sabato, settembre 30, 2006

Praticamente una Metafora



autostrada
a tre corsie
verso milano:
folla di macchine,
di articolati e non.


andatura veloce, sole velato,
senso di indifferenza
nei mille parabrise,
che scorrono davanti a te,
e guardano dritto
davanti a sé.


anche dove sto io,
nell’oppostadirezione,
la corsa pigia il pedale
facendo ciò che le pare,
salvo scappare
o scegliere un altrove.
anche qui
sguardo fisso, in avanti,
si va, si deve andare...

mercoledì, settembre 27, 2006

La fragola e l'oasi (ospito la poesia di un amico, Ennebi)



piccola fragola dell’ombra,

frutto profumato,

non so che sentieri

dai giardini

d’oriente

ti portino a me.

A me sei promessa.

Un’oasi ci attende

in mezzo al deserto

e il cielo è già lì :

aspetta il tuo grido,

il tuo piacere e il mio.

Ti cercherà la mia bocca

e sarà bacio e carezza

o dardo saettante

E la mia rugiada

incontrerà il tuo miele:

le tue labbra fioriranno

martedì, settembre 26, 2006

Trascolorante


Nella stanza buia c’era solo lei, invisibile o quasi : facilmente trascolorante com’era, si confondeva con i colori e le sfumature di porte o di pareti, nelle cui solidità scivolava e svaniva.
La stanza, come le altre della casa, le pareva nota nei suoi particolari, anche quelli che il buio nascondeva . Ma sentiva che quello non era il suo posto.
Per quanto i suoi sentimenti fossero attenuati, ovattati, quindi nell’impossibilità di farla realmente soffrire o gioire, sentiva una sensazione di disagio: qualcosa di amaro serpeggiava nell’aria e dentro di lei. Non ne conosceva il motivo, anche perché si muoveva o trascolorava , sì, da una stanza all’altra, ma senza il senso della propria identità e di quella dei luoghi. Era in uno stato di lieve stordimento come quando, appena svegli, non ci si è ancora orientati dal mondo dei sogni a quello reale.
La cosa durava da qualche giorno. Cos’avesse provato e come avesse vissuto prima, non lo sapeva. Nessun ricordo preciso.
Nella casa c’era qualcuno, qualcuno che vi si muoveva, entrava e usciva, parlava al telefono o a volte da solo. Da sola, meglio. Perché – lo intuitiva – era un qualcuno di genere femminile. La figura della donna non le era chiara, se non nei contorni e in qualche colore: chi era? Cos’avevano a che fare l’una con l’altra? Chi le aveva messe insieme, e perché?? Anche l’altra la vedeva? E si poneva forse le stesse domande? Questi erano i suoi pensieri : leggeri e quasi informi, forse perché la sua mente era rimasta per metà in un altro posto, da cui era stata strappata.
I giorni e le notti passavano, ma lei era come perduta nel vuoto, senza nessuna coordinata. Trascolorando nell’ombra, aveva visto delle foto sulla libreria : sembravano quasi familiari, ma non avrebbe saputo dire di più, per riconoscerle o riconoscersi..
Una sera , mentre stava scrivendo nella stanza dei libri, la donna – alzata la testa dalla scrivania - la vide per la prima volta e la guardò, fissandola per più di un attimo. Non mostrava però il minimo stupore e sembrava, anzi, in attesa di una parola.
Lei si sentì come scoperta, in quel mondo non suo. E non aveva niente da dire. A chi, in fin dei conti? e perché?.. Così, nel suo consueto e ovattato silenzio, preferì trascolorare verso la porta scura e poi, via via , in altri spazi della casa, altrove …
