
Nel buio cosmo galassia il Silenzio è solo un’ipotesi di percezione. Dall’interno nave spaziale lo si può vedere e intuire, là fuori. Non certo ascoltare: i rumori motori e voci, infatti, per quanto lievi, qui dentro sono sottofondo di sempre. E così quel silenzio del buio è solo immagine fantasia uditiva, dovuta al fascino del Vuoto o al mito del Profondo: due categorie che inquadrano esterno spazio stellato nel video navigator, come assi cartesiani..
Quest’idea di Silenzio totale eterno estremo infinito è o sembra una promessa: di grandi verità che nel buio silenzio a te finalmente si sveleranno, tra cui quella del “conosci te stesso” o del mistero universo. Ma il silenzio del buio cosmo galassia non è solo fascinosa suggestione: sul retro della medaglia è anche terribile gorgone, spaventoso per assenza infinita di voci, di rumori (e forse di Senso; e tu ci stai navigando ). Mostro orribile a udirsi, il silenzio, così da averne paura : se , durante missioni esterne di recupero sonde ,ti prende curiosità di aprire valvole scafandro, e stai ad ascoltare il silenzio…, resti di sale come Lot, nella leggenda.
Siamo in viaggio, nel buio stellato, da oltre tre anni. Fuggiti dalla terra, uccisa devastata dai ‘silenzi’ o sordità dei suoi potenti più potenti… Andiamo tutti alla ricerca di nuovo luogo dove stare. Ma alcuni di noi, perforando distanze di non so quanti parsec, sperano trovare o scorgere almeno barlume di Senso, o di Dio…
Respiriamo aria riciclata e tanto silenzio, in questa nave troppo grande per noi pochi: c’è Silenzio immaginato, quello esterno di cui sopra, ma anche silenzio di parole, tra di noi. Non abbiamo molto da dirci che già non sia stato detto mille volte, ridetto e levigato come sassi sulla riva del mare.
Io sono umano. Gli altri cinque non so , anzi tre di loro - sospetto fortemente - sono umanoidi. Ma non ho modo di appurare verità. So solo che parlano poco pochissimo, con me e tra loro. E, forse telepaticamente, parlano con altri sopravvissuti, ma chissà dove. Con lo sguardo perso nel lontano nulla, quando gestione astronave consente, quando non comunicano per telepatia o a voce, le cinque unità tacendo si chiedono, anche loro come me, quanto ci resta da vivere. Non c’è Silenzio profondo, in tante galassie, che ci sveli questa segreta scadenza.
Da qualche tempo, un mese forse, il silenzio di parole ha raddoppiato suo spessore. Presunti umanoidi e non, da un mese dicevo, comunicano tramite computer. Le parole : usate solo per comunicazioni di servizio: Unità Due recarsi in infermeria, Unità Quattro regolare temperatura di colture idroponiche , Unità Tre controllare scorte di soia…, Comandante è il mio turno di sonno….
Per il resto, cioè per tutto il possibile eventuale restante fluire di dialogo e comunicazione, l’equipaggio ha scelto il computer. E’ a lui che affidano parole mai dette prima, immagini mentali che solo lo schermo può spiegare, o strane musiche del ricordo. Naturalmente restando anonimi. e perciò protetti,sicuri.
Perché questa specie di gioco? per movimentare e ravvivare il solito spento tran tran delle stesse cose sempre quelle da dire: come in un lungo matrimonio ormai senza senso, sesso o amore. Per cercare nuovi legami e fili, forse sottili come ragnatela o forse chissà.
Come non c’è nome che distingua e personalizzi in questo viaggio le Unità, così nel nuovo gioco-scambio di parole non ci sono nomi veri , ma di fantasia e di stravaganza. Come a dire che il loro status non cambia, né su piano esistenziale né nei loro ruoli qui: anonimato è seconda pelle. E, con loro nicknames, sembrano dire a se stessi e a me Stiamo solo cercando di sopravvivere “dentro” e non temere: nessun complotto di Spartacus ribelle.
