sabato, giugno 30, 2007



Poesia strana e intillimana





siamo ingrassati insieme
in tutti questi anni
io e horacio salinas:
no, non è esatto ‘insieme’,
meglio dire entrambi.
.....
..
io e jorge coulon, invece,
in questo lungo tiempo,
abbiamo colorato d’argento
alcuni fili nei capelli:
nei miei e nei suoi capelli
.
patricio mans, max berrù, josè seves,
horacio duran, … :
insieme , di speciale o specifico,
non abbiam fatto niente
se non cantare le stesse emozioni:
pur con diversi timbri e toni..
.
in tanti anni scivolati via
se ci fossimo incontrati
certo ci saremmo amati
o meglio , loro avrebbero amato me
come io ho amato loro.
avremmo cantato e suonato insieme
nelle prove di un concierto.
avremmo riso e pianto ripensando al passato,
a utopie o delusioni al ritmo di canzoni,
o avremmo cercato nuovi ritmi e suoni…
.
ma nulla di tutto questo è stato.
io ho incontrato un po’ di me
ascoltando loro,
e loro , ora non più insieme,
han finito di incontrare il sé
in ciò che insieme avevano cantato.


Intreccio


Due storie di “sentimenti”
(Dylan Thomas, Ad altri da te ; P.P.Pasolini, Torno, e mi trovo…)


(Mani, recate grappoli o veleni?)

Nulla è mutato, siamo negli anni Cinquanta!

(Amico, da nemica io ti sfido )

Siamo negli anni Quaranta, prendete le armi!

( Tu con monete false nelle borse degli occhi)

Ma la sera è più forte di ogni dolore

( Tu amico dall’aria accattivante )

Pian piano i due o tre tram la vincono

sulle migliaia di operai

( Tu che per vera mi rifilasti la menzogna )

Lo spiazzo è quello dei dopocena

( Mentre spiavi bronzeo i miei più gelosi pensieri )

Sul fango, sereno, brilla il chiaro di una baracca da biliardo

( Finché il dente goloso del mio affetto trovò il duro e scricchiolò )

La poca gente fa la coda nel vento di scirocco di una sera del Mille

Aspettando il tram che la porti alla buia borgata

( E un martello contro il mio cuore )

La rivoluzione non è che un sentimento.



Donde le onde del senso oscuro?
.
.
nelle poesie è nascosto
e non si mostra il senso,
a volte,
o almeno così pare:
ma è naturale
trattenere nelle reti
grandi o piccoli segreti,
un dubbio di amleto
o il perché di un ricordo.
.
.
a volte invece il sentiero è oscuro
per quella parola che non vuol dire niente
ma che si è infilata nella mente
del lettore o del poeta
con fonemi da sirena.
e resta lì , tra una rima e un verso
mai visti prima:
è come noi inquieta, o fa solo scena ?
o ci sfida, sul serio o per scherzo,
a trovare tra i fonemi un poco di senso
fintoprofondo?
.
.
e allora poesia è gioco
che ti prende per mano,
e ti porta nello strano mondo
dei giri in giostra;
che girando ti mostra
la costante direzione
del significato
e una congerie casuale di colori
attorno
e mai uguale




mercoledì, giugno 27, 2007


TitinZazà, il Senso






sta sul soffitto, sulla mia testa
fermo girando l’aria e i miei pensieri,
accasciati dall’afa di pianura
ma anche dal Nulla, con ombre di Paura.


va, va, e le sue pale ,lente, ruotano:
fermo girando l’aria, dall’alto del soffitto…
ma non bastano pale,in stile coloniale,
a smuovere detriti inerti e da buttare.

fermo girando l’aria , il ventilatore smuove
domande non più nuove, anzi sempre le stesse,
negli anni in sospeso, come il Nodo del Senso.
come spada di Damocle, o sasso appeso

e mi accorgo che, ancor oggi, io cerco la Titina,
emblema della quệte di prima ( e di sempre).
sì, dove sarà Titina, Titina mia Titina?
e dove starà Zaza, la fuggitiva… ?

domande più inutili di qualsiasi risposta,
dell’aria che girando non sposta di molto
pesi e assenze nell’io, o la mia piatta calma,
sin libertadores ni sueños in alma…

