mercoledì, maggio 30, 2007


Da un manoscritto trovato in Valbrembnana
Il testo presenta qualche incongruenza ed uno stile un po' pedante: non è opera mia, proviene da un manoscritto trovato in Valbrembnana....Auguri a chi legge e ...regge!




Quanti sono i sette nani?
La domanda sembrerà la solita domanda sciocca, ma… non è così. E non è nemmeno uno stratagemma per un incipit stravagante.
Mammolo, Cucciolo, Dotto, Pisolo, Eolo, Brontolo, Gongolo…Sappiamo tutti, ma proprio tutti, che i nani di Biancaneve erano sette e conosciamo, da Walt Disney in poi, anche i loro nomi. Ma a dire il vero ce n’erano altri: Lungolo, Mignolo, Grufolo, Tortolo,Bombolo, Sandalo, Ciondolo e perfino Lattonzolo, l’ultimo natolo. E altri che non ricordo. Fecero comunque bene,credo, soprattutto i fratelli Grimm a raccontare la fiaba in chiave di sette. Disney aveva letto “sette” nei libri stampati e aveva visto “sette” nelle illustrazioni che li accompagnavano: non si era posto quindi il problema di indagare, verificare, modificare... I Grimm invece no: girovaganti studiosi della narrativa orale nella tradizione tedesca, lo sapevano, loro, che il numero dei nani era un altro. Non sette. Non il doppio. Di più e oltre. Erano un intero popolo che viveva sulle montagne, tra boschi e caverne, ad altitudini abbastanza fuori dalla portata degli umani. Se si fosse sparsa la notizia di questi piccoli uomini, e delle loro chissà quante tribù , forse la paura e la diffidenza avrebbero scatenato battute di caccia tra rocce e foreste, aggressioni, linciaggi …! Soprattutto se ci aggiungiamo l’avidità verso i presunti , favolosi e ben nascosti tesori naneschi..
Ma occorre qui una precisazione. Certo non si può negare che il nano fosse una figura da sempre presente nell’immaginario collettivo, come dimostrano poemi e romanzi. E poi non tutti i nani vivevano compatti nelle tribù di altura, ma ne nascevano o comparivano alcuni – isolati - anche nelle pianure. Solo che il non sapere che erano un gruppo, una tribù o un Popolo faceva sì che gli umani non si spaventassero e non scegliessero il Negativo come comportamento e come reazione.
I nani, pertanto, dopo il cartone di Disney e la sua diffusione a livello mondiale, si ritennero in pericolo – come gruppo - per questa specie di pubblicità involontaria e si ritirarono verso luoghi sempre più nascosti: per lo meno finché riuscirono a trovarne. Non volevano gite scolastiche sguinzagliate alla loro ricerca, né essere scambiati per pupazzi da spupazzare, o per parenti dei cartoons… Per questo conducevano una vita molto ritirata. Anche i rapporti fra tribù furono ridotti per il pericolo del viaggio; quanto alle loro attività economiche ( di legnaiuoli, di minatori, di pastori, ecc…) continuarono e furono spesso implementate: ma come garanzia di sicurezza, i rapporti con i pochi imprenditori umani ed umanoidi erano gestiti dai nani un po’ più alti, che quindi non destavano particolari sospetti e curiosità.
Io sono una di loro. Per questo so queste cose. Ma non più di tanto. Perché tutti i numerosi tentativi del mio popolo di conservare il segreto su se stesso e sulla propria ubicazione fecero sì che nel tempo diventasse sempre più difficile comunicare: difficile trasmettersi notizie, continuare ad elaborare una cultura ed una storia comuni. Alcune tribù si dimenticarono di altre tribù, e viceversa….; nacquero usanze e linguaggi lontani da quelli del ceppo originario…; e nessuna innovazione tecnologica che aiutasse i dispersi a mantenere in vita i fili della collaborazione e della conoscenza… Rimase soltanto, in quasi tutti, il senso del pericolo e della paura.
