venerdì, luglio 28, 2006

Scirocco


L’estate di San Martino se ne sta acquattata sulla pianura e sulla mia via. Senza nessuna fretta o voglia di andarsene dopo un’ultima giornata di sole.
E’ fuori tempo massimo e da mesi ormai: pigra e vagamente sciroccata. Come tutti noi.
In questo caldo umido di finta estate, qualche pianta spinge fuori nuovi germogli, per errore.
Invece il ciclo di vita delle cimici si chiude: freddo o non freddo, loro – stupide, zurlando – sanno che è ora di entrare in casa e per qualsiasi pertugio, finendo spiaccicate negli interstizi più strani.
Le zanzare, anche loro, non hanno dato retta al clima, ma ad un orologio biologico; mese di chiusura, settembre. E anche loro si rifugiano in casa, insulse, stronze e iperattive. Disinteressate alla TV, compresa quella satellitare, aspettano che io vada a letto, a fare i cruciverba fino a tardi, e (Vzzzzzzz!....Vzzzzuuuumm!...Vzzzzzeuu!) a fare da bersaglio per ore ed ore… Lo so, sono spinte dalla rabbia per l’avvicinarsi della fine. Come i quattro replicanti di Blade Runner. Poi , una sera sono sparite, nel nulla.
Una vera piaga d’Egitto sono invece le mosche.
Innanzitutto non esistono mosche ben educate, e questo è risaputo. In virtù quindi di questo assioma, le sunnominate si precipitano dentro casa e odiose si posano su tutto: tovaglia, pane (!), orlo del bicchiere (!!), e via dicendo.
Ma ad attrarle è soprattutto l’essere umano. Sono io. Lo so. E questa sensazione mi inquieta.
Vado nello studiolo, per correggere o rileggere? La mosca è il mio seguito. Vado allo specchio per mettermi il collirio? La mosca viene a posarsi sulle mie mani, nel momento cruciale dell’operazione.
E mi sta appiccicata tutto il pomeriggio: mi ronza attorno alla testa, oppure osa sfiorare in volo il mio labbro superiore, sudaticcio; il lurido insetto arriva fino a tuffarsi nel groviglio lieve dei miei capelli. Inaudito!!
Allora comincia la guerra, a suon di vecchie enigmistiche che sbattono violente sul tavolo, sugli spigoli, ovunque. Fendendo l’aria come pale di un mulino a vento. Qualcuna ci resta. E finisce nella pattumiera o nel cesso. Ma a questo punto sono presa da un’altra sensazione . Che mi turba. Quando una mosca finisce ammazzata, sembra quasi che le superstiti ricevano dalla vittima, in punto di morte, un brandello di ultimo messaggio. E poi pare che tutte comunichino telepaticamente, tra di loro. Non per elaborare uno stato di allarme o un abbandono del campo, ma, e qui viene il bello, per decidere un piano d’attacco. Cioè: non le spaventa il mio violento giornale, e la sua macabra eco non funge da deterrente, no, anzi le istiga a reagire contro me, la nemica.
E l’attacco non è frutto della mia immaginazione: c’è veramente. Lo si capisce dalle modalità dei voli: traiettorie miratissime e poi feroci discese in picchiata, velocità da assalto, fughe acrobatiche. Non è una situazione normale. Io sono l’obiettivo. Loro mi “vogliono” colpire.
Un’altra tattica astuta è quella dei voli radenti e veloci vicino al mio viso e alle mie orecchie, voli inseriti in una sequenza mai vista prima: volo d’andata, rapidissimo volo di ritorno e breve stazionamento alla base, nuove partenze. E la base dov’è? Io scruto pareti e mobili, silenziosa, col giornale nascosto e pronto a scattare. Ma invano. “Loro” sono… sulle mie spalle o sulla mia schiena, cioè dove non posso vederle o colpirle…!
Le mosche, dunque, sembrano in grado di intelligere e di pianificare.
E hanno forse anche maturato, di generazione in generazione, una filosofia di vita.
Ad esempio, oggi pomeriggio, come al solito, in questa strana lunga estate fuori posto, mi sto guardando guardinga intorno. Per scovare la preda. Mentre scruto, ne vedo una,di prede, molto grossa, su una parete del retrocucina, accucciata e tranquilla tra una piastrella ed un pensile: abbastanza al sicuro, insomma, in quell’angolo. Studio la posizione giusta per poterla colpire: inforco gli occhiali, per vedere meglio.
E vedo che la mosca grande non è una mosca, ma due mosche. Una sull’altra.
E stanno copulando beatamente da un bel po’. Incuranti del pericolo.
Ed ecco spuntare la loro filosofia di vita.
E’ vero che hanno scelto un posticino mediamente sicuro, ma è altrettanto vero che avrebbero potuto nascondersi in un angolo più buio , o mimetizzarsi su un mobile nero. Invece no. No al raziocinio, con la sua prudenza e la sua perdita di tempo.
La loro scelta è stata un’altra.
L’istinto. Il corpo. L’attimo ( o più di uno) da godere.
La realtà è che percepiscono il clima da ‘Ultimi giorni di Pompei’ e quindi hanno fatto proprio il ‘carpe diem’ di Orazio, o il ‘non temere la morte’ di Epicuro, o il ‘prendimi dammiti currucucù’ di M.G.Buccella nella città appestata dell’ ‘Armata Brancaleone’. C’è tutto da perdere, ormai? Allora godiamo di tutto quel che si può, ora. E chissenefrega della ricerca del mobile più mimetizzante….!
Io approfitto di questa filosofia di vita e della mutazione genetica che l’ha resa possibile. Colpisco ed ‘affondo’ la nave nemica.
Poi le vedo. Le altre consorelle. Dopo la morte delle due mosche amanti, una ad una altre mosche arrivano lentamente, ad intervalli. Eccole, in fila, una accanto all’altra, sul pensile più alto del cucinino. Altre, immobili e minacciose, mi guardano schierate sul fragile lampadario. Altre ancora stanno arrivando. C’è nell’aria un ronzio sinistro, una promessa di vendetta. C’è anche un’atmosfera di incredula inesorabilità: come ne ‘Gli uccelli’ di Hitchkock.
Vado a chiudermi, col portatile, nel ripostiglio.

