mercoledì, febbraio 28, 2007

Palabras Queridas: Due poesiole in parole spagnole

Vida sin sueňos


Mi vida sin sueňos
està bailando
sobre flores descoloridos :
mariposa en la lluvia fria,
pensamiento
sin aventuras.

Mi vida sin amistad
es immòvil
como boca sin gritos
ni palabras…
Es coche sin caracol.
Puerta serrada.
Soledad sin trasparencia

Yo,
perro errante...
Yo, nuevo dia sin aromas
nuevos,
Yo, estrella sin noche oscura:

No hay silencio que desvele
esta pobreza misteriosa
ni hay palabras
que consolen
los pedazos del alma...









El dono: Palabras Encantadoras


El dia
de tu cumpleaňos...
va llegando, arrugado y silencioso,
por los caminos del tiempo...
Llamarà a la puerta
de tu indiferencia...
o de tu miedo, quizas..


Pero el recorre tambien el espacio
de mis pensamientos,
de mi cariňo:

por el dia de tu nacimiento,
yo quiero hallar y donarte
unas palabras encantadoras ……
como “Pasos nuevos”.. , “Deseo”…,
“Aventura”…, “Sueňos”...,
“Amistad”…., “Amor”……
y , como dice el poeta,
mil otras palabras non bien definidas todavia….

Con tal que sean esperanzadas,
y , por eso, palabras de magia .

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Parole in Prestito: Piove sul mare


Andarono al mare e pioveva. Il cielo non era sereno, e sulla spiaggia non c’erano bagnanti. Il tempo non era dell’umore giusto per fare bella figura con gli estranei, chi voleva guardarlo così com’era era il benvenuto, gli altri potevano andarsene da qualsiasi parte.
Quelli che non riuscirono a muoversi di lì perché trovavano il mare ipnotico e sacro, perché dominati dai ricordi e perché anche da lontano il mare decide ciò che quotidianamente accade col suo impeto feroce, impararono a guardarlo mentre piove, e mentre lo guardavano impararono le cose che si dimenticano per colpa della Kodak e della televisione.
Impararono per esempio che il mare non è obbligato ad essere azzurro, che nessuno è obbligato ad essere uguale tutti i giorni, a piacere per decreto, a essere incantevole e diafano anche quando la vita è torbida, imprevedibile e altezzosa.
Rimasero a guardare sulla riva. Udirono il vento iracondo e vanitoso, videro da lontano, intravidero, ciò che accadeva nel mare mentre ci piove sopra.
Quando piove sul mare, il mare capisce. Quando piove sul mare tremano negli abissi i coralli (…) per la tristezza come fossero persone Quando piove sul mare , gli esseri umani capiscono cose che la limpidezza, l’impassibile trasparenza non spiegano mai.
Il mare sotto la pioggia si bagna, l’acqua dolce ferisce l’acqua salata con l’impudicizia della sua gioventù. Il mare è vecchio, per questo sa di sale e profezie.
Quando piove sul mare gli uomini non sono soli con le cose che portano dentro, si sentono protetti guardandolo, sussultano insieme a lui, e guariscono dalla paura. Mentre piove sul mare lui accompagna: i ricordi segreti, i ricordi proibiti, il silenzio. Non c’è silenzio più audace e più profondo di quello del mare ferito dalla pioggia.
Proprio il giorno in cui dovevano fare ritorno al cielo grigio e al rumore tenebroso della città che li abita, il sole uscì dal mare, come un altro enigma. I bambini si dispiacquero per la partenza, lei fu contenta che il tempo fosse finito, non desiderava la luce alle spalle (…), le bastava il ricordo della pioggia negli occhi per curarsi il luogo dove ardono le risposte. Quando piove sul mare, gli esseri umani capiscono. Non c’è nulla da fare, si dicono,la sopravvivenza è una questione di coraggio e di intemperie.


