Scirocco

L’estate di San Martino se ne sta acquattata sulla pianura e sulla mia via. Senza nessuna fretta o voglia di andarsene dopo un’ultima giornata di sole.
E’ fuori tempo massimo e da mesi ormai: pigra e vagamente sciroccata. Come tutti noi.
In questo caldo umido di finta estate, qualche pianta spinge fuori nuovi germogli, per errore.
Invece il ciclo di vita delle cimici si chiude: freddo o non freddo, loro – stupide, zurlando – sanno che è ora di entrare in casa e per qualsiasi pertugio, finendo spiaccicate negli interstizi più strani.
Le zanzare, anche loro, non hanno dato retta al clima, ma ad un orologio biologico; mese di chiusura, settembre. E anche loro si rifugiano in casa, insulse, stronze e iperattive. Disinteressate alla TV, compresa quella satellitare, aspettano che io vada a letto, a fare i cruciverba fino a tardi, e (Vzzzzzzz!....Vzzzzuuuumm!...Vzzzzzeuu!) a fare da bersaglio per ore ed ore… Lo so, sono spinte dalla rabbia per l’avvicinarsi della fine. Come i quattro replicanti di Blade Runner. Poi , una sera sono sparite, nel nulla.
Una vera piaga d’Egitto sono invece le mosche.
Innanzitutto non esistono mosche ben educate, e questo è risaputo. In virtù quindi di questo assioma, le sunnominate si precipitano dentro casa e odiose si posano su tutto: tovaglia, pane (!), orlo del bicchiere (!!), e via dicendo.
Ma ad attrarle è soprattutto l’essere umano. Sono io. Lo so. E questa sensazione mi inquieta.
Vado nello studiolo, per correggere o rileggere? La mosca è il mio seguito. Vado allo specchio per mettermi il collirio? La mosca viene a posarsi sulle mie mani, nel momento cruciale dell’operazione.
E mi sta appiccicata tutto il pomeriggio: mi ronza attorno alla testa, oppure osa sfiorare in volo il mio labbro superiore, sudaticcio; il lurido insetto arriva fino a tuffarsi nel groviglio lieve dei miei capelli. Inaudito!!
Allora comincia la guerra, a suon di vecchie enigmistiche che sbattono violente sul tavolo, sugli spigoli, ovunque. Fendendo l’aria come pale di un mulino a vento. Qualcuna ci resta. E finisce nella pattumiera o nel cesso. Ma a questo punto sono presa da un’altra sensazione . Che mi turba. Quando una mosca finisce ammazzata, sembra quasi che le superstiti ricevano dalla vittima, in punto di morte, un brandello di ultimo messaggio. E poi pare che tutte comunichino telepaticamente, tra di loro. Non per elaborare uno stato di allarme o un abbandono del campo, ma, e qui viene il bello, per decidere un piano d’attacco. Cioè: non le spaventa il mio violento giornale, e la sua macabra eco non funge da deterrente, no, anzi le istiga a reagire contro me, la nemica.
E l’attacco non è frutto della mia immaginazione: c’è veramente. Lo si capisce dalle modalità dei voli: traiettorie miratissime e poi feroci discese in picchiata, velocità da assalto, fughe acrobatiche. Non è una situazione normale. Io sono l’obiettivo. Loro mi “vogliono” colpire.
Un’altra tattica astuta è quella dei voli radenti e veloci vicino al mio viso e alle mie orecchie, voli inseriti in una sequenza mai vista prima: volo d’andata, rapidissimo volo di ritorno e breve stazionamento alla base, nuove partenze. E la base dov’è? Io scruto pareti e mobili, silenziosa, col giornale nascosto e pronto a scattare. Ma invano. “Loro” sono… sulle mie spalle o sulla mia schiena, cioè dove non posso vederle o colpirle…!
Le mosche, dunque, sembrano in grado di intelligere e di pianificare.
E hanno forse anche maturato, di generazione in generazione, una filosofia di vita.
Ad esempio, oggi pomeriggio, come al solito, in questa strana lunga estate fuori posto, mi sto guardando guardinga intorno. Per scovare la preda. Mentre scruto, ne vedo una,di prede, molto grossa, su una parete del retrocucina, accucciata e tranquilla tra una piastrella ed un pensile: abbastanza al sicuro, insomma, in quell’angolo. Studio la posizione giusta per poterla colpire: inforco gli occhiali, per vedere meglio.
E vedo che la mosca grande non è una mosca, ma due mosche. Una sull’altra.
E stanno copulando beatamente da un bel po’. Incuranti del pericolo.
Ed ecco spuntare la loro filosofia di vita.
E’ vero che hanno scelto un posticino mediamente sicuro, ma è altrettanto vero che avrebbero potuto nascondersi in un angolo più buio , o mimetizzarsi su un mobile nero. Invece no. No al raziocinio, con la sua prudenza e la sua perdita di tempo.
La loro scelta è stata un’altra.
L’istinto. Il corpo. L’attimo ( o più di uno) da godere.
La realtà è che percepiscono il clima da ‘Ultimi giorni di Pompei’ e quindi hanno fatto proprio il ‘carpe diem’ di Orazio, o il ‘non temere la morte’ di Epicuro, o il ‘prendimi dammiti currucucù’ di M.G.Buccella nella città appestata dell’ ‘Armata Brancaleone’. C’è tutto da perdere, ormai? Allora godiamo di tutto quel che si può, ora. E chissenefrega della ricerca del mobile più mimetizzante….!
Io approfitto di questa filosofia di vita e della mutazione genetica che l’ha resa possibile. Colpisco ed ‘affondo’ la nave nemica.
Poi le vedo. Le altre consorelle. Dopo la morte delle due mosche amanti, una ad una altre mosche arrivano lentamente, ad intervalli. Eccole, in fila, una accanto all’altra, sul pensile più alto del cucinino. Altre, immobili e minacciose, mi guardano schierate sul fragile lampadario. Altre ancora stanno arrivando. C’è nell’aria un ronzio sinistro, una promessa di vendetta. C’è anche un’atmosfera di incredula inesorabilità: come ne ‘Gli uccelli’ di Hitchkock.
Vado a chiudermi, col portatile, nel ripostiglio.