sabato, luglio 22, 2006

Lorito


Nella quarta casa dopo la mia abita Carla.
E Lorito è il suo nuovo, strano pappagalletto. Strano, perché spesso sembra guardare con un occhio solo e con la testa di profilo, l’occhio in questione è ultraspalancato, come in un eterno stupore, e il suo portamento è a dir poco legnoso. I colori del petto, della testa e della coda sono l’unica cosa vivace che ha.
Carla l’ha comprato tempo fa dall’amico di un’amica. Lui tornava dal Guatemala e quella sera avrebbe raccontato la sua esperienza parlando spagnolo: per mettere alla prova quelli del corso serale. Aveva con sé Lorito, e anche vari oggetti di un mercatino equo e solidale.
A Carla era piaciuto subito, Lorito, e aveva anche il posto giusto per lui. Il posto giusto era un trespolo nel suo studio, proprio vicino ad un’ enorme stampa di Anonimo messicano con dentro figure e colori messicani. Insomma, un po’ di America Latina per il pappagalletto, uno sfondo, uno scenario, a due passi da lui. Per farlo sentire un po’ a casa sua.
D’estate, poi, il bianco delle pareti e dei pochi mobili faceva e fa pensare ad una luminosità tropicale: lo stesso vale per il caldo dei pomeriggi e per le pale bianche e lente del ventilatore a soffitto.
Tropici del Sudamerica? Claro que sì. Il merito però va anche alla colonna sonora. Un po’ maniacale. Infatti, chi va a trovare Carla si trova spesso ad ascoltare un CD cubano, o brasiliano, o anche di antico intillimano. Il piccolo guatemalteco però non dà segni di emozioni o di gradimento, non muove piuma né posizione dell’occhio, niente, nada: ma ... cosa potrebbe volere di più?
A volte, per alleviare eventuali nostalgie di Lorito, Carla legge ad alta voce in spagnolo: un romanzo breve e ‘facile’ di Garcia Marquez, cominciato e sempre da finire. Si ascolta , facendo finta di leggere bene, ma spesso – lo so - non capisce quello che dice.
Anche Lorito, forse, non capisce: lo dimostrano il suo occhio spalancato ed il suo corpo legnoso.
Per qualche tempo, anni fa, Lorito, per un caso straordinario, ha avuto accanto un compaňero de su continente, anzi, un Emblema del Sudamerica, con la E maiuscola ( ed era nello studio di Carlaaaa! )
Tutti quelli che entravano, magari un po’ sovrappensiero o anche no, vedendolo si prendevano un colpo, tutte le volte; anche chi era di casa sobbalzava incredulo, sempre, quando passava di lì. Sì, perché, (accanto a Lorito,) vicino alla parete là in fondo, c’era un uomo in penombra , alto fino al quinto ripiano della libreria.
Immobile, in piedi, sigaro spento, sorriso aperto ed enigmatico. Aveva addosso un’ombra di presagio e colori scuri. La sua sagoma si stagliava inequivocabile contro il muro e i suoi stivali da guerrigliero pestavano la moquette color stuoia, in quella casa così vicina alla mia. Soprattutto sembrava vivo: invece era un eroe morto.