Ma non era padrona dello spazio , cioè di muoversi e di uscire da quella casa: era vincolata ad un posto non suo . Ignara di tante cose. In mezzo a tante stranezze.
Anche la donna sembrava a volte - e a modo suo - a disagio, non padrona di sé o di progetti. Inattiva per ore, incapace a volte di reagire persino al salvaschermo del computer
E nei suoi pensieri si avvertiva un veleno persistente , capace di paralizzare qualsiasi azione e trasformare i pensieri in idee fisse.
E nel veleno c’era – densa – la paura del futuro e dell’ignoto, la paura di essere tremendamente sola , in compagnia di aggettivi come ultimo, finale, terminale…Tutto, poi, ( inazione, paura, idee fisse ) ruotava attorno alla scoperta del Male e alle parole “brutte”, fastidiose, che lo definivano e denominavano.
Per questo la donna attendeva una parola da lei . Almeno una.. E l’attendeva ogni volta che la incontrava nelle penombre della casa.
Poi, una sera, Trascolorante colse un’altra Presenza, lì con loro: Indefinibile, Invisibile e Silenziosa. Intimamente unita alla donna, era parte di lei. L’Entità , la Presenza, non usava parole per comunicare, ma un linguaggio cifrato e segreto, simbolico e allusivo. Trascolorante ne colse qualche frammento. “Vide” - in un’ immagine fuggente - protettive braccia di madre a forma di culla e con dentro un bambino. Intorno, i lunghi capelli a ventaglio sulle spalle materne riparavano dal buio della notte o dall’umida rugiada….
Quest’ immagine si ripeteva nei ghirigori mentali della donna, senza che lei la percepisse nitidamente , e con questa anche altri flash suggestivi e soprattutto subliminali : una figura, un brevissimo ricordo, una parola di conforto e di sicurezza.. Anche un’immagine di occhi scuri e veggenti che penetravano nel domani. In uno di questi ricordi -lampo, Trascolorante vide o intuì anche se stessa.
Capì, allora, che la donna o l’entità ( ovvero il suo Inconscio ) l’avevano evocata: per un aiuto. Per una parola chiarificatrice. Come se lei potesse dare forti sensazioni protettive. Come se potesse rivelare il futuro.
Era lì, quindi, per una risposta ai veleni del Male, della paura, dell’ignoto e dell’attesa….
Sì, lei “sentì” in quel momento di essere la pallida immagine di una madre morta…
Si riconobbe nelle foto della libreria…
Ma non sapeva niente del futuro: quella era una fantasia umana, un bisogno di conoscere il proprio destino ed un bisogno di legare i vivi ai morti. Nessuna risposta, quindi.
La donna alla scrivania era tornata con lo sguardo al computer. Si chiedeva perché vedere il fantasma non l’avesse , nemmeno una volta, stupita o spaventata. O perchè non le avesse dato una risposta Perché..., concluse, i fantasmi non esistono. Esistono solo immagini trascoloranti, che noi evochiamo quando sussurriamo il nostro bisogno di loro, degli affetti o delle parole che vorremmo sentire.
La donna lasciò andare l’immagine che l’Inconscio aveva voluto. Non la guardò allontanarsi , né la cercò più.
Trascolorante tornò da dove era venuta, con i suoi sentimenti ovattati e silenziosi, senza soffrire per questo secondo distacco dai vivi, e senza nemmeno gioire per il ritorno alla sua dimensione. “Sentiva” solamente che sarebbe tornata in pace al suo posto.