Titinzaza l’essenza, Titinzaza l’idea,la forza del motore?
il Senso? so solo che chi vive muore,
che respiro giorno per giorno,
fermo pescando oggi la mia carta da gioco
e poi scarto e scelgo quindi cose da poco.

giovedì, giugno 21, 2007


Disco – Depression 1

il disco gira
le note sempre uguali
qualcosa si è inceppato

così la voce ripete
che se avesse previsto
tutto questo…
( dati, cause, pretesto…)
forse avrebbe fatto lo stesso:
non sarebbe cambiato niente…?

e se io avessi previsto
i momenti di adesso?
avrei in anticipo ammazzato
quel cesso di un dottore
che non ha visto in tempo
il corpo alieno
dentro di me, nel seno….

e che, un anno dopo,
scoperto al fine il nodo,
scherzava amabilmente – tutto scemo -
forse con l’infermiera,
mentre io col mio groppo duro,
bianca come il muro,
davanti agli occhi il buio ,
come se fosse sera,
non riuscivo ad allacciare il reggiseno..




Disco-Depression 2

il disco gira
ma non c’è volume:
perché mi angoscia
qualsiasi voce, canzone , falso tema.

troppo grande il problema.

non è solo tristezza,
o depressione: puoi tapparti le orecchie,
non ascoltare – come ulisse –
le sirene dell’inganno,
i mali di stagione,
il dramma del clima…

e puoi ogni giorno pescare
e scartare
una carta da gioco
ogni giorno giocare
a far finta di niente.

ma il tarlo scava anche dentro
i miei racconti
le mie quasi poesie,
le ironie che so creare

scava il tarlo finché trova
il punto da colpire:
l’idea del morire.

non in senso esistenziale
questo pensiero,
ma è legato ad un male,
quasi un maleficio,
che viaggia nel corpo
come un treno.
sempre in rima con ‘seno'.

Etichette:

sabato, giugno 16, 2007


Superfluità




Cerco
ansiosa
e sospesa
tra l’io e il di fuori.
Sfoglio pagine da qui a là
e poi viceversa
da sinistra a destra.
O sfoglio le risposte della rete
al mio quesito.
Pero yo no sé
lo que mi alma va querer...
Forse una poesia struggente?
So solo che cerca
fuori di sè
una riga,
una palabra
mil palabras tambien,
un sendero .
Un sentiero nel niente, nel nulla.
Una risposta ad una domanda
che non sa di aver fatto.
una domanda a chi?
a se stessa, al Vuoto...?
Nemmeno di questo
l’anima è al corrente.
E cerca fuori di sé,
dunque,
ciò che il sé
non sa di volere.
Perché dentro
e fuori di sé
per lei
tutto è superfluo…


Lui e l'altro.


.

.

lui era rimasto stregato dall’altro.
all’inizio, quasi senza accorgersene.
ma poi sempre più calamitato negli sguardi e nei pensieri.
a volte erano vicini, altre volte lontani: lavoro, scuola, distanze, e poi il segreto , tutto allontanava o avvicinava a seconda del caso.
potevano sempre e con tutti fingere di essere soltanto amici?
trovavano sempre il posto giusto dove stare insieme? per una cena, per amarsi, e senza l’impressione dello squallore…
trovavano sempre il tempo e il luogo per parlare e parlare?
lui, in particolare, aveva bisogno di parole e sicurezza, lui che aveva l’urgenza di condividere emozioni, dubbi, o le cose qualsiasi di tutti i giorni.
era più piccolo dell’altro.
era più solo, nella casa dei suoi, dove il segreto non veniva nemmeno sfiorato. dove non c’era nessuno con cui smussare gli angoli del patire o con cui sciogliere i momenti del capogiro.
il telefono era difficile da gestire, per lui.
e difficile era aspettare - giorno dopo giorno e dopo ancora - una chiamata dell’altro, o il momento raro in cui quella sua casa sarebbe stata sicuramente vuota.
le telefonate erano soprattutto le sue di lui.
quindi rade, distanti, e rendevano distante il sentimento dell’altro, e più chiuso il fluire della loro storia.
ma quando l’altro chiamava, tutto il grigio ed il nero della mente e del cuore sembravano stupidi e inutili stati di sofferenza, momenti di puro autolesionismo…., di paura ed insicurezza.