Angeles Mastretta, Puerto libre, Giunti

domenica, febbraio 25, 2007

Il mare d'inverno

Sono andata qualche giorno al mare…
Mare: grande psico-metafora dell’infinito e del respiro vitale, per me che sto sempre nel piatto piattume della pianura , nella nebbia o nell’afa , prigioni fatte di niente ma a lungo andare senza slanci…
Sono dunque al mare.
Il mare d’inverno, con il cordolo di sabbia lì sulla spiaggia, a fare da baluardo contro marea e onde.
Il mare freddo e un po’ estraniato, nel suo vestito abbottonato e nei colori di stagione .
Il mare che sembra voltarti le spalle aggrottate, chiuso in se stesso, quasi a voler trattenere il poco tepore che gli resta.
O quasi a volerti dire che sta bene da solo, che non vuol vedere nessuno, e guarda l’orizzonte.
Come te, del resto. E il cielo è grigio e velato, e anche lui per conto suo.
Non si vede, ma c’è o sembra esserci uno spolverio di acqua iodata , vicino a riva, o è solo un’impressione: fatto sta che , lì, vicino al mare che non vuole nessuno vicino, respiro un aerosol freddo che mi allarga il fiato e l’aria…
Estate o inverno che sia, sulla riva del bagnasciuga, ecco,mentre arrivo li vedo : eccoli lì i relitti a forma di conchiglia, relitti o regali o che altro non so….E’ anche per loro che sono arrivata fin qui…

Parola gradita è ‘Conchiglia’: fin da bambina accoglievo con stupore il senso di magico e di mistero che stava dentro all’ oggetto venuto di notte da lontano… E quante forme variegate e dimensioni, e quanti colori o trasparenze… Era ed è bello raccoglierle , guardarle con calma qui o a casa, confrontarle, decidere di tenere le più originali, e finire per tenerle tutte perché non si può scartare l’originalità di nessuna..
Ce n’è di lisce, lucide e un po’ rosate, simili alla materia e alla forma delle unghie. ; ce n’è altre invece con i colori e i disegni degli stilisti di moda; e poi c’è quella un po’ più bella, zigrinata, abbandonata anche lei nottetempo, ma da un mare più avaro.
E che dire delle lumachine tonde o a forma di cono, delle esili conchiglie avvitolate, affusolate e più rare, o di quelle – ancor più belle - denominate piede di gabbiano… Ma nel mio immaginario la parola ‘conchiglia’ si identifica, per eccellenza, con le corpose spirali madreperlacee che solo i pescherecci sanno portare a riva e mettere in mostra quando attraccano al molo: sono quelle che, appoggiate piano piano all’orecchio, promettono di far sentire il grande mare.
E religiosamente mantengono la loro promessa. Anche quando sei lontano.
Mi piacciono questi Avanzi del mare e li guardo quasi come Tesori di cui far Provvista, per sopravvivere e salvarmi… Raccoglierli infatti è come tornare all’Infanzia: oggi – come allora – è un bisogno di gioco lieve o di quiete rassicurante, soprattutto se ci si muove incerti nella fragilità …
Questi avanzi, Resti di Vite e di Percorsi, sono anche come i Pensieri o le Paure o le Incertezze che affiorano dal Profondo dell’Io. Gusci vuoti a volte, perché il Profondo – come quello del mare – è l’equivalente dell’Ignoto, e ciò che ne emerge dopo lunga notte acquosa è solo una scoperta parziale e parcellizzata di me stessa:. Quante altre notti e correnti interiori o sottomarine ci vorranno per formare una piccola collezione di gusci? Intendo: che siano tra loro abbastanza coesi da dirmi un di più di verità e di forza?
Intanto io proseguo coi miei passi lenti sul bagnasciuga, e guardo e raccolgo le conchiglie più belle che incontro nel mio mare d’inverno; e provo stupori di sapore antico, e mi riappacifico con le giornate, mentre lui, il mare, continua nella sua estraneità apparente, nel suo fruscio …

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venerdì, febbraio 16, 2007

Peggy Sue, vita da cani

Peggy Sue fa una vita da cani.

Ha anche una … faccia a muso di cane. ….per via della forma particolare di naso e bocca che terminano in una specie di restringimento. Solo parziale,devo dire: così che nella forma c’è qualcosa di umano, umanissimo. E… E niente paura: Peggy Sue non si arrabbia se parlo così

Quanto alle orecchie… Le sue orecchie, nella parte alta, in cima al loro asse verticale, hanno assunto un portamento ed una espressività come quelli tipici di chi è perennemente all’erta . Cioè a dire – udite udite - che sono leggermente schiacciate e piegate in avanti: solo un po’, s’intende , come è tipico del resto di certe razze canine ( non so quali).