Mio nonno, lontanissimo discendente di Lungolo ( a suo dire… ) , ha sempre cercato, nel corso della sua vita, di recuperare brandelli di storia collettiva ; ha scavato nella memoria di molti, anzi nel ricordo di altri ricordi, tramandati in qualche modo attraverso altre ed altre memorie. Lavoro non facile, dato che il popolo dei nani oggi è quasi del tutto estinto, oppure integrato nel mondo dei non-nani. Ci sono però, tra i sopravvissuti alla lenta estinzione, ci sono – dicevo – degli storici veri e degli antropologi e degli studiosi , che hanno elaborato studi sulle nostre “radici” o, anche, interessanti teorie.
Ho sentito parlare ad esempio delle teorie di Svetlan Pomodorov, semiologo di origine rumena trapiantato in occidente. Nel titolo del suo libro “La conquista dei nani” è già presente il nucleo centrale dei suoi studi naneschi. Cioè a dire che i nani, per secoli nascosti agli occhi del mondo, non furono – come si suol dire di solito – “scoperti”. Certo , dal ‘500 all’800, tra spostamenti - in Europa - di dissidenti religiosi, di eserciti imperiali o di soldataglia, di fuggiaschi e viaggiatori, di rivoluzionari e baionette…i nani non poterono non venire prima o poi scoperti in numero più cospicuo, anche se solo come individui singoli e come piccoli gruppi.. Ma il fatto è che la “scoperta” di queste creature, da parte dei non nani, passò direttamente a trasformarsi in “conquista”. Chi poteva resistere alla tentazione di dominare creature così piccole e insignificanti? Chissà poi se avevano un’anima, sicuramente no…E come resistere alla tentazione di impadronirsi delle loro ricchezze, una volta trovato in qualche grotta o capanna un mucchietto di diamanti o di pietre rare… Fu così che molti singoli furono strappati al loro mondo, privati di ricchezze e di legami familiari, resi schiavi, alcuni, o fenomeni da baraccone; altri addirittura uccisi a scopo dimostrativo; pochi, infine, fuggiti miracolosamente per stretti passaggi che solo loro conoscevano e in cui gli umani non sarebbero riusciti ad infilarsi…Ridotti in schiavitù o in miseria, privati della vita e dei diritti, come non definire “conquistati” questi molti singoli esemplari di nani ? E come non evidenziare la presunta superiorità della razza umana? Questa la tesi di Pomodorov. A cui aggiunge i concetti contrapposti di “incontro / scontro” tra due etnie: quando mai gli umanoidi hanno cercato di conoscere la storia, la cultura, la lingua del piccolo popolo? di capirne la natura pacifica e laboriosa, di ascoltarne le saghe e leggende …No, l’”incontro” non ha mai avuto luogo, anche se i libri di storia cercano a volte di contrabbandare il contraio. Fu solo “scontro”: solo negatività, quindi, come lo era la conquista. Nel ‘700 cominciò , in pochi Paesi, qualche tentativo di integrazione, non sempre felice: nelle città integrarsi voleva dire occupare il livello più basso delle classi sociali, come servo dei servi, o servo di palazzo e non di rado buffone o spia.; nelle campagne , dove la mentalità era più ristretta e conservatrice, il nano poteva essere solo un paria. In alcuni casi, però, i nani ebbero dei ruoli privilegiati , o alla corte di principi illuminati, o presso quei borghesi che ne seppero riconoscere abilità e competenze. E li avete visti negli affreschi della corte di Mantova?
Io vivo sulle montagne. Ho però vissuto e studiato per molti anni nelle pianure e città degli uomini. Ho cercato di conoscere il loro mondo. Anche se a loro non interessava minimamente il mio. .Le due etnie , dopo secoli di un rapporto ostilità/sottomissione, hanno finito per convivere più o meno pacificamente, e poi gli umani hanno preferito cercarsi altri bersagli. E li hanno trovati, così come continuano a trovarne ancora oggi.
Quand’ero laggiù, tra gli aspetti esteriori del mondo degli umani ne notai alcuni per la loro stranezza e mi riproposi di chiederne al mio tutor. Strano era il loro ridere dei nani del circo ( a me fanno a volte tristezza). Strano era il loro sguardo o troppo curioso o troppo indifferente, se rivolto a noi. Strana era soprattutto la loro mania di mettere nel giardino, o davanti a casa, dei nanetti finti, di gesso e rubicondi: ma perché questa mania? perché questo improvviso bisogno di averli vicini? Non sapevo la risposta: potevo solo ipotizzare che il motivo fosse (a) il bisogno di continuare a provare il senso del dominio,( sui nanetti di gesso sotto casa).; (b) il desiderio di espiazione per le colpe degli antenati ( avendo sotto gli occhi quotidianamente immagini di nanetti “perseguitati”, là in forma di clone gessoso…) Non venni a capo di nulla. Ma in ogni caso mi sembrava chiaro che questa mania decorativa (1) mi dava fastidio e (2) se mi dava fastidio voleva significare che c’era sotto qualcosa di ingiusto o di insano; (3) era chiaro anche che noi nani non ci saremmo mai sognati di usare riproduzioni e statue di umani nei nostri giardini, un po’ per antipatia e un po’ per abitudine al rispetto dell’altro, anche se l’altro è stronzo….
Fu così che ebbe inizio la mia missione individuale, la mia missione disinfestatrice….. Il mio scopo era quello di eliminare questo perpetuarsi del rapporto oppressione/sottomissione. Non potevo trasformarlo in oppressione/rivolta: non erano i tempi giusti, e poi ero sola, e l’unico esercito su cui avrei potuto contare era quello pietrificato di inutili nanerottoli.
Due furono le strategie cui feci ricorso.
Una la usai fin dall’inizio: e non era una novità, dato che da tempo si sentiva parlare di Movimento e di Fronte per la liberazione dei nani da giardino. Ma non avevo niente in comune con il loro nano-pensiero: vale a dire un’ ideologia salvifica nei confronti di presunte anime nanesche nascoste nel gesso. Io non volevo salvare quei mostriciattoli inerti: volevo eliminarli, rapirli, distruggerli o comunque farli sparire per sempre da lì…E così feci. Con fatica, con una certa qual paura, almeno inizialmente. Con piani ben congegnati per non farmi scoprire. Mi ero creata anche un deposito per quelle scorte che non riuscivo a smaltire nell’immediato…
A volte i proprietari dei giardini, dopo che avevo spogliato sentieri o aiuole degli orribili schiavi di pietra, per testardaggine e per dispetto ne acquistavano altri, a volte più numerosi e con l’aggiunta di Biancaneve.
Io non mi scoraggiavo. Mai. Anche se ero sola. Anche se il gioco cominciò a farsi pericoloso.
Infatti, di fronte alla pervicacia di certi proprietari “giardinonanofili”, adottai la seconda strategia. Continuavo, sì, a far sparire i nani, ma poi facevo “sparire” anche l’uomo che li aveva adottati.. Definitivamente sparire.
Ora sono qui in montagna, un po’ per sentirmi ancora una volta a casa mia, e un po’ per stare lontana dai sospetti della polizia e dalle battute di caccia dei comuni cittadini. Molti di loro si sono autonominati guardie giurate a difesa ( è il colmo!) dei nani : nani da giardino, d’accordo, ma pur sempre nani….
Quelli che gli umani avevano lentamente conquistato e visto estinguersi….



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giovedì, maggio 24, 2007

Ricette, formule e magie

Le ricette per la felicità, nei libri sulla Manipolazione del Destino, sono varie e numerose, essendo vari i tipi di felicità a cui si aspira… Essere felici per alcuni significa amare ed essere amati, per altri liberarsi dalla persecuzione del malocchio, per altri ancora è sinonimo di ricchezza…, e via dicendo.
Le ricette richiedono tassativamente, per poter funzionare, una fiducia totale, nonché una esecuzione fedelissima delle procedure… Perché un rito o un’invocazione abbiano un effetto ancor più sicuro, è d’uopo che il mago o il consultante abbia con sé un servo muto e sottomesso, che faccia da tramite silenzioso con le energie dell’universo. Un gatto, ad esempio. O un oggetto dalle particolari valenze simboliche…, come il primo quadrifoglio che ci ha portato fortuna…


La prima ricetta, di cui voglio parlare, è collegata alla storia di Giusfalda
Giusfalda aveva un nome bruttino: per fortuna le amiche e le altre la chiamavano Giù, oppure Salvia ( come il colore dei suoi occhi).
Giusfalda portava comunque con sé l’infelicità del suo nome, nonostante i nomignoli amichevoli: ce l’aveva addosso, ed anche dentro di sé quel nome con tutta la sua negatività. O almeno, questo ‘vidi’ nel suo Io. I suoni del nome erano impoetici ed impietosi, e infatti sembravano suoni da pronunciare bofonchiandoli. Se gridato ad alta voce, da qualcuno che salutava, il nome sembrava quasi un rimprovero, un senso di colpa vagante. Se detto sottovoce, magari con tono appena un po’ seccato, sembrava lo sfogo di una parolaccia. Anche se pronunciato con affetto, c’era da temere che da un momento all’altro si trasformasse in una risata demolitrice… o in una rima con ‘Ubalda’ e ‘Tutta calda’ …
Inutile dire che Giusf. non solo era genericamente depressa, ma percepiva il rapporto respingente che, secondo lei, il nome ingenerava negli altri: meglio ancora, si può dire che ne avesse paura e lo prevenisse respingendo lei stessa per prima chi le stava vicino, per non sentirsi chiamare con quel nome o evitare l’impressione di una risata.
Queste erano le paure che si portava dentro da sempre :idee negative che, detto tra noi, non avevano ragione di sussistere a questi livelli quasi patologici. Ma si sa: ognuno ha i suoi ghirigori mentali e a volte – tra stomaco e cuore – anche dei mostri inverosimili e per di più invisibili. Ma tangibili.
Per i mostri dell’io hanno una grande importanza, in Magia, le parole, cioè le formule propiziatorie o le preghiere recitate ad alta voce, meglio ancora se collettive : funzionano da potente contraltare del negativo e predispongono il soggetto ai riti specifici e speciali .
Nel caso di Giusfalda, la formula di parole doveva esplicitare il rapporto tra Parola e Vita e Divino ( il Verbo): quindi sostanzialmente il Potere della parola :una volta detta, essa può creare o disfare un legame, un sogno o un destino, può cambiare il nostro rapporto con le energie dell’universo. Purché sia sempre pronunciata con il suo carico di significati, di intenzioni, di suoni evocativi…
E così fu fatto, con una formula ridetta e ripetuta, come in una litania, un giorno e una altro ancora, finché il soggetto si tranquillizzò, o almeno rese più aperta la sua mente, più aperti i suoi sensi, più trasparente il suo io, che era il suo principale nemico, in fondo…
Intanto l’incenso profumava la stanza e portava verso l’Alto parole e desideri… Petali di rosa e altri fiori, accoccolati qua e là in grandi conchiglie di porcellana, creavano un’atmosfera di ritorno alla vita, come si conviene a tutto ciò che rinasce in primavera…
Ma le Parole non erano solo quelle della formula o preghiera:per snodare nodi e ingorghi, le parole dovevano essere anche quelle che Giusfalda si strappava da dentro, per dire tutto il suo male e il suo veleno e le sue paure…Fiumi di parole che dovevano uscire dalla sua bocca come in quel film,’ Il miglio verde’, con lo zampino di Stephen king. Uscire, straripare, liberare il corpo di amari e annosi sedimenti .
Dopo ogni seduta con vomito verbale, i petali erano appassiti e guasti.
Poi, per aiutare la ricostruzione, regalai a Giusf. un amuleto. E non solo.
Scelsi innanzitutto un’agata propiziatrice dell’Amore, pietra potente, soprattutto se utilizzata come ciondolo da portare sul cuore.
Perché l’Amore?
Ma perché è la Forza , l’Essenza dell’universo. Con quale spirito migliore prepararsi a ricominciare? e per Amore intendo la pulsione verso qualsiasi oggetto del desiderio, o verso tutto ciò che entra nella nostra vita in un momento speciale....
Lasciai sola Giusf. col suo amuleto per molto e molto tempo. Il tempo per continuare a svelenirsi e per ritrovare la spontaneità del scivolare nella vita quotidiana e di giocare con istinti, pensieri e tutto quanto…
Un giorno tornò senza preavviso: c’era qualcosa di diverso nel suo volto o nei suoi occhi: un guizzo lieve di curiosità, o forse una lucettina ingenua e innocente, o chissà che altro. Era venuta a trovarmi. E non disse né percome né perché . Secondo me era iniziato il processo del tempo interiore alla rovescia: Giusf. stava tornando bambina, serena, innocente, quasi come nella favola di Calvino dove il Barone Lamberto ringiovanisce ( nel corpo, però) e finisce per sparire ed essere un atomo nel nulla. Non era il caso di Giusf, ma tuttavia era giunto il momento di contrassegnare l’evento del tempo ritrovato ( il tempo di un tempo lontano…), di apporgli una specie di sigla o di cartello segnaletico, per indicare che la tappa era stata raggiunta, e che si poteva procedere oltre, con altri riti e conquiste.
Così le ordinai d tornarsene a casa, di andare in cucina e di rispolverare recipienti e strumenti tra i più vecchi che fosse riuscita a trovare , come quelli dell’infanzia, per capirci. Un frullatore a mano, una vecchia terrina anche sbeccata, uno spremilimoni antidiluviano, e così via.Trovò tutto quanto e anche la ricetta che da bambina le aveva insegnato la nonna: con il grembiule più largo e più lungo che era riuscita a trovare, si avvolse i fianchi, la vita; per sottofondo un CD di ballabili del tempo che fu. . La ricetta, scritta da mano antica e un po’ tremolante, fu letta e pian piano eseguita, nella fioca luce del pomeriggio autunnale: proprio come allora. Ricordò il consigli e i trucchi di nonna , per una migliore riuscita della torta….Anche l’ingrediente segreto, e non scritto, che dava alla torta la capacità di sorprendere ogni volta. La bambina aveva conquistato il suo primo posto in cucina; piccola donna tra fantasmi altre donne più grandi e antenate. E il rito della torta nel contempo aveva fatto incontrare e ricongiungersi due età, due interiorità in una sola persona.
La sigla era conclusa, come il primo segmento di magia. Il nome Giusfalda pareva acquetato , inframezzato com’era in questo andirivieni del tempo, nel recupero di cose belle e di conquiste, ed avendo alle spalle il vomito del ‘Miglio verde’.
Io, invisibile e assente, la osservavo da lontano, dalla stanza degli incensi e dei petali di rosa: la osservavo scrutando nella sfera di cristallo..
Intanto la mia mano , ferma, immobile, graniticamente inerte, reggeva la catenella d’argento del mio pendolino. E il pendolino si muoveva, oscillava, sempre più forte e sempre più verso sinistra, il lato del cuore. Il pendolino, da me silenziosamente invocato, mi stava rispondendo: mi avvisava che qualcosa stava per succedere. E ,nello specifico, la mia domanda riguardava Giusfalda e l’amore. Giusf era ancora in cucina, infarinata lei e il tavolo e qua e là il pavimento. Ma il profumo della torta , che stava finendo di cuocersi, conferiva alla scena e all’infarinamento un che di caldo e di magico. L’ingrediente segreto, pensò Giusf, sembrava dare al profumo un tocco di sensualità.
Suonò il campanello della porta d’entrata. Ritornò a squillare. In tutto suonò due volte, prima che Giusf. andasse ad aprire e facesse entrare il postino. Come in un film su postini e campanelli ….
Il pendolino oscillava impazzito. Sì, qualcosa stava per accadere: anche l’amore doveva avere la sua parte nel rito della magia. E allora, per discrezione, spensi la sfera di cristallo e andai a dormire….

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lunedì, maggio 21, 2007

La solita storia?



Su quell’ isola deserta, solo lei abitava , tra il frusciare di fronde verdi, di ali di uccelli, di onde e onde e onde infinite.… E solo lei quindi poteva aver preparato con le sue mani il piccolo rotolo per la scrittura, anche se quell’arte non era riservata alle donne, tanto meno alle ninfe o alle dee ….
Ed era riuscita perfino a dare al foglio una incredibile leggerezza … quasi trasparente come certe conchiglie giallo rosate, che il mare abbandona nottetempo sulla spiaggia. Leggerezza necessaria e indispensabile , dato il mezzo con cui foglio e messaggio avrebbero dovuto giungere alla lontana destinazione, verso l’oriente del grande mare.
Quanti e quanti anni erano passati, da quando lui –andandosene – aveva lasciato dietro di sé un deserto nella vita di lei? Un deserto dove l’unica presenza invisibile erano i sensi di colpa e l’ orgoglio ferito… :per non aver saputo resistere, fin da subito, ad un amore che uomini e dei non volevano accettare; per essere stata così poco decisa con i propri demoni interiori del rifiuto. E per essere infine diventata ai suoi occhi di lui un nonnulla , se paragonata alle immagini lontane di un’altra terra e di un’altra donna, legittima sposa… La terra e la donna a cui lui era tornato.
Per sempre.
Lui sì, lui aveva domato i suoi demoni della passione, non contemplata dal libro del destino.
***

L’albatro, principe dei nembi ed amico dei venti, giunto da lontanissima e piccola isola, gli aveva portato un messaggio su pergamena trasparente e leggera….. Come avesse potuto attraversare simili distanze, non poteva nemmeno immaginarlo. Che fosse una divinità sotto mentite spoglie?
Il messaggio…. Era un’invocazione, un grido, un imperativo…..Strappati tutti i veli dell’orgoglio, dell’incertezza e del senso di colpa, lei voleva vederlo tornare. Anche se gli anni l’avevano mutato. E avrebbe accarezzato le sue rughe: quelle del marinaio, incise dalla salsedine e dal sole, e quelle dell’uomo, incise dal perfido tempo. Avrebbe affondato le mani nei suoi capelli senza colore, e toccato e posseduto il suo corpo … Lei, sempre così bella e sempre così uguale a se stessa.
Mai si sarebbe aspettato, lui, di trovarsi tra le mani queste parole venute dal passato… , di sentirsi – per un attimo - come allora incatenato ad un sogno…; ma nemmeno avrebbe pensato di sentirsi crollare subito , dentro, tutto ciò che restava delle sue forze … Si stavano forse arrendendo, dopo l le emozioni, alla consapevolezza che il Tempo era un nemico troppo forte? che il carico d’anni e di vita annullava anche solo l’idea pallida del sogno…?
Chiuse in un forziere il messaggio venuto da così lontano e, insieme, provò a rinchiudervi anche l’immagine di un volto, il suono di un canto e di una voce.
Rimase seduto, immobile, con le penombre della casa alle sue spalle, con quelle dei ricordi abbarbicate al cuore, e con l’immenso mare davanti agli occhi che fissavano l’infinito….
Ma il Tempo era davvero un nemico troppo forte? E il libro del Destino poteva essere riscritto in qualche sua parte? Oppure: avrebbe consentito qualche errore, senza l’incombere di punizioni divine??
I pensieri sul Tempo, sui Sogni, sulla Vita e su se stesso lo portarono via dal presente per ore ed ore, sordo alle voci che lo chiamavano e alle parole che gli giravano attorno. Anche a quelle della sua sposa, del figlio e della gente della sua casa…
Il Tempo, il Destino…
Ma sì,perché non avrebbe potuto sfidarli?
Non era lui, forse, una Leggenda?
E le Leggende, si sa, superano ogni barriera, sopravvivono anzi a se stesse…
Questo pensiero girò e rigirò nei meandri della sua mente, arricchendosi via via di nuove immagini e possibilità…
Fin dal suo avventuroso ritorno a casa, dopo anni ed anni di viaggi e di mari difficili , molti avevano preso a raccontare e parlare di lui, della sua storia di eroe. E le vicende si andavano arricchendo e trasformando, ben oltre i confine del vero e del tempo di adesso, facendo di lui un Mito.
C’era chi narrava di una sua inestinguibile voglia di andare per mare esplorando luoghi mai visti… C’era chi lo vedeva ripartire ormai vecchio e coraggiosamente perire nel grande Oceano. C’era chi poi lo immaginava chiamare a raccolta i vecchi compagni di nave e di mare, per inventarsi che anche la vecchiezza ha i suoi pregi, ed ha il compito di osare nuove azioni prima che compaia la Morte: bisogna non cedere mai.
L’eroe era dunque una leggenda vivente, la leggenda del viaggio e dell’uomo innamorato dell’eternità.
Qualcuno raccontava anche la storia di un suo ritorno all’isola della dea e dell’amore proibito.
Fantasia o Predizione del futuro? Invenzione o Vaticinio?
Era sicuramente una voce, calda come il respiro di lei, ed era un sussurro di bel futuro. E la rinnovata consapevolezza di sé come Leggenda e Mito aveva d’un tratto cambiato la sua visione prospettica e le sue sensazioni… Solo l’idea di rivederla, lei sempre giovane e bellissima.., solo l’idea di sentirsi desiderato ed amato e fortemente invocato , solo questo lo faceva tornare giovane e recuperava le forze che prima si erano sentite per un attimo sconfitte…
La leggenda del ritorno del vecchio eroe all’isola della dea aveva però anche una variante. Raccontava di lei, in una cornice di verde e di fiori… E descriveva il suo inquieto sesto senso nel sentire strani battiti d’ali correre dal mare verso di lei… Era giunto, era giunto qualcuno, finalmente…! Lui…! Lo sentiva… Ma non sentiva né i passi né la sua voce.. Corse verso la spiaggia e il mare , ansiosa, col battito forte del cuore… E lo vide. Sporco di mare, di fatica, di sabbia e di sangue… Era tornato…. Ma a prezzo della vita.
Niente più nave, né compagni, né sogni, ormai. Solo il Nulla. Non le restò che accoglierlo nel cerchio delle sue braccia, cullando una vita che non c’era più. E poi gridò e pianse, e ancora gridò: contro il destino di nascere uomini, che implicava il dover morire…
Immagini tristi, queste, che lo turbarono nel suo rincorrere i ricordi e gli amori e le illusioni sul futuro…
Scese in silenzio verso il porto, nella luce bianca del mezzogiorno.
Solo, voleva pensare in solitudine. La sua nave. Ancorata nel porto. Vederla fu come risentire sul viso la schiuma delle altissime onde, o soffrire per le voci magiche delle sirene. Salì sulla vecchia nave. Entrambi bruciati dal sole, avevano visto giorni migliori.
Se però la Leggenda che incarnava era quella del Viaggio, e quindi dell’audacia, della volontà di conoscere e di andare sempre avanti, ebbene : era questa la nave del Viaggio, sempre la stessa del passato, quasi un ponte tra tempi diversi…
E un ponte non solo verso il presente, ma verso tutti i tempi futuri,tutti, ma proprio tutti i tempi a venire:infatti il continuo ripartire dell’eroe verso l’ignoto, le sue doti di coraggio ed avventura…lo avrebbero reso vivo anche dopo la morte, per sempre fissato nella memoria collettiva .