l’altro era una personalità forte.
il suo carattere era indipendente.
dominava le situazioni o faceva di tutto per riuscirci.
sapeva vivere da solo. sapeva vivere tanti giorni da solo senza cercare nessuno….. sembrava non patire per l’ansia o il desiderio di sapere come stavano le persone che amava.
lui lo sapeva,dell’ indipendentismo dell’altro. e questo un po’ lo attirava, come si possono attirare gli opposti, o gli individui complementari – in riferimento naturalmente ad un bisogno unilaterale di complementarità.
ma questo indipendentismo lo lasciava anche indebolito, a volte, oppure desideroso di crescere per essere anche lui capace di dominare: dominare l’altro (…?) ma, penso, soprattutto capace di dominare il proprio senso di superfluità…

le prime vacanze insieme. lui le aveva attese come il primo momento eclatante della loro storia. anche se era stato l’altro a decidere il dove ed il quando. un’occasione. la casa di amici. l’isola e le altre isole. e sorrideva.
lui ,felice. aspettava l’inizio di questa avventura. ovvero, di questa parentesi che conteneva mare, cielo, sole, paesaggi antichi e pietre e marmi e storia.
e la parola “insieme”.
in tanti giorni passati insieme, l’altro a volte scivolava nell’abisso del silenzio e della voglia di stare solo, oltre che muto. che pensieri gli ingarbugliavano la testa? non era dato saperlo. né prima né dopo queste voglie di devolution…
anche lui allora stava solo, ma più che altro “si sentiva” solo e temeva il precipitare della loro storia in un dramma. anzi, col passare dei giorni non sapeva più cosa temere, nelle giornate del rifiuto. c’era forse un altro nella sua testa? o forse era ormai stanco di lui, così introverso e meno forte ? o si era pentito di quella vacanza e di quei luoghi?...
domande senza risposta, per il momento.
l’avrebbe trovata molto più avanti nel tempo.
e senza motivazioni misteriose o drammatiche. niente. l’altro era semplicemente fatto così, a sbalzi di umore. anche se , dietro questi sbalzi, c’era un malessere a cui il suo segno zodiacale e la sua personalità non consentivano di uscire allo scoperto, di cercare spiegazioni e pian piano di svelenirsi..

lui ebbe dalla sua il tempo: il tempo della vita, quello che ti fa crescere e ti fa passare attraverso un numero continuo di anni. e diventare più grande…
il tempo che, in questo fluire di anni, ti fa vivere , zitto zitto, le esperienze che ti entrano dentro, anche se non te ne accorgi sul momento e forse neanche dopo: occasioni, opportunità, guadagni e perdite…
e così questo tempo, generoso, affinò la sua sensibilità , sempre più ricca e aperta alle sintonie con l’altro e con le sue complessità.
questo tempo lo aiutò anche ad autoimmunizzarsi dalle immagini di altri amori, brevi, che a volte l’altro portava nel proprio letto .
lo aiutò ad avere un po’ meno bisogno della sua voce lontana. cioè a sopravvivere alla legge del silenzio con esercizi per raggiungere l’atarassia…
il tempo non lo fece cadere nella tragedia, quando l’altro tagliò tutti i fili che li avevano uniti.
ma ciò non significa che il tempo abbia steso strati di anestetico sul suo sentimento: anche se non lo dice, se fa finta di niente, se continua la sua vita con le sue incessanti esperienze e gioie e fatiche… il suo pensiero, inconsciamente, è a forma di cannocchiale :
ogni tanto guarda lontano, per vedere o immaginare.
a volte invece più o meno consapevolmente patisce per quella voce che , da lontano, gli si fa vicina, al telefono, e dice, e parla sibillina
come se avesse ancora bisogno di lui.

Etichette:







Una vecchia storia, rivisitata...


.