Scusa, Peggy Sue, se la sto tenendo lunga con questa storia. Scusa. Ma il fatto è che non sapevo né so ancora adesso come cominciare. E mi sembrava simpatico iniziare con questo incipit un po’… un po’ così….. E poi tu ci sei abituata alle mie stramberie….

L’unico particolare che si salva, in questa serie di paragoni stravaganti o strampalati , ma comunque affettuosi, tra uomo e animale , è lo sguardo di Peggy Sue: mai, dico mai una volta che sia stata sorpresa a guardare qualcuno … in cagnesco, come si suol dire…I suoi occhi, scuri scuri , sono lustri, dolci, spalancatissimi, senza un filo di palpebra o quasi: e solo con ombre naturali intorno al loro contorno; ti guardano con affetto o con aria di attesa, come aspettassero parole di dialogo, non sapendo – lei – come cominciare.

Purtroppo – infatti -le manca il dono della parola. E questo rende monco il nostro rapporto, perché è proprio di parole che io avrei bisogno in certe giornate terribilmente solitarie o portatrici di ansie nascoste. Per fortuna sa ascoltare e so che mi capisce, a fondo e quasi anche solo intuitivamente. Quando mi pervadono i pensieri più neri, mi si avvicina a capo chino e, solo dopo avermi sfiorato, come per assorbire un po’ della mia tristezza o per sentirne su di sé l’odore, solo allora mi guarda con sguardo incerto sul da farsi. Oppure viene vicino a me sul divano, con passi lenti e un silenzio carico di significati e a volte di attese. Quanto a me, io le mie parole con lei quasi le spreco…: parlo e pa-parlo e racconto e faccio domande… Lei, a volte, si sforza di emettere suoni sensati, e la sua fatica e la sua volontà sono visibilissime. Come del resto la mia testardaggine nel ripetere e sillabare la parola che sta per dire: perché so che potrebbe farcela, o per lo meno spero ardentemente nel miracolo. Invece le esce solo il fiato, anche se è un fiato articolato; e scuote e scuote la testa come a voler staccare lettere o sillabe o parole dalla gola. Una volta, l’ho sentita chiaramente, ed ho un testimone, è riuscita a dire “mam-ma”….E’ stata una fatica sofferta, ma anche una soddisfazione, una gioia incredibile…Sua e mia.

Fa una vita da cani, dicevo.

Esempio.

Un tetto sulla testa ce l’ha, a voler usare un’espressione un po’ ‘frase fatta ’ e un po’ anche brutale: ma Peggy Sue è…sì, è un’ospite. Da sempre. Lo so, non può fare altrimenti, non può autogestirsi e scegliere diversamente. E per fortuna ciò non sembra comportare nessun problema né per lei né per chi la accoglie e le vuole bene, tanto bene. Ma a chi questo stato, questa condizione non darebbe un senso di precarietà?

Altro esempio. Mio nipote un giorno l’ha portata con sé a Castelpadano, un giorno che andava a trovare un’amica. Là, Peggy Sue ha conosciuto Ronnie, un giovane tedesco da parte di padre. Inutile dire che è nata una simpatia. L’ho capito quando li ho visti tornare, lei e mio nipote: Peggy Sue, portamento eretto e orgoglioso, sul sedile accanto al guidatore, guardava diritta la strada e il contachilometri, quasi a voler fissare in memoria l’una e l’altro. Ma la lunghissima strada, da sola e a piedi, non potrà mai farla… se mai le venisse voglia di rivedere Ronnie, da sola. Dovrà aspettare mio nipote, il suo tempo libero e le sue intenzioni. Si sono visti ancora, i due. E lei ogni giorno fa avanti e indietro, indietro e avanti tra il garage e il cancello scorrevole. Un’anima in pena. E non è anche questa una vita da cani?