Era il Che. Nientemeno. A grandezza naturale. Una sagoma di cartone che nelle librerie Feltrinelli reclamizzava il libro Senza perdere la tenerezza. Il libro parlava del Che, e lui, infatti, se lo portava infilato nella cintura. Era la sua arma. Il Che era rimasto lì finché la base e gli stivali di cartone non avevano cominciato a cedere e a farlo cadere. Ah, che presenza confortante era stato in quegli anni per Carla, per me e – amo pensare – per l’inconsapevole Lorito!
E la sua fine, lo confesso sottovoce, fu ingloriosa: come cartone, intendo, perché – per nostra mano - finì con la carta da riciclare. Fu come vederlo morire di nuovo, un’altra volta.
E la stanza parve vuota. Ed anche un po’ più padana.

giovedì, luglio 20, 2006

Lui che non abita più qui


L’ho visto poco fa in TV, e l’ho riconosciuto, dopo un attimo di stupore, mentre mi muovevo per la cucina e mi occupavo dei fornelli.
Era lui. Dopo decine di anni. In un film che non conoscevo e a cui avevo tolto l’audio.
Non l’avevo dimenticato, no, ma riposto in qualche posto, sì, giù in fondo. Pronta anche a farlo riemergere dalla memoria lontana, certo. E a recuperarne alcune immagini abituali. Ma sicuramente non l’avrei ricordato con “questi” particolari così vivi che mi sono trovata davanti appena adesso.
Come un inatteso e incredibile riassunto visivo di lui.
Ne ho riconosciuto il colore identificativo: fulvo, caldo, con quei riccioli ondulati.
Ho riconosciuto con sorpresa il suo modo di correre... L’ho visto venire verso lo schermo, e verso di me, con lo slancio totale delle grandi falcate e l’entusiasmo di un bambino.
Ho riconosciuto con affetto le sue mitiche orecchie al vento, nell’aria della corsa: quasi una scia dorata.
L’ho visto poi in braccio a qualcuno, tenuto a mo’ di infante, a pancia in su: ed ho riconosciuto, qui, la sua aria di botolo stupido, ciecamente innamorato di chiunque e pronto a qualsiasi posa.
Ho riconosciuto il suo corpo ciccioso.
La sua aria da eterno fanciullo.
L’ho visto, poi, su un tappetino stinto, sdraiato di fianco e addormentato. Ho riconosciuto allora l’aspetto triste che aveva nel sonno: come quello di un monello inerte.
Ho riconosciuto il suo abbaiare improvviso, anche per niente, e il suo correre via senza salutare.
Poi il film in TV ha cambiato argomento e sequenza. Dal cocker è passato ad occuparsi del suo padrone e poi a scene di guerra.
Sono rimasta un po’ così. Con l’impressione di lui vivo, assieme a tutti i suoi gesti e i suoi tic; e poi di lui sparito, un’altra volta, e non c’era più. Proprio più.
Ciao Kid.
L’avevamo chiamato Kid, come il Nembo dei fumetti.
Quando arrivò neonato in casa nostra, nessuno lo aspettava né sapeva niente di lui..
Mio padre quel giorno non passò per la porta del giardino, sul retro. Suonò invece il campanello dell’entrata principale, per fare più teatro..…
Andammo ad aprire la porta grande, io e mio fratello, e – mi ricordo - entrò un gran sole nel corridoio in penombra e sulle vecchie piastrelle lucidate a cera....
Poi comparve sulla scena il microbotolo, che dormiva ed era lì, proprio tutto lì, nel palmo di una grande mano .

mercoledì, luglio 19, 2006

Allucinescion


Prendo tante pastiglie ogni giorno e non ne posso eliminare nessuna.
Una di queste, lo dice il foglietto illustrativo, potrebbe avere come effetto collaterale la comparsa di allucinazioni, di cui il soggetto è consapevole, nel senso che non crede a quello che vede.
Letta questa controindicazione, non ci ho pensato più di tanto, se non per considerarne l’originalità. Sì, perché è a dir poco originale vivere “lucidamente” un’allucinazione. Senza contare che la pastiglia dagli strani poteri non è uno psicofarmaco. Poi ho pensato ad altro, perché questo effetto collaterale, quasi quasi, era troppo fuori del comune per poter essere preso pienamente sul serio.
Invece mi ha beccato.
Ed ora sono qui in compagnia di strane apparizioni.
All’inizio si trattava di flash: fugaci ombre non identificate, barbagli neri e veloci.
Io mi chiedevo: e se avessi problemi di vista? Oppure: e se mi fossi lasciata suggestionare dalla lettura delle controindicazioni?
Così scuotevo la testa e facevo spallucce.
Adesso comincio a pensare seriamente a come convivere con il fenomeno.
Queste allucinazioni sono strane e particolari, diverse da quelle vere: prima di tutto, le cogli solo con la coda dell’occhio e, secondo, spariscono in un battibaleno, come se non ci tenessero a farsi vedere. Terzo, non ti provocano nessunissima emozione.
Col tempo, poi, da flash neri sono passate ad un livello superiore, quello di flash con dei contorni riconoscibili.
Stamattina per esempio ho intravisto, tra il garage e la casa, la silhouette nera di un diavolo con piedi caprini: un attimo, e dal garage è corso a sparire dietro il muro di casa e poi forse negli orti dei vicini. Non ho avuto paura.
Un pomeriggio, nella sala d’attesa dell’ambulatorio medico, ho alzato la testa dal giornale e... ho visto la finestra che si spostava! Rapida rapida, stava andando dal centro della parete ad uno dei lati, tendine comprese: ma, capito che la guardavo, è tornata in un attimo al suo posto. E ieri? Stando in cucina ho visto, ne sono certa, la sagoma di un uomo che si teneva aggrappato faticosamente al davanzale della finestra,cercando la mia attenzione. Poi è precipitato, sparendo nel nulla. Assomigliava a qualcuno, ma a chi?
Queste figure veloci sono, sì, una seccatura, ma almeno non diventano presenze pesanti , ombre che sghignazzano, fantasmi che evocano ricordi, o che so io.

Ma anche questo vantaggio ha le sue controindicazioni, tanto per restare in tema.
Le figure sono tanto rapide nell’apparire e nello sparire, che (a) non fai sempre in tempo ad identificarle e la tua curiosità può rimanerne seccata; (b) finisci per dubitare delle tue facoltà: stavolta l’avrò vista o l’avrò immaginata per suggestione? E’ in agguato lo scetticismo, che ti fa vacillare; (c) le visioni estranee sono frutto di una pastiglia: e tu non ne hai colpa. E con ciò? Puoi forse confidare a qualcuno il tuo problema, liberamente ? No. Le visioni sono una compagnia che parenti , amici e vicini di casa non hanno. Perciò non puoi sfogarti: questa storia sarebbe troppo imbarazzante se raccontata a chi è normale. Finiresti con l’essere compatito, come un matto.
Succederebbe pressappoco così. Come dice e canta Dario Fo.
“ Ho visto un re “
“ Sa l’ha vist cus’ è ?”