giovedì, settembre 21, 2006

Signora in TV, con Poesia ( cioè Alda Merini )


( ritratto a memoria)


La Signora della Poesia, quel giorno in TV, si mostrava agli amici ed agli sconosciuti con lo stile personale di sempre.
Lo si capiva dalla mise , che sapeva di portamento elegante ma anche di perfetta nonchalance: così non rubava il primo piano alla personalità di Madame.
E la nonchalance era nell’ accostamento di tessuti, orpelli e colori: legati da rime mute, quelle che lei aveva dentro. Oppure dall’istinto speciale con cui aveva scelto dettagli quasi invisibili o trascurabili rispetto all’insieme. La traccia di fantasia floreale ad esempio era un’idea più che un colore. E la linea del vestito forse era solo qualcosa di morbido e usuale.
Sola eccezione, un piccolo scialle che faceva rima con spalle: pur coprendole appena, esibiva un portamento da manto regale, quasi a voler rubare la scena a lei, proprio a lei.
Tra gli orpelli una lunga collana con strani grani d’avorio o di perle, sobria, ma con un non so che di eclatante. Orpello era anche l’anello: bello, perché strano anche lui, portato al dito come su un palcoscenico… ma con la leggerezza di una guest star.
Intanto, sulle unghie, lo smalto rosso scuro recitava per farsi notare: le ultime repliche, perché ormai cominciava a sfogliarsi. Per fortuna Madame era incurante della sua sorte, naturalmente con stile… Là, seduta ad un tavolino semibuio in prima fila.
Il fumo di una sigaretta chiudeva la serie degli orpelli, leggero e sicuro di sé ovunque se ne andasse, come il tocco di un profumo nuovo, che nessuno aveva ancora indossato.
Il suono di alcuni strumenti faceva da sfondo, sottovoce, offrendo refoli di dolce compagnia.
Di fronte a Madame, con molta meno nonchalance di lei, un uomo in giacca e cravatta. Un po’ adorante ed un po’ tremulo, le parlava piano e a distanza , quella del diametro del tavolino.
L’ambiente era inconsueto: sembrava un caveau con servizio bar e luci al neon, oppure una cantina nel senso di “ritrovo” gucciniano, ma disseminata di stile e stilemi in un’atmosfera cultur-chic.
Poi , mentre si alzava l’audio delle voci di gente, l’ uomo in giacca e cravatta chiese a Madame di dire una sua poesia.
E lei la disse. La disse, non la “recitò”.
E la disse senza quasi guardare chi le era vicino e chi lontano; come se la stesse leggendo su un libro che non c’era, o come se la stesse dicendo a se stessa. Senza enfasi, senza scansioni, senza sillabare, senza tende cui idealmente aggrapparsi. Niente. La “lesse” così, con tono molto uguale, ritmo cadenzato e vagamente spento. Un “andante malinconico e forte ” che faceva uscire dalle parole la loro più intensa significazione.
E lei, mentre parlava della sua primavera, o di sacrifici e prigioni, o di rinascite, o forse anche di amici o di amori o di dio, diventava sola sulla scena, con le sue parole in tono uguale e ritmo semplice , quasi un “grado zero” del dire. Era una regina, e sopravanzò quindi il suo scialle dalle pretese regali, eclissò il suo anello e le sue piccole esibizioni ; anche lo smalto sull’unghia chiuse i sipari.
Era di scena lei con la sua vita, assieme alla collana di perle tutte uguali, eclatanti – e alludo per metafora alle intense parole di poesia, dette con la stessa placida, perlacea, convinta ,forse un po’ triste e bella monotonia .