Così la loro giornata è la routine delle mansioni quotidiane, ma qualsiasi pausa è buona per digitare messaggi su tastiera del computer da cintura, o di quello di servizio, incorporato nell’avambraccio con intervento laser. Digitano senza farsi vedere dagli altri, me compreso. Perché così l’anonimato, nascosto da nickname e dall’ appartarsi nell’invisibilità, li rende più liberi di dire se stessi, con sogni, desideri, segreti, paure mai dette prima. O anche più semplicemente di scrivere qualsiasi cosa senza freno di pudore ritegno. Uno di loro ha scritto anche poesie. Copiate. Ma a chi può importare ormai?
Io non sono entrato nel gioco: io, comandante, non invitato ovviamente - per rispetto o disagio - a partecipare e ad espormi con diari o storie personali, a condividere segreti di ciurma o commentare eventi e cronache.. Se anche entrassi ora e spontaneamente nel gioco, saprebbero tutti che ci sono io sotto quel nome finto: inevitabile oltre che lapalissiano.
Così il mio silenzio, qui dentro, sta diventando sempre più simile a quello di fuori, perché sempre più rare sono – sospese nell’aria – le parole mie e di tutti, sempre più tempo è sottratto a voce che dice, sempre più tempo è quello , degli altri, confessato digitando: più silente di un sottovoce. Ed io temo che mio apparato vocale si stia atrofizzando, così come mio lessico pare che esca faticoso, stentato e incerto da un vocabolario afasico. Parlo da solo, a volte, inciampando in grammatica e senza farmi sentire. Oppure parlo mentalmente con me stesso o con un tu immaginario, per non perdere lume di ragione, per continuare a sapere che esisto e che so pensare o intelligere.
Gli altri invece sembrano meno soli, sembrano aver trovato nuove strade e qualità nel medium e nel messaggio. Nei loro computer scorre a volte racconto di vite episodi passati dolenti o rimpianti o rivissuti sorridendo; oppure entrano in circolo nell’etere-universo i segreti svelati, e sfoghi o speranze, cose mai viste o sentite in tre anni e passa di navigazione. E circolano risposte e commenti, brevi, a volte infinitesimali. Non so se per ‘sacro’ rispetto di altrui confessione, ancora calda di parto e fatta di parole, o non so se per riservare a se stessi il tempo di scrittura ed energia del pensiero e spazio a cui correre di fretta appena possibile. Nascosti nel privato. Come Machiavelli diceva nella lettera al Vettori. Solo che qui, nel nostro caso, gli anonimi si trasferiscono non nella cultura antica dei Maestri e nella circolazione di valori umanistici , dopo una giornata di cose qualunque o di abbrutimento. Qui, mi pare che uomini di equipaggio parlino molto di se stessi a se stessi : punto di partenza obbligato, del resto, per un recupero di consapevolezze di realtà interiori, di società mondo, altre ancora invece di poco peso…..
A parte problemi dovuti al mio ruolo, non saprei essere un comunicatore in rete, credo. Non potrei scrivere e scrivere sempre e sempre senza avere prova certa e ben dimostrabile del mio essere ascoltato e compreso da altri, profondamente. Mi par di vederci, tutti, me e gli altri di equipaggio : in fuga, sbaragliati dalla sorte, dispersi all’ascolto. All’ascolto o ricerca di qualsivoglia segno-segnale. E poi mi chiedo ma io so ascoltare? forse, di solito sì, buon deposito per fiumi parole di rei o innocenti confessi, parole di voce vera, con un nome che conosco.
A meno che depressione e malcontento e terribili ansie non chiudano il mio audio, così come chiudono radiotivù e giornali libri. Allora non sono più un disperso all’ascolto, ma soltanto un disperso. Come ora. e se non so ascoltare, nemmeno so dialogare, quindi a che serve scrivere di sé, se poi non so scivolare giù , giù, per l’asse sintagmatico della comunicazione altrui, o, pur scendendovi, non so dare risposte, scambiare mio con tuo, aver voglia di mettermi in tue scarpe…
Ciò detto, non resta - per coerenza - che silenzio. Totale.