“ Ho visto un re!! “
“ Ah, beh, sì, beh…”

Il nome del cane


Il nome del cane
Questo cane è un bastardo, un bastardino.
Nero, snello, il muso da volpino; pelo corto. Un po’ “corto” anche lui.
Seduto, sta nella posizione di chi scruta i dintorni: la sua schiena è dritta, le sue zampe tese, le orecchie vispe e puntute. Guardiano immobile.
E’ il cane dei vicini dei miei vicini, cioè abita un po’ più in là della mia casa.
Il suo nome è Ringhio, anche se la mamma dei suoi giovani padroni – quando viene in visita - in ricordo di vecchi western lo chiama Ringo.
Se è vero che c’è corrispondenza tra le parole e le cose da esse nominate, Ringhio ne è la dimostrazione: infatti non ha un bellissimo carattere.
Se dalla strada ti avvicini al suo cancello, lui ti fissa senza dar segno di emozione o di reazione. Ti fissa. Inespressivo. E anche tu lì per lì resti muto e inespressivo, perché lui ti ha bloccato. Smorzato.
Se poi cerchi di instaurare un semplice dialogo, perché ti spiace vederlo lì da solo per tante ore del giorno, lui non ascolta minimamente le tue parole: tu bamboleggi e lui abbaia insistente con toni acuti, così le sue parole coprono le tue. Non ti ascolto, vai via, questa è la mia casa, che ti frega di me ? Sembra dire.
Ringo dunque ti sfida e Ringhio, sordo ai richiami della socialità, ti umilia e ti allontana.
E’ fedele solo ai suoi padroni ed al loro territorio.
Quando al mattino presto i due ragazzi partono per il lavoro, il bastardino se ne resta lì, un po’ interdetto, sul retro della casa: fino ad un minuto prima, una festa di saluti , carezze, scodinzolamenti e gemiti…(quasi un orgasmo), poi la scoperta, ogni volta come se fosse la prima volta, di essere rimasto lì, infinitamente solo...
Io lo vedo, dal retro di casa mia.
E allora comincia il concerto di Ringhio, quasi un deghejo.
Col muso puntato verso un cielo indifferente, lancia un ritmo di luuuuuunghi guuuuuaiti tuuuuutti uuuuuguali e sottotono. Quasi un lamento umano prolungato e sottovoce: un’ angoscia sommessa.
Per un tempo che non finisce mai.
Tu da lontano, mentre fissi il tuo prato, non resti indifferente. Ma sai che non puoi buttargli una voce di consolazione. Sai troppo bene che non conti niente per lui e per il suo orgoglioso senso di appartenenza.
Comunque, non rinunci alla tua solidarietà –silenziosa - col piccolo bastardo.
E pensi che il rude Ringhio tra te e te lo chiamerai Pianghio.