mercoledì, settembre 20, 2006

Occhi danzanti ( da immagini di Alda Merini )


A volte volti
la pagina del libro
o del sito o del canale TV,
ed eccola, la vedi
Ma … sorpresa, sorpresa …
scopri che
gli occhi - pozzi - profondi
sono oggi
due virgole sognanti,
sul viso - non bello ma bello –
di lei che pare

sognante e serena.
Anche il corpo - non bello ma bello -
sogna o danza
con stupore,
e le braccia incrociate
dietro la testa, o civettuole
davanti al viso,
sono anch’esse leggere e alate.
L’apertura alare
consente il volare via,
d’improvviso, verso svagate promesse
o verso attimi del belpassato,
buono o no che sia stato ,
o verso il belvivrà. . .
Finalmente disattivati - ah! -
L’Es, il Sé o chi Superdiavolo è…

sabato, settembre 16, 2006

Le Belle Parole. Le "altre" Radici.


Se i libri possono essere un “luogo” in cui abbiamo trovato humus per alcune nostre radici nell’ adolescenza e prima giovinezza, la mia memoria allora si volta indietro,a guardare lontano, per cercare queste radici nel mondo di carta e di parole e di idee…. Sempre che io abbia avuto – senza saperlo - il modo di crescerle.

Le nostre radici, nell’ adolescenza e prima giovinezza, dovrebbero spuntare, ramificarsi ed affondare in un metaforico terreno, quello dei luoghi in cui si è nati e cresciuti, quello della conoscenza degli altri, dell’esperienza di rapporti e sentimenti… Cosicché l’universo composito dei luoghi e degli umani, a distanza anche di tempo, nel reticolo del suo sistema conserverebbe sempre qualcosa di nostro e noi, ancor di più, “sentiremmo” in quel microcosmo la presenza e l’origine della nostra Identità.
Ma se non è stato possibile mettere radici nel luogo a ciò deputato, e poi in altri luoghi diversi nel corso del tempo, si può stabilire qualche legame vitale di nutrimento e di sicurezza con “luoghi” ancor più metaforici, con idee e comportamenti di persone fittizie come i personaggi di un romanzo, e nello stesso tempo vere perché specchio di uomini in carne ed ossa . E legami vitali si possono stabilire con qualsiasi libro, sia esso di poesia o di filosofia…
Queste – più o meno - le idee e le affermazioni di una giovane artista nordamericana, in una programma TV a trasmissione già iniziata : abbastanza per perdersi titoli e nomi ed altro, e per essere presi dal desiderio di capire , in contemporanea, quanto lei andava dicendo e quanto aveva già detto a TV ancora spenta… In lei l’assenza di radici era dovuta ai continui spostamenti della famiglia da uno stato all’altro, soprattutto nell’oriente asiatico.. Così, nei suoi vari e vani tentativi di tessere ragnatele con gli umani nelle loro geografie, i libri erano stati l’alternativa all’ assenza di continuità. Non veniva citato, credo, alcun libro né autore…. Tuttavia ricordo un frammento importante – non del passato di letture adolescenziali – ma del presente e delle azioni di quella giovane artista: una volta tornata in America, l’ho vista cercare, nella sua città e nei sobborghi , gli spazi inesplorati o incredibilmente dimenticati, oppure frequentati talvolta da visitors soli, solitari o emarginati. Lei, anche lei, andava in punta di piedi a scoprire questi spazi, i loro colori, i loro silenzi, i loro isolati relitti e il loro vuoto; talvolta la loro magia. La macchina fotografica accompagnava il percorso simbolico di una tardiva ma efficace appropriazione degli spazi e dei loro modi di essere. Era una parte della sua terra e aveva, indubbiamente, un aspetto “originario”…, tutto da scoprire, da conoscere, da inventare. Era ad esempio un residuo di parco totalmente abbandonato ; erano i binari morti di una ferrovia morta anch’essa, chiusa dietro uno steccato protettivo e da scavalcare; era una strada vuota, in una momento particolare del giorno o dell’alba..
Poteva essere una prima fase per un contatto con il luogo del suo vivere, una sorta di incontro ravvicinato tra due realtà aliene l’una rispetto all’altra: lei e lo spazio. Gli umani, per il momento, non c’erano ancora. E i libri erano un’esperienza ormai già acquisita.
Anch’io , nel luogo in cui vivo, avverto l’assenza di radici: non ho sperimentato a suo tempo, in libertà e curiosità o altro, le storie umane e le geografie che mi servivano per un grafico normale di crescita. Così, ancora adesso, questo posto non è mio. E i sostegni che mi sorreggono o l’humus del nutrimento non sono omogenei, sicuri… I libri avranno certo svolto una funzione supplente, ma non si vive nei libri, si vive in un posto, si vive con la gente.
Comunque il riferimento ai libri mi affascina : e, nel ricordare autori e titoli, trovo, conservo , confermo i legami che mi uniscono ad essi, oppure li scarto se ho qualche ripensamento sulla loro rilevanza, sulla loro pregnanza a livello nutrizionale. Il difficile sta nel non tenerseli tutti - quelli che abbiamo amato, e nel tenere solo quelli che hanno occupato dentro di noi un posto in primissima fila, o un ruolo di veri e propri miti.

giovedì, settembre 14, 2006

Le Parole del Fastidio: La Porta


Lei, il personaggio del telefilm,
sola in casa sta scrivendo ai parenti per una non del tutto piacevole incombenza…. Incombenza fa quasi rima con sbronza, e lei lo è un po’…
E’ anche giù di corda, e scrive, e beve da un calice di vino, e medita, e si perde guardando a vuoto nel vuoto ….; e la scena si ripete : sì, abbiamo capito la situazione ( noia, abbandono, male dell’anima, ecc.)
Entra in casa un altro personaggio, un amico, parente e compagno d’infanzia: sa tutto di ciò che è accaduto o accade, e gli bastano poche parole per convincerla ad uscire da quel guscio semibuio, cioè da casa, biglietti, calici di vino rosso,
e poi la bottiglia è vuota.
Uscire sembra sinonimo di rimedio, piccolo spiraglio di salvezza, ritorno al mondo e alla normalità: andranno al bar per tante fette di torta al cioccolato ( lei) e per tanti caffé ( lui).
Infilato un cardigan qualsiasi su jeans e camicia qualsiasi,
e il braccio sotto quello dell’amico-salvezza,
i capelli accoccolati sulla nuca in qualche modo non ben chiaro,
casual nel vestire e nel prendere la direzione della porta,
lei casual esce , non prende neanche la borsetta.
Come se andasse da lì ad un’altra stanza o semplicemente a fare quattro passi in giardino. Invece esce nella metropoli americana. Tutto naturale. I piedi si muovono e camminano in un ‘continuum’, in uno spazio senza fratture tra il dentro e il fuori, la casa e il mondo, il privato ed il pubblico… Il percorso non è ad ostacoli interiori, E’ come se il bar, vicino o lontano, vuoto o pieno di gente (non so) fosse in un rapporto di naturale collegamento con i luoghi personali della privacy di lei.
La porta , controluce, si apre : i due escono e la scena finisce qui…
E la prima cosa che penso è che, quando sono io ad imboccare corridoio e porta , per me uscire di casa non è sempre così bello, spontaneo e casual : tant’è che preferisco a volte il dentro al fuori, lo spazio circoscritto e solitario all’agorà e al demos.
Non è così spontaneo nemmeno il cardigan casual o i capelli conciati chissà come.
E non mi sogno nemmeno di uscire se non ho la borsetta. La borsetta con portafogli, documenti, cellulare, fazzoletti di carta, rossetto, salviette per gli occhiali, occhiali da sole e da lontano… e poi bla, bla, bla… La borsetta – si può dire – è quasi un tratto d’unione tra me, il mio mondo domestico e la strada da percorrere per le solite commissioni. Un tentativo di prolungamento del mio mondo, a cui potermi sentire legata anche quando non ci sono…. Niente ‘continuum’ dunque, per me. Anche se vado dalla mia vicina ( a tre metri da casa mia ) , mi porto dietro , non la borsetta, ma almeno il telefonino, il fazzoletto da naso, le chiavi, le pastiglie per l’acidità : tutto quello che posso tenere nel palmo di una mano e , se ce l’ho, in una tasca. Mai uscita senza almeno questo kit. Sarei incompleta o indifesa. Anche al ristorante dell’albergo, al mare, non vado mai con le mani a penzoloni, ma col mio supporto psicologico – se vogliamo definirlo così – che in fondo è solo un necessaire…
Quindi non mi sento a casa mia quando sono fuori dalla porta : sono un astronauta su un altro pianeta, in un’atmosfera rarefatta, dissimile da quella del mio mondo…..
Non mi viene spontaneo niente nelle strade e tra la gente, o in luoghi dove il più delle volte c’è tutto il contrario del vivo, vitale e interessante… Più presto me la sbrigo, in fondo, meglio è. Ma forse sto esagerando: primo, perché non vado poi così di corsa e di fretta, e , secondo, perché penso a quando siamo uscite insieme, io e un’amica, per la fiera di novembre, nell’affollamento totale. L’amica si stupiva che conoscessi e salutassi tante persone, ma tante.…E’ dunque un lamento esagerato, il mio? Eppure io so di non conoscere “veramente” quasi nessuno.
Estranea e a disagio, non le sento, lì, le mie radici. Forse perché la mia infanzia - adolescenza non ha camminato tranquilla, sicura o curiosa o espansiva nei luoghi esterni e non protetti. Non come vorrebbe quell’ età…
Uscire da una porta, adesso come allora, è a volte un passo rimandato, ritardato, procrastinato…..Perché è una noia. Perché la gente è strana. O perché spesso c’è il deserto e il nulla. Inconsciamente la porta richiede di preferenza l’orario del mezzodì, quando la gente si dirada : a parte chi approfitta dell’orario continuato dei supermercati, a parte gli uomini stancapiazze che si attardano al sole davanti ai soliti bar…, con sguardo sornione e soliti commenti.
Non è semplice, come nei telefilm, usare tranquillamente la porta per scivolare in un’altra “stanza”, fuori da pareti domestiche. Ma, quel che più conta, non so se e come potrei tentare di essere diversa da me stessa : cioè senza crisi di rigetto verso il posto in cui sto, e in cui sembra non esserci qualcosa di mio….






Le Belle Parole: "Se" aprissi un altro Blog


La parolina o congiunzione “se” , pur così breve e non dotata di vari e profondi significati, ha anche lei le sue Bellezze, perché introduce il gioco delle ipotesi e delle fantasie

Se aprissi un altro Blog, mi chiamerei Fiction . O Tootsie. O Doppio Clic… O .. chissà?
Nel Blog in cui sono ora, parlo di ciò che penso e sento: lo dico attraverso una scrittura a volte allusiva, indiretta, come quando uso il velo del racconto, o le metafore della poesia, o altro ancora… Insomma: io, qui, scrivo di me, sempre, anche se il “me” è , per certi suoi tratti, un po’ implicito. Non è mai nascosto – però - né bugiardo, ed è facile da trovare…
Questo Blog mi fotografa, enfin.
Se avessi un secondo Blog, invece, vorrei essere un’ altra. Totalmente “altra”. Recitare una parte. Inventarmi un’altra scrittura, essere un’altra creatura. Naturalmente senza far danni e senza far trapelare niente. Attenta, attentissima a non scoprirmi…! Unico indizio, il mio nickname, ma potrebbe passare per una parola comune.. o per il titolo di un film…. Chi ci farebbe caso più di tanto???
Dico questo, cioè del desiderio di recitare una parte, perché.. perché chi recita tira fuori, da non so dove, quell’Io che non ha mai trovato a suo tempo il modo per emergere, o quei frammenti di personalità che a volte escono allo scoperto ma che noi teniamo a bada per non turbare equilibri e convenzioni. Insomma: chi non ha bisogno di una boccata d’aria, ogni tanto? o di un “abito di scena” per cercare - anche nella finzione – qualcosa di sé, o della vita che non ha vissuto? o delle parole che non ha detto?
Ecco. Chi sarei, io, allora, nel nuovo Blog?
Forse non lo si può preventivare sul serio a tavolino…
Potrei scegliere tra essere uomo o donna.. Potrei scegliere di avere un’età piuttosto di un’altra… Oppure: senza dire tante cose “anagrafiche” sul mio conto, potrei invece proporre un altro/a me stesso/a anche solo con l’atteggiamento, il modo di pensare e la scrittura… le proposte… i giudizi….
Interessante la sperimentazione di un nuovo stile scribacchino…. Se adesso sono verbosa , aggettivo-dipendente , e via dicendo , nell’altro Blog sarei scarna, “scabra ed essenziale “ ( come dice il Poeta)….; oppure potrei essere sgrammaticata, o volgare; avere il fiato che puzza di whisky; togliermi di dosso ogni traccia di sensibilità, sparlare degli altri a rotta di collo… Far passare per vere alcune gratuite bugie… Oppure potrei recitare la parte della svanita pazzerellona, oppure quella della persona compunta, seriosa, sempre educata e formale…
E al resto penserei cammin facendo… Ma, certo non sarebbe per niente facile inventarsi un copione come questi…
Probabilmente, se avessi un altro Blog, questa recita non durerebbe molto: o per “esaurimento delle scorte di finzioni”, o per “ crisi di rigetto verso il nuovo personaggio”, o altro. La “Cessata attività” è da mettere in preventivo….
Ma che importa la durata lunga o breve…? L’ importante sarebbe tentare l’esperimento : oltre a farmi divertire mentre gioco e mi invento, questo esercizio potrebbe risultare anche terapeutico e rivelarmi l’altra me stessa…, magari sconosciuta, trascurata e segreta.. M.ss Hyde, insomma
Remore? Dubbi? Esitazioni, per paura di compiere un’ azione blogghescamente disonesta?
Ma noooo! E’ solo una piccola sfida tra me e me..: riuscirò a creare un personaggio, una cosa finta, tanto convincente da sembrare vera ? (Vera, perché comunque, dentro, ci sarebbe un pezzettino di me, un mio + o – consapevole frammento )
Ed anche altri lo fanno: l’ho letto qua e là, o l’ho sentito dire dalla viva voce di chi ha provato a sdoppiarsi… Chi lo faceva per divertimento, e chi come esercizio di stile , per rendere l’esposizione del tutto diversa da quello originaria…. E non c’è nessun danno nei confronti di chi legge! Quando io leggo un romanzo, ad esempio, per convenzione affronto come vera una storia che, lo so benissimo, è solo verosimile… Anche un diario, pur proponendosi come autentico ed autobiografico, può offrirmi una verità in parte modificata : da un aggettivo, da ciò che volutamente non viene detto, da un personaggio reso più bello di quanto non sia.

E così è anche per il Blog, nella sua veste diaristica…O no?
La verità “vera”, poi, intesa come perfetta aderenza alla realtà…esiste? E la verità, vera o no al 100%, esclude forse l’esercizio ludico e le sue invenzioni?



P.S.In alcune delle cose che ho scritto ho forzato un po’ il mio pensiero, per avvalorare queste tesi… E c’è forse qualche contraddizione

sabato, settembre 09, 2006

A Proposito di Ragassa Grassa...


Dapprincipio

Dapprincipio ci fu il sovrappeso.
E il sovrappeso era mio.
Era tutto mio – dall’origine delle mie colpe, al rimedio da trovare.
Poi venne la parola “obeso”.
Se è vero che i suoni delle parole sottolineano il loro significato, allora qui ne abbiamo un esempio.
La parola “sovrappeso” è così lunga e così quadrisillaba, che l’eccesso di peso, in essa indicato, un pochino si diluisce ed assottiglia nel distendersi della parola. Nonostante l’abbondanza allusiva delle due / pp / e del totale delle lettere, la parola non fa paura, non più di tanto. Suggerisce l’idea di una quantità che è umanamente possibile scalfire e ridurre : lo dice anche il suono dolce e non sibilante o aspro della /s/ finale, mentre la vocale aperta / a /, al centro della parola, sembra aprire un piccolo spazio di luce tra altre vocali chiuse e non propriamente rasserenanti... Insomma: chi è sovrappeso può farcela!.
E la parola “obeso”? Basta ascoltare il suono della /b/: pieno, potrebbe riempire la bocca con la sua sonorità rotonda , e rimbombare nel cavo orale, mentre allude ad un’idea di abbondanza. Abbondanza naturalmente di sapori e delle loro conseguenze…Quelle due /o/ chiuse, poi, all’inizio e alla fine della parola, le danno un tono basso e cupo, ed anche sonorità senza alcuna allegria. La brevità della parola, infine, suggerisce che forse in questo caso c’è ben poco da dire
( e da fare …)



Grassa Grassa


….. Perciò sono andata dal dietologo. Con tutti i miei dodici chili in più, accumulati in un anno.
E con gli altri ( quanti?) accumulati prima e prima ancora: dopo aver smesso di fumare, o dopo che le medicine erano aumentate e aumentate, come i miei anni… E non me n’ero quasi resa conto, come se il primo periodo dell’ingrasso non fosse mai ( mai) esistito…Forse perché non era proprio eclatante-eclatante…Sono andata dunque dal dietologo, e non solo con i miei nuovi chili , ma anche con il pensiero triste dei vestiti nuovi, mai messi, perché ho cambiato velocemente due taglie….Sono andata con le mie forme “nuove”, sporgenti e ricurve come rotoli di asciugatutto, se non addirittura sfacciate ….
Soprattutto sono andata con il mio cervello bacato, che mi fa sentire cinque o sei volte al giorno la voglia di mangiare…., via via fino a tarda ora, verso mezzanotte, quando “devo” prendere latte e biscotti, o qualche puttanata salata.
Il dietologo mi ha definito da subito “ un caso difficile”, per una serie di concause… E con questo – fin dal nostro primo incontro - mi ha fatto scattare in testa un ulteriore meccanismo autodistruttivo: cioè un “di più “ di sfiducia in me stessa. Oltre che sfiducia e spirito critico nei suoi confronti ( of course..)
Ma se si è “critici” verso il dietologo, non è come entrare nell’anticamera del Rifiuto di lui e della sua Dieta? E lui, questo, lo dovrebbe sapere…
Comunque, niente paura…. Non ho corso il pericolo di rifiutare lui o una dieta… Per il semplice fatto che non me ne ha prescritta nessuna: né al primo incontro, né al secondo, né al terzo… La prima volta, facendo appello alle categorie dell’apertura mentale ( la mia ) e del beneficio del dubbio, ho pensato che volesse darmi il tempo di toccare con mano i miei errori: niente dieta, ma stesura di un “Diario alimentare”. Seconda volta: rilievo di errori ed erroretti, e , come compiti per casa, ulteriori pagine di diario… I chili intanto non accennavano a cambiare in meglio…. Terzo incontro: basta diario, di dieta non si parla, e c’è solo qualche blanda indicazione: meglio una mela anziché il mezzo panino, non abbinare alimenti che iniziano con la lettera P ( Piselli, P-fagioli, P-zucca, Pizza, Pane, ecc), et similia.
E ci vediamo fra due mesi.
E tra due mesi che taglia raggiungerò?
E perché non mi prescrive una dieta? Mi ha dato per persa in partenza? Ipotesi plausibile.
Comunque sia, non mi sento certo sorretta, incoraggiata e guidata … Gli ho chiesto se almeno esiste un rimedio naturale che mi aiuti a non sentire lo stimolo costante della fame. Mi ha prescritto tutt’ altra cosa: non una medicina che mi tenga chiusa la bocca, ma compresse che mi facciano correre in bagno, tra sommovimenti intestinali e flatulenze … Io obietto: ma questa, dottore, è un’atmosfera da girone infernal dantesco.... ( anche perché già c’è il diuretico che la mattina, al lavoro, mi fa abbandonare la mia postazione più volte ). Naturalmente lui non coglie la citazione letteraria né il suo lato grottesco. E, sempre più intenzionato a ispirare fiducia, mi dice che devo decidere io se tenere i piedi dentro o fuori dal suo ambulatorio! …
Dopo qualche tempo gli ho detto educatamente addio. Da signora. Senza recriminare. Per e-mail.

