la Romagna solatia dolce paese, citando Pascoli). Invidia per barbe e radici e corrispondenzie sue (citando Machiavelli Niccolò ), sue cioè delle sopraccitate parole : barbe e corrispondenzie lunghe lunghe fin giù nel profondo, a succhiare una linfa vitale che poi nutre nelle parole le idee buone di futuro, di speranziella, ed altro ancora.
Quanto alla noia, non é la noia di Baudelaire, umida cella con ragni e pipistrelli, cielo basso e pioggia piangente, soffocante prigione e lugubre rullo lento di tamburi. Niente di questo.
la sua noia é meno barocca, meno traducibile in immagini e simboli. E’ anzi indefinita e sospesa e vagamente pesante. Non le consente di camminare. Di amare. Di curiosare nella vita, nelle parole scritte o da scrivere, e che altro…? anzi, le parole più sopra menzionate, quelle dell’invidia, ebbene anche quelle le vengono a noia, sul rovescio della stessa medaglia. E’ – la sua - la noia della depressione, una specie di vecchia colla che non attacca più: nemmeno un’etichetta su un entusiasmo piccolino, o su una voglia qualsiasi… E non nasce da uno stato d’animo perenne o da un languore nel DNA: sì, c’é un po’ di malinconia nelle eliche desossiribonucleiche, ma diciamo che la noiadepressa in questione , per nascere, ha anche i suoi buoni motivi, concreti, circostanziati. lei sta pensando, così tutta diventata di noia, fatta di noiadepressa, sta pensando proprio all’incremento di fatti e situazioni che instancabili sottraggono sabbia sotto i suoi piedi, che la fanno scendere giù e poi giù, nel buco di sabbia, fino alla garganta, come un cowboy sepolto in piedi fino al collo nel deserto ed il cui unico orizzonte è il formicaio vicino al suo occhio… Depressione e sprofondamento senza scampo.
pensieri su una vita in graduatoria - e mentre le coperta scaldasonno ignara scalda, lei pensa… A che? ai noduli nuovi che sono comparsi nei suoi polmoni, accanto a quelli che erano stati bloccati o ridotti con tante terapie.. Il tutto in un gioco di referti interpretati secondo canoni di volta in volta diversi: dalla critica intuizionistica, a quella vagamente esegetica o vagamente storicistica, e… boh? nessuna interpretazione semiologico-strutturale, né analisi comparative. Nessuno si preoccupa del nuovo referto, del nuovo linfonodo spuntato nel terreno infido della vecchia operazione; né preoccupa , lì appresso, quell’ombra nera che nessuno sa e vuole diagnosticare se non con uno stiamo a vedere… E che lei tra sé e sé può presumere sia un’altra massa tumorale,perché lei quell’ultimo referto – a differenza dei camici bianchi – l’ha letto ( anzi riletto più volte)... Un po’ i polmoni. un po’ il seno e un po’…altrove.. e che sarà mai? i camici bianchi da molto prima di natale tacciono. noh hanno tempo. Lei, invece, che non è una camice bianco ma che la pelle è sua, lei, sì, è preoccupata. E sollecita risposte che sembrano perdute tra presepi, ,giuste feste di capodanno, mancate promesse e silenzi.
intanto continua a sentirsi sul bordo di non so che, su un confine che si sposta lentamente verso dove non so. i diuretici non fanno quasi più niente per il suo immenso gonfiore e per il sistema cardiocircolatorio , toccato – come il linfatico - da colpi di coda della terapia salvifica (?). le tette e il torace sono edematosi, come le gambe. le pare di scoppiare. respiro corto, passi faticosi come qualsiasi movimento, aumento ponderale da spavento. cammina con le braccia scostate dal corpo pancione, come l’omino Michelin. anche per queste cose i camici bianchi vanno di fretta. comunque non cambia niente.
allora lei , ancora con questi pensieri nella testa, con tante parole ed esseri umani dei blog davanti agli occhi, ancora con gli auguri frizzanti dei telefonini per il nuovo anno, … lei pensa che c’è una graduatoria per il vivere tout court e la qualità del vivere. per il non riuscire ad infilarsi le calze o a pulirsi il culo, e il preoccuparsi di bisogni che Marcuse forse avrebbe definito bugiardi o secondari. qualcuno obietta che occorre prima di tutto distinguere tra sopravvivere e vivere, poi, e solo poi, si potrà parlare di qualità e raffinatezze dei bisogni. Sì, si può distinguere tutto quel che si vuole: e con questo, cosa cambia? come può non infiltrarsi in me la noia-depressione, se il pensiero deve badare alla sopravvivenza? se sopravvivenza e vita inesorabilmente convivono nella stessa classe di graduatoria, alla faccia di qualsiasi distinguo? senza contare che non posso farci niente..
notte.