Il nemico

E’ Orribile e Ostile.
E’ un Mostro.
Lo vedo e lo sento alle mie spalle dall’età dell’infanzia.
Non è una fantasia. Il Mostro c’è, esiste.
Del resto: chi non ha avuto nella propria vita un Nemico che fa Paura, che nessuno sembra poter disattivare? Un Nemico dentro, come la Fobia o i Fantasmi, o un Nemico fuori, come un Individuo odioso, stupido e immarcescibile?
Quanto al Mio Nemico, eccolo qua.
Innanzitutto è enorme ed ha una grande concezione di sé: ciò rafforza la sua superiorità.
Poi: forte della sua potenza e delle sue dimensioni, ignora i diritti degli umani. Come la Natura leopardiana, ad esempio, divora e distrugge dove capita.
A me ha divorato la Casa di quando si era bambini, quella con i comignoli gialli, e l’ha cancellata; ora abito qui, in quest’altra casa, ma in tutti questi anni ho visto il Mostro avvicinarsi, ancora e sempre, alle mie spalle, al mio spazio vitale, al mio confine: inesorabile.
Sì, perché il Mostro se ne sta acquattato proprio vicino al cuore del paese: così vicino che tocca case e strade e scuola, mentre con la coda, laggiù, lambisce il cimitero… Crescendo, si è dilatato in molti spazi non suoi.
E il suo Corpo , grigio e squallido, è sempre più espanso.
Di notte i suoi mille Occhi luminosi, visti da lontano, mentre guidi tornando a casa, fanno pensare ad un mostro alieno che ti osserva e ti aspetta. A volte, viste sulla linea dell’orizzonte e soprattutto in inverno, le sue luci fanno quasi pensare ad un albero di Natale sdraiato su un pezzo di pianura. Viste invece da vicino, cioè dal lato nord-est di casa mia, le luci perdono il loro alone fantastico: gli Occhi si rivelano per quello che sono, cioè i colpevoli che hanno inquinato e ucciso il buio vero, trasformandolo in una bruttura giallastra, notte dopo notte.
Di giorno, poi, gli Occhi spariscono e il Mostro torna ad essere quello che è: cieco e opaco.
E c’è inoltre la presenza del suo Respiro rumoroso, che mi sovrasta da sempre e fa da sottofondo alle mie azioni e ai miei pensieri. Sempre uguale.
E’ un Respiro pregno di miasmi e flatulenze con cui il Nemico ammorba l’aria. E’ un Respiro che respiro anch’io.
E’ un Respiro maledetto, che non vuole morire né dà segni di cedimento: anzi, anche se volte è catarroso, lancia fischi e sfiati in segno di sberleffo.
E’ un Respiro ossessionante. Soprattutto se penso alla sua eternità ed alla mia impotenza.
Questo scenario brutto e deprimente, che ha condiviso fin qui il mio vissuto, fa scattare associazioni con immagini e ricordi, ma solo quelli negativi …, come lui… Per questo lo guardo meno che posso.
Una volta invece l’ho guardato con intenzione e Perfido Piacere: è stato quando fecero esplodere una sua grande appendice, ormai vecchia inutile e spenta.. Un’appendice che, dritta nel cielo, aveva sempre sparato fetidi fumi nell’aria, stronza come una ciminiera. Finì miseramente, in quell’ultimo giorno, crollando in silenzio su se stessa…E io fissavo il suo misero moncone sbrecciato.
Ma anche se non lo guardo, il Mostro, lo sento, e non solo per il suo respiro perenne: sento più volte al giorno il suo grido, la sua voce acuta di Sirena, quasi un richiamo . O è invece un lamento degli uomini che inghiotte? Sì, il mostro inghiotte uomini più volte al giorno e anche di notte. Poi li vomita, a turno.
Dovrei trovare il coraggio di andarmene, lontano, in un posto senza mostri, sempre che esista, e non importa dove. Invece me ne sto nei miasmi : come in una nicchia di accidia.