Ancora. Peggy Sue fa parte della famiglia, ed è trattata come una piccola principessa ( piccola di statura, ma grande per gli affetti che tutti nutrono per lei, e grande anche per l’età nel senso che non è una bambina…). Ma Peggy Sue non c’è nello stato di famiglia, non ha un legame legalmente riconosciuto di una qualsivoglia affinità parentale…E’ un familiare di fatto, ma non di diritto… ( o almeno così credo)

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mercoledì, febbraio 14, 2007

Le Parole del Fastidio: Indifferenza

Una parola del fastidio

è la parola i n d i f f e r e n z a .
E non puoi farci n i e n t e .
Perché l’indifferenza t a c e ,
non reagisce, ti ascolta ma nulla la scuote,
guarda rapida l’orologio ,
dice “che cazzo vuoi” o “chi sse ne frega” ,
è sorda ma felice .
E non condivide né il positivo né il negativo e tanto meno l’estremo.
Non differisce mai da se stessa, dunque.

Il tragico è quando f i n g e: emotività, comprensione, partecipazione…
E’ m a s c h e r a, allora: espressione al miele di castagno, sorriso
promesso promesso promesso al primo premiato.…
Oppure è maschera nera di pizzo , come benda sugli occhi, per celare il
volto e la sua appartenenza….... : ma la trasparenza del pizzo lascia
vedere lo sguardo e, quasi, il pensiero retrostante
E il p e n s i e r o dell’ indifferenza è finta sorellanza, fretta di
scappare via, giorni senza memoria né metamorfosi…. ( una volta era
amistad questo quartiere…).
E poi falsità in tutto il resto , E ancora: s i l e n z i o (dentro) che non
ha né speranze né bandiere….
E con l’indifferenza ed il silenzio…, vedi quale e quanto v u o t o dilaga?
quanto deserto, da qui all’orizzonte, pur nei pochi metri di un corridoio
o di una stanza?
O da un capo all’altro del telefono: ti telefono e tu. e tu…, tu, tu, tu, tu….


Giò Mondelli, Silenzio.


martedì, febbraio 13, 2007

A volte ritornano....Chi? Gli inti-Illimani!!


A volte ritornano....
A sorpresa, stasera, in TV… gli Inti-Illimani.
Grande e ormai vecchio amore di tanti e passa anni fa e di parecchi di quelli successivi…
Amore per la loro musica, per quegli strumenti dai nomi strani e dalle origini antiche..;
per la coralità non solo di voci, ma di vicende, intenti e mantelli di gruppo, color rosso cupo;
per le parole della paura e della speranza…; o come quelle della terra, dell’amore, della tradizione ritrovata; o, ancora, come quelle dei poeti con le loro voci uguali e diverse; come quelle delle canzoni che raccontano ‘ferite’ , storia, lotta...
Amore per una lingua che non è la mia e che mi ha sempre affascinato...
Amore dunque inalterato, per questi volti vecchi come per quelli nuovi, come per quelli che non ci sono e non vedo: horacio , max, ed altri.
E mi chiedo che amore sia, questo, quasi incredibilmente fedele.., anche oggi, oggi –dico- che non li seguo più tanto sulle vie del nuovo o non mi capita praticamente mai di vederli e ascoltarli… Penso che sia – il mio – un amore per l’amore che hanno saputo far nascere e alimentare, un amore per le emozioni e il senso di fratellanza che ho vissuto.

Insomma, amo – oggi – l’idea, la forza e la qualità del sentimento di ieri.
Non mi vergogno affatto di pensare a questo amore come ad un Mito, un mito come solo i popoli primitivi ( e fanciulli) sapevano creare e ingenuamente assolutizzare… Nemmeno mi vergognerei nel sentirlo definire da qualcuno alla stregua di un amore adolescenziale, riferendosi a quello mio di allora come a quello dei miei anni di adesso . Perché: non è bello forse sentirsi ogni tanto… fanciulli, .. o primitivi, …o ingenui, …o adolescenziali?... E poi questo, forse con vesti diverse, è pur sempre un sentimento vivo, capace di farmi scrivere (alla mia età) una mail agli Inti e di firmare il loro libro delle presenze affettuose, o di farmi acquistare alla cieca, per questa volta, il loro ultimo CD…
Ma e poi capace di farmi ritrovare inalterate le immagini evocate dalle loro canzoni: e vedo fotogrammi con rivoluzioni e controrivoluzioni, in una storia raccontata dal vento…, e Victor Jara nello stadio di Santiago, così come mi sembra di scorgere el galgo terrible e i mostri del nordamerica pronti a partire, a matar, a scoperchiare e incendiare. O a insinuarsi nelle vie del colpo di stato. Vedo i paesaggi andini, e, tra sentieri e villaggi, trovo parole d’amore su pezzi di carta che sembra d’argento, vedo colori di una festa, due incredibili occhi azzurri; e due passi di danza accennati da Violeta Parra, o il ricordo di quel suo nonno dai capelli dorati,a cavallo della mula , e non c’era ragazza che non lo adorasse di nascosto, attenta a non farsi scoprire….

giovedì, febbraio 01, 2007

Nello spazio silenzio intergalattico


Nel buio cosmo galassia il Silenzio è solo un’ipotesi di percezione. Dall’interno nave spaziale lo si può vedere e intuire, là fuori. Non certo ascoltare: i rumori motori e voci, infatti, per quanto lievi, qui dentro sono sottofondo di sempre. E così quel silenzio del buio è solo immagine fantasia uditiva, dovuta al fascino del Vuoto o al mito del Profondo: due categorie che inquadrano esterno spazio stellato nel video navigator, come assi cartesiani..
Quest’idea di Silenzio totale eterno estremo infinito è o sembra una promessa: di grandi verità che nel buio silenzio a te finalmente si sveleranno, tra cui quella del “conosci te stesso” o del mistero universo. Ma il silenzio del buio cosmo galassia non è solo fascinosa suggestione: sul retro della medaglia è anche terribile gorgone, spaventoso per assenza infinita di voci, di rumori (e forse di Senso; e tu ci stai navigando ). Mostro orribile a udirsi, il silenzio, così da averne paura : se , durante missioni esterne di recupero sonde ,ti prende curiosità di aprire valvole scafandro, e stai ad ascoltare il silenzio…, resti di sale come Lot, nella leggenda.
Siamo in viaggio, nel buio stellato, da oltre tre anni. Fuggiti dalla terra, uccisa devastata dai ‘silenzi’ o sordità dei suoi potenti più potenti… Andiamo tutti alla ricerca di nuovo luogo dove stare. Ma alcuni di noi, perforando distanze di non so quanti parsec, sperano trovare o scorgere almeno barlume di Senso, o di Dio…
Respiriamo aria riciclata e tanto silenzio, in questa nave troppo grande per noi pochi: c’è Silenzio immaginato, quello esterno di cui sopra, ma anche silenzio di parole, tra di noi. Non abbiamo molto da dirci che già non sia stato detto mille volte, ridetto e levigato come sassi sulla riva del mare.
Io sono umano. Gli altri cinque non so , anzi tre di loro - sospetto fortemente - sono umanoidi. Ma non ho modo di appurare verità. So solo che parlano poco pochissimo, con me e tra loro. E, forse telepaticamente, parlano con altri sopravvissuti, ma chissà dove. Con lo sguardo perso nel lontano nulla, quando gestione astronave consente, quando non comunicano per telepatia o a voce, le cinque unità tacendo si chiedono, anche loro come me, quanto ci resta da vivere. Non c’è Silenzio profondo, in tante galassie, che ci sveli questa segreta scadenza.
Da qualche tempo, un mese forse, il silenzio di parole ha raddoppiato suo spessore. Presunti umanoidi e non, da un mese dicevo, comunicano tramite computer. Le parole : usate solo per comunicazioni di servizio: Unità Due recarsi in infermeria, Unità Quattro regolare temperatura di colture idroponiche , Unità Tre controllare scorte di soia…, Comandante è il mio turno di sonno….
Per il resto, cioè per tutto il possibile eventuale restante fluire di dialogo e comunicazione, l’equipaggio ha scelto il computer. E’ a lui che affidano parole mai dette prima, immagini mentali che solo lo schermo può spiegare, o strane musiche del ricordo. Naturalmente restando anonimi. e perciò protetti,sicuri.
Perché questa specie di gioco? per movimentare e ravvivare il solito spento tran tran delle stesse cose sempre quelle da dire: come in un lungo matrimonio ormai senza senso, sesso o amore. Per cercare nuovi legami e fili, forse sottili come ragnatela o forse chissà.
Come non c’è nome che distingua e personalizzi in questo viaggio le Unità, così nel nuovo gioco-scambio di parole non ci sono nomi veri , ma di fantasia e di stravaganza. Come a dire che il loro status non cambia, né su piano esistenziale né nei loro ruoli qui: anonimato è seconda pelle. E, con loro nicknames, sembrano dire a se stessi e a me Stiamo solo cercando di sopravvivere “dentro” e non temere: nessun complotto di Spartacus ribelle.