.

il mare è grande.
le terre che lambisce sono tante e alcune sconosciute.
ma la vita mi insegna che non c’è posto dove si possa fuggire per trovare rifugio dal proprio passato remoto e da quello dei giorni appena trascorsi.
servì forse a qualcosa fuggire, anni ed anni or sono, dalla mia città e dal mio regno, dopo la morte del mio sposo? servì a qualcosa fuggire lontano, per non cadere nelle cospirazioni del re mio fratello ? della sua rivale avidità di potere?
A poco servì, perché il mio nuovo rifugio in altra terra fu violato da un arrivo imprevisto: un eroe in fuga da una patria in fiamme,le navi provate dalle tempeste, il cuore con qualche corda spezzata. la grandiosa città, che avevo progettato e che stavo costruendo, cessò di essere il mio primo ed unico pensiero: le mura rimasero interrotte e le impalcature si stagliavano vuote contro il cielo.
il mio nuovo rifugio fu il cuore di lui, e, prima ancora,la grotta che ci accolse – complice - nel buio del temporale, quel giorno che la bufera ci sorprese durante la caccia.
ma che rifugio poteva essere il suo cuore, se il suo cuore era stato capace di relegare alle proprie spalle e nell’oblio la sua sposa, durante la fuga dalla città e dal nemico ? se era stato capace di perderla e di non accorgersene per tutti i passi e le strade e viuzze e un interminabile tempo? che cuore-rifugio poteva essere quello che non pensò di tornare indietro a cercarla, dopo che il fantasma di lei aveva dovuto mostrarsi per renderlo edotto della propria sorte?
cuore arido.
Io non sono morta alle sue spalle,come la sua sposa, in queste terre nuove per me e anche per lui. eppure , come già aveva fatto con lei, in un’alba ingiustamente rosata mi aveva lasciato nell’oblio delle mie stanze e del mio sonno: e senza una parola aveva ripreso il mare. per cercare anche lui nuovi rifugi, ma senza di me …. di me che l’avevo amato, di me che ero ancora carne viva e trepidante, e che non ero certo un fantasma, una inconsistente trasparenza.
qualche parola, in verità, aveva provato a lanciarla tra noi, ma rapida come un guizzo nel gioco dei dadi e senza l’inequivocabilità dei loro numeri. aveva lanciato nell’aria l’immagine dell’ombra paterna che gli ricordava un suo presunto grande destino, lontano da qui.. aveva lanciato anche l’immagine del messaggero degli dei e del libro del fato che lo reclamava altrove…
parole vuote, per me, che non capivo e non sapevo.
e poi, non sapevo e non pensavo nemmeno che gli uomini potessero essere diversi dal mio sposo defunto: cioè falsi e bugiardi.
quando al mio risveglio vidi le navi all’orizzonte, spinte da venti veloci e da sogni di cui non facevo parte, in silenzio, con lacrime lunghe, in un cortile vuoto e senza nessuno, mi costruii una pira. volevo morire. e volevo contrapporre all’alba rosata delle navi in fuga i bagliori rosati del mio rogo.
ma poi , pian piano, scomparse le navi oltre la linea tra mare e cielo, sentii di nuovo attorno a me , oltre le mura del palazzo, i rumori della città e del suo risveglio: le grida di mercanti, i tonfi secchi del legnaiolo, i colpi dello scalpellino…e il cielo quadrato sopra le mura del cortile da rosa si era ormai fatto di color azzurro e oro. le mie lacrime erano ancora lunghe. le mie mani accarezzavano la pira e le foglie secche con cui l’avevo ricoperta. ma i miei passi mi portarono via, pian piano, verso la mia stanza, verso il suo angolo più buio. volevo stare sola. ed ero sola. le mie ancelle parevano svanite nel nulla, come le navi. o forse erano al tempio a pregare per me. o semplicemente avevano ricevuto l’ordine di non turbarmi con le loro parole.
rimasi a lungo nella mia stanza. sentivo , fuori dalla porta, i passi felpati e incerti della vecchia nutrice: avanti e indietro, come se non sapesse se bussare o attendere.
nel frattempo, il pianto si andava trasformando in un pianto senza lacrime visibili. poi , il pianto senza lacrime lasciò il posto a momenti di desolazione , di rabbia e rancore.
l’immagine della pira riappariva, di quando in quando, come unica soluzione a questi stati d’animo velenosi e negativi
e il mio suicidio sarebbe stato una punizione per lui, una condanna al senso di colpa? o sarebbe stato del tutto inutile?