venerdì, settembre 08, 2006

Le Parole del Fastidio : Fuscello &C



“ Beh, signora, lei… non è un fuscello…!” dice la cardiologhessa.
Dopo aver riscontrato che C/terapia non ha danneggiato il cuore, che fa? cerca altrove le cause del mio strano ansimare. E uno degli altrove, il più facile, qual è?.... Quello più evidente, lardoso ed innegabile.
Così, ecco la fastidiosa parola Fuscello, che fa rima con Snello e con Bello. Mai sperimentato in vita mia questi stati e/o significati. Conosco invece i loro fastidiosi compagni di viaggio, che avanzano in direzione opposta: la parola Peso, la sua pericolosa rima con Obeso…; la parola Pancia, la sua rima con Bilancia; per non dire di Vestito Stretto e di …Adesso Cosa mi Metto? Non mancano, poi, altre fastidiose presenze, costanti e scontate, che vanno da Ragassa Grassa, a Taglia Conformata, a Le nostre taglie arrivano al 46, via via fino a crescita esponenziale…
Basta una parola fastidiosa perché il giorno si oscuri e si profili una minaccia.
E pensare che ho appena fatto, in due round, la mia marmellata di fichi ( 14 vasi e vasetti ); ho sigillato sott’olio tante strisce di peperone colorato, avvolte su altrettante acciugone; ho comprato le pesche per la marmellata speciale con amaretti e cacao….; ho preparato al computer tutte le etichette per i vasetti di prugne alla grappa ….
Per Lo Più sono destinati ai regalini di Natale.
Ma… = ? Ma… non si sa mai quanto mi possa colpire il loro fascino…
E tornando alla parola Fuscello… Che dire ? Solo i tempi infiniti e le ansie prolungate della mia strana tesi di laurea, in aggiunta alla mia stupida scelta di un amore cretino, bè, solo queste concause mi avevano fatto prosciugare di vari chili, senza che me ne accorgessi.
Poi non dimentichiamo la parola temuta e fastidiosissima che si nasconde dietro a tutte le altre: Dieta. Non mi aveva fatto paura, dapprincipio, da ragassa. Perché era a volte quasi un gioco e con qualche esito soddisfacente. Senza sofferenze…. Come la Dieta della Luna Piena, della durata di tre giorni. O come la Dieta della Clinica americana ( due settimane). E forse qualche altra Dieta fantasiosa, che non ricordo.
Poi, in fila come soldati pronti a combattere ( contro la ciccia o contro di me?) sono comparse le Diete serie e impegnative : quelle del Sacrificio. Tali sono state le Diete della Cardiologa, dell’Endocrinologo e dell’Omeopata, quella delle 1400 Calorie, quella dell’Indice Glicemico…
E infine c’è il binomio che chiude tutta la serie di Parole del Fastidio fin qui citate e di quelle dimenticate: cioè Impossibilità e Fallimento…..

sabato, settembre 02, 2006

Le Parole del Fastidio: e le loro Famiglie...

In questo momento ,
mentre sono qui che vorrei prendermela con qualcuno o con qualcosa, mentre decido di sfogarmi contro le parole del Fastidio… ,
ecco, penso che in questo momento forse potrei confonderle con altre, appartenenti ad altre famiglie di significato…
Come ad esempio le Parole dell’Umore Tetro o della Delusione….., come quelle del Rancore Vendicativo...
O forse queste famiglie e queste parole sono tra loro imparentate, in qualche modo, così posso confidare in una specie di loro proprietà transitiva che mi esonera dal sentirmi in errore.

Ma e poi che m’importa??

E allora eccole le mie Parole del Fastidio. Quelle di oggi.

Dio. Destino. Dado. Danno. Domani.

E non mi va di spiegarle, perché dovrei ripetere cose, che già in vecchie pagine blogghesche avevo cancellato per pudore; e anzi dovrei aggiungere informazioni nuove per farmi capire con efficacia. Ma per caritàaaa!
Dirò soltanto che le prime tre Parole del Fastidio stanno insieme, sono un trinomio, sono il qualcuno o qualcosa con cui vorrei prendermela; e tutte e tre , a pari livello di responsabilità, o anche interscambiabili, a volerle leggere bene sono in fin dei conti la Sorte , la mia, quella connotata dalla Sfiga. Data la “generosità” e l’imprevista imprevedibilità con cui la Sorte elargisce a me la Sfiga, potrei parlare di Sfiga a Sorpresa: i “doni” che mi arrivano non cessano di meravigliarmi e di farmi dire: “Ancora!!!?...” “ Ma perché a me!.......” E la mostruosità della Sorte come Sfiga a Sorpresa mi fa riassumere tutto in un’unica parola ed entità : Moloch!
Il risultato finale è quello suggerito dalle due ultime parole:
Danno ( naturalmente irreparabile, o così o niente… ) e il mio Domani (già pregiudicato da sorprese precedenti ed ora avviato ad essere un Domani Dimerda …)
P.S.
Alcune parole = parolacce, ma non ho potuto farne a meno.


Esercizio : collocare le parole in neretto accanto alle rispettive definizioni, distinguendole secondo le “famiglie” di appartenenza; accanto alla prima definizione, inserire una parola ( una sola ) , che potrebbe non appartenere ad alcuna famiglia citata.
P. Senza Famiglia
P. del Fastidio
P. dell’Umore Tetro
P. del Rancore
P. della Delusione