***

Lui e la nave erano in mare da molte e molte lune… Percorrevano rotte che appartenevano ai ricordi … Ma il ricordo si sfaldava a tratti e le onde erano tutte uguali, soprattutto se il cielo era fatto di nubi ed era senza stelle. Ma l’ignoto non faceva paura ai naviganti …
Finché un giorno, in cui il cielo si apriva con un’alba diversa dalle altre, Ogigia apparve al di qua dell’orizzonte, verdeggiante e ricca di fiori. La ninfa spiava la nave da lontano… E sorrideva: ancora una volta aveva catturato e incatenato l’uomo-leggenda. Venissero pure i messaggeri di Zeus a imporle di lasciarlo andare….Questa volta non avrebbe obbedito a nessuno..
E per legarlo a sé per sempre, dopo che fu sbarcato e che si furono ritrovati, gli diede quel dono dell’immortalità che già la prima volta gli aveva offerto invano. Che importava se i suoi capelli erano ormai senza colore, e se le rughe solcavano il suo viso?.... Il tempo si sarebbe fermato, e nessun altro cambiamento rovinoso avrebbe turbato la fissità del suo aspetto di adesso.
Hermes , come già in passato, venne più e più volte a rimproverare la ninfa ed a portarle il divieto degli dei. Ma nulla cambiò quel miracolo che era l’eternità, e - in essa – l’amore di due immortali…

Finché un giorno lei guardò nella grande conchiglia colma d’acqua trasparente come cristallo. Lei vi leggeva il lontano e il futuro. E prima che si rendesse conto del pericolo, le apparve l’immagine della sposa lontana di lui. Il suo corpo, su cui il tempo era passato senza pietà, giaceva su un vecchio letto nuziale, accanto ad un posto vuoto Soffriva ed aveva freddo, nella carne e nel cuore. La vide anche lui, giunto in silenzio alle spalle della ninfa.
Se le leggende narravano del suo viaggiare, del partire e ripartire, narravano anche, si sa, del suo ritornare. Se era tornato una volta per riprendersi la sposa ed il trono, se era poi tornato ad Ogigia per riprendersi un sogno, perché adesso non avrebbe dovuto tornare per riprendere il suo posto sul letto delle nozze, delle nascite e – ora - della morte?
Invano la ninfa cercò di far sparire l’immagine ed il presagio. Lui aveva visto.
Sciocca e imprudente era stata, a interrogare l’acqua di cristallo; così come, scioccamente, non aveva pensato a rendere inservibile la nave, per prevenire ed impedire un nuovo partire e un nuovo abbandono. Ma tant’è: non se n’era andato una volta su una semplice zattera?
E anche adesso, fatti i necessari e veloci preparativi, lui era inesorabilmente ripartito, solo e immortale, verso la sua terra e la sua casa.
Là, tra le pareti della reggia non c’erano stavolta né un’aria di guerra, né principi rivali, né tele tessute e poi sfilate… C’era, quando giunse, solo il silenzio, quello della pena. E c’era l’eco dello sguardo della sua sposa che l’aveva riconosciuto; c’era l’eco flebile della voce di lei che diceva il suo nome…
Lui le rimase accanto fin quando si spense…; sapeva, sentiva che l’aveva perdonato… e si riappacificò con se stesso.
***
Poi ripartì.
Ma non tornò dalla ninfa, perché certo lei non l’avrebbe più accolto tra le sue braccia… E non tornò soprattutto per non turbare la sua anima e la sua sventura: per tutto il grande mare, le voci narravano che lei aveva perso la bellezza, la giovinezza e l’eternità. Era stata forse una punizione degli dei?
Certo comunque non avrebbe voluto che lui la vedesse priva della perfezione di sempre e dell’ immutabilità.

L’eroe della leggenda partì, dunque.
E tornò e ripartì da vari luoghi , sempre diversi, sempre innamorato del viaggio e della sfida. Per l’eternità, ormai. E cambiò spesso il suo nome, per non svelare un segreto che lui stesso non avrebbe saputo spiegare.
Fu Colombo, fu Achab, fu Bowman navigatore tra le stelle : fu e sarà sempre una nuova leggenda

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