sabato, luglio 15, 2006

Il balcone fiorito

I vicini dei miei vicini, dal lato sinistro di casa mia, hanno un balcone tutto fiorito.
Come tutti più o meno, qui. Ma i fiori di quel balcone non sono uguali agli altri nella via.
Sono gerani “parigini” e, visti da lontano o dalla strada, formano una cascata che non teme paragoni. E’ una massa enorme di fitti puntini rossi e rigogliosi, che attirano gli sguardi per tutto il tempo della loro stagione. Una lunga stagione.
I parigini del mio balcone sono sconfitti fin da luglio. Secchi. Da buttare. Ma io non faccio testo. Quando però , in pieno agosto, anche nella casa alla mia destra ed alla mia sinistra c’è aridità tra foglie e gerani, il balcone tutto fiorito continua ad esporsi, orgoglioso, agli occhi di tutti. E con fiori come panini.
Quando, in ottobre, una nebbia sottile mi fa azionare il tergi mentre vado al lavoro, passando guardo in su e continuo a vedere la cascata rossa. Solo lì.
Perché per me e per gli altri niente cascata?
Eppure il sole batte allo stesso modo su tutti i balconi, il caldo aggredisce allo stesso modo i nostri vasi, e anche noi li curiamo con acqua e vitamine.
A quali espedienti ricorra il vicino, nessuno lo sa. Lui dice che ogni anno a primavera va a comprare le piantine lontano, in una serra di sua fiducia (=?). Lui dice di usare un concime specifico, che però si trova normalmente in commercio (=?).
Ce la racconta giusta?
Qualcuno sostiene di averlo visto parlare con i gerani, sottovoce, di notte, quando per strada non passa più nessuno. Questa è una tesi che piace, forse perché sa un po’di magia. E se anche i rivoli della nostra invidia giocassero la loro parte? forse i gerani del vicino se ne nutrono e la trasformano in energia positiva...
E intanto, anno dopo anno, si ripete il mistero della cascata miracolosa: una leggenda, in questa via.
Solo nell’anno del grande caldo ( interminabile) anche il balcone dei miracoli aveva cominciato a cedere, con un senso di rovina. Lo stupore zittì ogni nostra precedente illazione sul mistero e qualsiasi mormorio maligno: per noi improvvisamente crollava un mito, come ne sono crollati tanti altri in questi ultimi decenni.
Per pudore, passando per strada, il nostro sguardo evitava di andare verso l’alto: Guardare, no . Sbirciare, nemmeno. Impossibile assistere, giorno per giorno, al declino della cascata rossa. Impensabile. Per un senso di pietas, quella dei latini…
Nessuno guardava.
E così, mentre nessuno guardava, qualcosa a poco a poco cambiava…..
In brevissimo tempo il mito, almeno lì, sul balcone, tornò misteriosamente a rosseggiare.

Le galline ovaiole

I vicini dei miei vicini, in fondo al prato dietro casa, rinchiuse dentro un piccolo recinto, hanno due galline, che mi dicono essere “ovaiole”.
Io le intravedo, ma non distinguo bene forme e dimensioni : mi sembrano snelle, di piume chiare o un po’ spente. Insomma, diverse dalle solite galline ruspanti ( o almeno da come le ricordo): quanto le une sono cicciosette, colorate, portamento semplice e coccodè da cortile, tanto le altre cercano di imitare le colombe con le loro pretese di eleganza. Il loro verso, poi, un po’ da soprano e un po’ da contralto, taglia l’aria per il lungo, verso l’alto, e ti rompe le palle.
Le galline ovaiole cantano tanto.
Non so se dopo aver fatto l’uovo o prima, in attesa che il minuscolo miracolo puntualmente si compia.
Fatto sta che l’uovo è la loro ideologia della certezza, è il primum ontologico della loro filosofia, l’essenza della loro vita, la loro sicumera.
E il canto è in realtà un Inno.
Dura per buona parte della mattinata, o del pomeriggio.
Le galline ovaiole sono sfacciate in questa loro ostentazione di una sorda e cieca felicità.
Mentre il loro Inno echeggia da un prato all’altro, non pensano ( e come potrebbero, le ottuse ) non pensano che la vita non è tutta lì, in un uovo.
Non sono sfiorate dal dubbio su ciò che è giusto e su ciò che non lo è.
Non sanno che il malcontento e la rinuncia sono un continuo déjà vu.
Non sono mute, in attesa di capire il Senso di una vita, fatta e da fare.
Non sono perforate dalla malattia e dalla consapevole fleboclisi della decadenza.
Non restano annichilite davanti ad un flash sulla vecchiaia.
Non si chiedono perché la gente cambi e gli amici partano per indirizzi sconosciuti.
Non pensano che ogni uovo può diventare metaforicamente una frittata.
...
Non vanno dallo Psicanalista
?...
Non sanno niente di Berlusconi.
?...
Ops!
...
Bè, a volte ... a volte invidio la loro fede ovoidale, che le fa essere felici e ignare ogni giorno...
...
E ... ascolto con più indulgenza quel verso fatto con voce di testa, e che non smette mai...