sabato, settembre 16, 2006

Le Belle Parole. Le "altre" Radici.


Se i libri possono essere un “luogo” in cui abbiamo trovato humus per alcune nostre radici nell’ adolescenza e prima giovinezza, la mia memoria allora si volta indietro,a guardare lontano, per cercare queste radici nel mondo di carta e di parole e di idee…. Sempre che io abbia avuto – senza saperlo - il modo di crescerle.

Le nostre radici, nell’ adolescenza e prima giovinezza, dovrebbero spuntare, ramificarsi ed affondare in un metaforico terreno, quello dei luoghi in cui si è nati e cresciuti, quello della conoscenza degli altri, dell’esperienza di rapporti e sentimenti… Cosicché l’universo composito dei luoghi e degli umani, a distanza anche di tempo, nel reticolo del suo sistema conserverebbe sempre qualcosa di nostro e noi, ancor di più, “sentiremmo” in quel microcosmo la presenza e l’origine della nostra Identità.
Ma se non è stato possibile mettere radici nel luogo a ciò deputato, e poi in altri luoghi diversi nel corso del tempo, si può stabilire qualche legame vitale di nutrimento e di sicurezza con “luoghi” ancor più metaforici, con idee e comportamenti di persone fittizie come i personaggi di un romanzo, e nello stesso tempo vere perché specchio di uomini in carne ed ossa . E legami vitali si possono stabilire con qualsiasi libro, sia esso di poesia o di filosofia…
Queste – più o meno - le idee e le affermazioni di una giovane artista nordamericana, in una programma TV a trasmissione già iniziata : abbastanza per perdersi titoli e nomi ed altro, e per essere presi dal desiderio di capire , in contemporanea, quanto lei andava dicendo e quanto aveva già detto a TV ancora spenta… In lei l’assenza di radici era dovuta ai continui spostamenti della famiglia da uno stato all’altro, soprattutto nell’oriente asiatico.. Così, nei suoi vari e vani tentativi di tessere ragnatele con gli umani nelle loro geografie, i libri erano stati l’alternativa all’ assenza di continuità. Non veniva citato, credo, alcun libro né autore…. Tuttavia ricordo un frammento importante – non del passato di letture adolescenziali – ma del presente e delle azioni di quella giovane artista: una volta tornata in America, l’ho vista cercare, nella sua città e nei sobborghi , gli spazi inesplorati o incredibilmente dimenticati, oppure frequentati talvolta da visitors soli, solitari o emarginati. Lei, anche lei, andava in punta di piedi a scoprire questi spazi, i loro colori, i loro silenzi, i loro isolati relitti e il loro vuoto; talvolta la loro magia. La macchina fotografica accompagnava il percorso simbolico di una tardiva ma efficace appropriazione degli spazi e dei loro modi di essere. Era una parte della sua terra e aveva, indubbiamente, un aspetto “originario”…, tutto da scoprire, da conoscere, da inventare. Era ad esempio un residuo di parco totalmente abbandonato ; erano i binari morti di una ferrovia morta anch’essa, chiusa dietro uno steccato protettivo e da scavalcare; era una strada vuota, in una momento particolare del giorno o dell’alba..
Poteva essere una prima fase per un contatto con il luogo del suo vivere, una sorta di incontro ravvicinato tra due realtà aliene l’una rispetto all’altra: lei e lo spazio. Gli umani, per il momento, non c’erano ancora. E i libri erano un’esperienza ormai già acquisita.
Anch’io , nel luogo in cui vivo, avverto l’assenza di radici: non ho sperimentato a suo tempo, in libertà e curiosità o altro, le storie umane e le geografie che mi servivano per un grafico normale di crescita. Così, ancora adesso, questo posto non è mio. E i sostegni che mi sorreggono o l’humus del nutrimento non sono omogenei, sicuri… I libri avranno certo svolto una funzione supplente, ma non si vive nei libri, si vive in un posto, si vive con la gente.
Comunque il riferimento ai libri mi affascina : e, nel ricordare autori e titoli, trovo, conservo , confermo i legami che mi uniscono ad essi, oppure li scarto se ho qualche ripensamento sulla loro rilevanza, sulla loro pregnanza a livello nutrizionale. Il difficile sta nel non tenerseli tutti - quelli che abbiamo amato, e nel tenere solo quelli che hanno occupato dentro di noi un posto in primissima fila, o un ruolo di veri e propri miti.