Così la loro giornata è la routine delle mansioni quotidiane, ma qualsiasi pausa è buona per digitare messaggi su tastiera del computer da cintura, o di quello di servizio, incorporato nell’avambraccio con intervento laser. Digitano senza farsi vedere dagli altri, me compreso. Perché così l’anonimato, nascosto da nickname e dall’ appartarsi nell’invisibilità, li rende più liberi di dire se stessi, con sogni, desideri, segreti, paure mai dette prima. O anche più semplicemente di scrivere qualsiasi cosa senza freno di pudore ritegno. Uno di loro ha scritto anche poesie. Copiate. Ma a chi può importare ormai?
Io non sono entrato nel gioco: io, comandante, non invitato ovviamente - per rispetto o disagio - a partecipare e ad espormi con diari o storie personali, a condividere segreti di ciurma o commentare eventi e cronache.. Se anche entrassi ora e spontaneamente nel gioco, saprebbero tutti che ci sono io sotto quel nome finto: inevitabile oltre che lapalissiano.
Così il mio silenzio, qui dentro, sta diventando sempre più simile a quello di fuori, perché sempre più rare sono – sospese nell’aria – le parole mie e di tutti, sempre più tempo è sottratto a voce che dice, sempre più tempo è quello , degli altri, confessato digitando: più silente di un sottovoce. Ed io temo che mio apparato vocale si stia atrofizzando, così come mio lessico pare che esca faticoso, stentato e incerto da un vocabolario afasico. Parlo da solo, a volte, inciampando in grammatica e senza farmi sentire. Oppure parlo mentalmente con me stesso o con un tu immaginario, per non perdere lume di ragione, per continuare a sapere che esisto e che so pensare o intelligere.
Gli altri invece sembrano meno soli, sembrano aver trovato nuove strade e qualità nel medium e nel messaggio. Nei loro computer scorre a volte racconto di vite episodi passati dolenti o rimpianti o rivissuti sorridendo; oppure entrano in circolo nell’etere-universo i segreti svelati, e sfoghi o speranze, cose mai viste o sentite in tre anni e passa di navigazione. E circolano risposte e commenti, brevi, a volte infinitesimali. Non so se per ‘sacro’ rispetto di altrui confessione, ancora calda di parto e fatta di parole, o non so se per riservare a se stessi il tempo di scrittura ed energia del pensiero e spazio a cui correre di fretta appena possibile. Nascosti nel privato. Come Machiavelli diceva nella lettera al Vettori. Solo che qui, nel nostro caso, gli anonimi si trasferiscono non nella cultura antica dei Maestri e nella circolazione di valori umanistici , dopo una giornata di cose qualunque o di abbrutimento. Qui, mi pare che uomini di equipaggio parlino molto di se stessi a se stessi : punto di partenza obbligato, del resto, per un recupero di consapevolezze di realtà interiori, di società mondo, altre ancora invece di poco peso…..
A parte problemi dovuti al mio ruolo, non saprei essere un comunicatore in rete, credo. Non potrei scrivere e scrivere sempre e sempre senza avere prova certa e ben dimostrabile del mio essere ascoltato e compreso da altri, profondamente. Mi par di vederci, tutti, me e gli altri di equipaggio : in fuga, sbaragliati dalla sorte, dispersi all’ascolto. All’ascolto o ricerca di qualsivoglia segno-segnale. E poi mi chiedo ma io so ascoltare? forse, di solito sì, buon deposito per fiumi parole di rei o innocenti confessi, parole di voce vera, con un nome che conosco.
A meno che depressione e malcontento e terribili ansie non chiudano il mio audio, così come chiudono radiotivù e giornali libri. Allora non sono più un disperso all’ascolto, ma soltanto un disperso. Come ora. e se non so ascoltare, nemmeno so dialogare, quindi a che serve scrivere di sé, se poi non so scivolare giù , giù, per l’asse sintagmatico della comunicazione altrui, o, pur scendendovi, non so dare risposte, scambiare mio con tuo, aver voglia di mettermi in tue scarpe…
Ciò detto, non resta - per coerenza - che silenzio. Totale.