l’eco della mia morte, dovuta alla sua crudeltà, lo avrebbe seguito per tutto il grande mare e in qualsiasi approdo? o i popoli del grande mare sarebbero stati – come lui – sordi o insensibili al mio estremo sacrificio? o ben presto immemori, nel breve tempo?
ognuna di queste domande e ognuna delle terribili risposte sfociavano comunque in una sensazione di fallimento e di perdita.
io avevo perso l’amore, la dignità, la speranza, la possibilità di vendetta , o di essere capita e ricordata per il mio ingiusto patire e morire.
e tornava insistente l’immagine della pira, che pareva attendermi là, nel cortile più lontano e nascosto…
presi a misurare coi miei passi la stanza in penombra e i miei inutili e ripetitivi pensieri, avanti e indietro, indietro e avanti. senza pace e senza soluzioni, decisioni, scelte..
andai ad una delle finestre: per respirare un’aria diversa, per rappacificarmi con l’orizzonte e con il mare, entrambi vuoti. e coperti dai primi veli della sera. fu tra quei veli che vidi un alone rosato e tremolante, non sul mare né sulla spiaggia , ma molto prima delle prime onde e all’interno delle mura e del palazzo. Non poteva che provenire dall’ultimo dei cortili .
la mia pira. io l’avevo costruita per me. solo per me, come vogliono le consuetudini del mio popolo.
corro fuori dalla stanza, corro per i corridoi e per le scale. un altro scalpiccio mi segue, più lento, ed anche un altro e un altro ancora.
la pira, davanti ai miei occhi increduli, sta bruciando, complici le foglie secche. sulla pira c’è un corpo di donna, con accanto, strette tra le braccia, le armi di un uomo. di chi sono quel corpo e quelle reliquie?
stupefatta. incredula, come la nutrice che mi ha raggiunto e come le guardie che erano dietro di me…
riconosco un lembo dell’abito, sfuggito alle fiamme. e la forma dell’elmo, incandescente. sulla pira c’è Tilith, la più giovane delle mie sorelle principesse, e tiene vicino a sé le armi del “mio” fuggiasco ripartito senza addii , anche lei vittima di un amore grande, non ricambiato, alimentato e vissuto in silenzio….
Tilith aveva preso la mia pira, il mio posto e la mia decisione.
la tragedia invase le strade del mio cuore. il silenzio e l’impotenza fecero di me una statua.
all’alba, dopo una notte in cui avevo rivissuto malamente la mia vita, i miei errori, la mia buona e cattiva sorte, all’alba avevo deciso.
sapevo dov’erano dirette le navi.
ne avrei seguite le tracce..
lasciai alla maggiore delle mie sorelle, Ellissa, il trono e il compito di governare la città. oltre al compito di interrogare costantemente gli oracoli per aiutarmi nella mia impresa, e di fare ricche offerte agli dei della vendetta. Sarebbe passata lei alla storia, come regina di una città, a sua volta regina d’Africa. io sarei sparita nel nulla, nessuno avrebbe avuto motivo di ricordarmi per nessuna impresa o vicenda degne di memoria.
cambiai abito e nome. portai con me solo il filtro della maga e la parola magica che mi aveva insegnato: il filtro era un elisir di lunghissima vita; la parola magica mi avrebbe aperto tutte le porte, col trasformare le mie sembianze in quelle di amici o potenti nemici dell’uomo dal cuore arido.
avrei avuto tutto il tempo e le occasioni che volevo per ostacolarlo, combatterlo,o ucciderlo, lui ed i suoi discendenti….
quando sbarcò nella terra per lui scelta dal fato, fui io ad armare i popoli di quei luoghi contro di lui…fui io a rapire i figli neonati dei suoi figli e ad affidarli alle acque di un fiume per ritardare altre imprese…
e fui io a metterli l’uno contro l’altro fino allo scontro mortale.. fui io a consentire la nascita di un grande dominio o stato, perché il mio popolo potesse sfidarlo, combatterlo e fargli assaggiare il sapore del pericolo… Di più non mi era consentito, non potevo stravolgere i fati…
ma che soddisfazione fu la mia nel far crescere vieppiù quell’impero, e poi avvelenarlo con la sua stessa elefantiasi, con la corruzione, la disobbedienza… e poi ancora far muovere popoli affamati e ostili da lunghe distanze e impervi cammini. popoli avidi di terra e ricchezze, di luoghi dove vivere e regnare. trovarono tutto ciò. e quanto più grandi erano state le fortune e la gloria dello stato che avevo aiutato a crescere, tanto più amaro e desolante fu il suo crollo, che io avevo aiutato seminando i semi della Fine.


Etichette: