Le Parole del Fastidio: La Porta

Lei, il personaggio del telefilm,
sola in casa sta scrivendo ai parenti per una non del tutto piacevole incombenza…. Incombenza fa quasi rima con sbronza, e lei lo è un po’…
E’ anche giù di corda, e scrive, e beve da un calice di vino, e medita, e si perde guardando a vuoto nel vuoto ….; e la scena si ripete : sì, abbiamo capito la situazione ( noia, abbandono, male dell’anima, ecc.)
Entra in casa un altro personaggio, un amico, parente e compagno d’infanzia: sa tutto di ciò che è accaduto o accade, e gli bastano poche parole per convincerla ad uscire da quel guscio semibuio, cioè da casa, biglietti, calici di vino rosso,
e poi la bottiglia è vuota.
Uscire sembra sinonimo di rimedio, piccolo spiraglio di salvezza, ritorno al mondo e alla normalità: andranno al bar per tante fette di torta al cioccolato ( lei) e per tanti caffé ( lui).
Infilato un cardigan qualsiasi su jeans e camicia qualsiasi,
e il braccio sotto quello dell’amico-salvezza,
i capelli accoccolati sulla nuca in qualche modo non ben chiaro,
casual nel vestire e nel prendere la direzione della porta,
lei casual esce , non prende neanche la borsetta.
Come se andasse da lì ad un’altra stanza o semplicemente a fare quattro passi in giardino. Invece esce nella metropoli americana. Tutto naturale. I piedi si muovono e camminano in un ‘continuum’, in uno spazio senza fratture tra il dentro e il fuori, la casa e il mondo, il privato ed il pubblico… Il percorso non è ad ostacoli interiori, E’ come se il bar, vicino o lontano, vuoto o pieno di gente (non so) fosse in un rapporto di naturale collegamento con i luoghi personali della privacy di lei.
La porta , controluce, si apre : i due escono e la scena finisce qui…
E la prima cosa che penso è che, quando sono io ad imboccare corridoio e porta , per me uscire di casa non è sempre così bello, spontaneo e casual : tant’è che preferisco a volte il dentro al fuori, lo spazio circoscritto e solitario all’agorà e al demos.
Non è così spontaneo nemmeno il cardigan casual o i capelli conciati chissà come.
E non mi sogno nemmeno di uscire se non ho la borsetta. La borsetta con portafogli, documenti, cellulare, fazzoletti di carta, rossetto, salviette per gli occhiali, occhiali da sole e da lontano… e poi bla, bla, bla… La borsetta – si può dire – è quasi un tratto d’unione tra me, il mio mondo domestico e la strada da percorrere per le solite commissioni. Un tentativo di prolungamento del mio mondo, a cui potermi sentire legata anche quando non ci sono…. Niente ‘continuum’ dunque, per me. Anche se vado dalla mia vicina ( a tre metri da casa mia ) , mi porto dietro , non la borsetta, ma almeno il telefonino, il fazzoletto da naso, le chiavi, le pastiglie per l’acidità : tutto quello che posso tenere nel palmo di una mano e , se ce l’ho, in una tasca. Mai uscita senza almeno questo kit. Sarei incompleta o indifesa. Anche al ristorante dell’albergo, al mare, non vado mai con le mani a penzoloni, ma col mio supporto psicologico – se vogliamo definirlo così – che in fondo è solo un necessaire…
Quindi non mi sento a casa mia quando sono fuori dalla porta : sono un astronauta su un altro pianeta, in un’atmosfera rarefatta, dissimile da quella del mio mondo…..
Non mi viene spontaneo niente nelle strade e tra la gente, o in luoghi dove il più delle volte c’è tutto il contrario del vivo, vitale e interessante… Più presto me la sbrigo, in fondo, meglio è. Ma forse sto esagerando: primo, perché non vado poi così di corsa e di fretta, e , secondo, perché penso a quando siamo uscite insieme, io e un’amica, per la fiera di novembre, nell’affollamento totale. L’amica si stupiva che conoscessi e salutassi tante persone, ma tante.…E’ dunque un lamento esagerato, il mio? Eppure io so di non conoscere “veramente” quasi nessuno.
Estranea e a disagio, non le sento, lì, le mie radici. Forse perché la mia infanzia - adolescenza non ha camminato tranquilla, sicura o curiosa o espansiva nei luoghi esterni e non protetti. Non come vorrebbe quell’ età…
Uscire da una porta, adesso come allora, è a volte un passo rimandato, ritardato, procrastinato…..Perché è una noia. Perché la gente è strana. O perché spesso c’è il deserto e il nulla. Inconsciamente la porta richiede di preferenza l’orario del mezzodì, quando la gente si dirada : a parte chi approfitta dell’orario continuato dei supermercati, a parte gli uomini stancapiazze che si attardano al sole davanti ai soliti bar…, con sguardo sornione e soliti commenti.
Non è semplice, come nei telefilm, usare tranquillamente la porta per scivolare in un’altra “stanza”, fuori da pareti domestiche. Ma, quel che più conta, non so se e come potrei tentare di essere diversa da me stessa : cioè senza crisi di rigetto verso il posto in cui sto, e in cui sembra non esserci qualcosa di mio….
sola in casa sta scrivendo ai parenti per una non del tutto piacevole incombenza…. Incombenza fa quasi rima con sbronza, e lei lo è un po’…
E’ anche giù di corda, e scrive, e beve da un calice di vino, e medita, e si perde guardando a vuoto nel vuoto ….; e la scena si ripete : sì, abbiamo capito la situazione ( noia, abbandono, male dell’anima, ecc.)
Entra in casa un altro personaggio, un amico, parente e compagno d’infanzia: sa tutto di ciò che è accaduto o accade, e gli bastano poche parole per convincerla ad uscire da quel guscio semibuio, cioè da casa, biglietti, calici di vino rosso,
e poi la bottiglia è vuota.
Uscire sembra sinonimo di rimedio, piccolo spiraglio di salvezza, ritorno al mondo e alla normalità: andranno al bar per tante fette di torta al cioccolato ( lei) e per tanti caffé ( lui).
Infilato un cardigan qualsiasi su jeans e camicia qualsiasi,
e il braccio sotto quello dell’amico-salvezza,
i capelli accoccolati sulla nuca in qualche modo non ben chiaro,
casual nel vestire e nel prendere la direzione della porta,
lei casual esce , non prende neanche la borsetta.
Come se andasse da lì ad un’altra stanza o semplicemente a fare quattro passi in giardino. Invece esce nella metropoli americana. Tutto naturale. I piedi si muovono e camminano in un ‘continuum’, in uno spazio senza fratture tra il dentro e il fuori, la casa e il mondo, il privato ed il pubblico… Il percorso non è ad ostacoli interiori, E’ come se il bar, vicino o lontano, vuoto o pieno di gente (non so) fosse in un rapporto di naturale collegamento con i luoghi personali della privacy di lei.
La porta , controluce, si apre : i due escono e la scena finisce qui…
E la prima cosa che penso è che, quando sono io ad imboccare corridoio e porta , per me uscire di casa non è sempre così bello, spontaneo e casual : tant’è che preferisco a volte il dentro al fuori, lo spazio circoscritto e solitario all’agorà e al demos.
Non è così spontaneo nemmeno il cardigan casual o i capelli conciati chissà come.
E non mi sogno nemmeno di uscire se non ho la borsetta. La borsetta con portafogli, documenti, cellulare, fazzoletti di carta, rossetto, salviette per gli occhiali, occhiali da sole e da lontano… e poi bla, bla, bla… La borsetta – si può dire – è quasi un tratto d’unione tra me, il mio mondo domestico e la strada da percorrere per le solite commissioni. Un tentativo di prolungamento del mio mondo, a cui potermi sentire legata anche quando non ci sono…. Niente ‘continuum’ dunque, per me. Anche se vado dalla mia vicina ( a tre metri da casa mia ) , mi porto dietro , non la borsetta, ma almeno il telefonino, il fazzoletto da naso, le chiavi, le pastiglie per l’acidità : tutto quello che posso tenere nel palmo di una mano e , se ce l’ho, in una tasca. Mai uscita senza almeno questo kit. Sarei incompleta o indifesa. Anche al ristorante dell’albergo, al mare, non vado mai con le mani a penzoloni, ma col mio supporto psicologico – se vogliamo definirlo così – che in fondo è solo un necessaire…
Quindi non mi sento a casa mia quando sono fuori dalla porta : sono un astronauta su un altro pianeta, in un’atmosfera rarefatta, dissimile da quella del mio mondo…..
Non mi viene spontaneo niente nelle strade e tra la gente, o in luoghi dove il più delle volte c’è tutto il contrario del vivo, vitale e interessante… Più presto me la sbrigo, in fondo, meglio è. Ma forse sto esagerando: primo, perché non vado poi così di corsa e di fretta, e , secondo, perché penso a quando siamo uscite insieme, io e un’amica, per la fiera di novembre, nell’affollamento totale. L’amica si stupiva che conoscessi e salutassi tante persone, ma tante.…E’ dunque un lamento esagerato, il mio? Eppure io so di non conoscere “veramente” quasi nessuno.
Estranea e a disagio, non le sento, lì, le mie radici. Forse perché la mia infanzia - adolescenza non ha camminato tranquilla, sicura o curiosa o espansiva nei luoghi esterni e non protetti. Non come vorrebbe quell’ età…
Uscire da una porta, adesso come allora, è a volte un passo rimandato, ritardato, procrastinato…..Perché è una noia. Perché la gente è strana. O perché spesso c’è il deserto e il nulla. Inconsciamente la porta richiede di preferenza l’orario del mezzodì, quando la gente si dirada : a parte chi approfitta dell’orario continuato dei supermercati, a parte gli uomini stancapiazze che si attardano al sole davanti ai soliti bar…, con sguardo sornione e soliti commenti.
Non è semplice, come nei telefilm, usare tranquillamente la porta per scivolare in un’altra “stanza”, fuori da pareti domestiche. Ma, quel che più conta, non so se e come potrei tentare di essere diversa da me stessa : cioè senza crisi di rigetto verso il posto in cui sto, e in cui sembra non esserci qualcosa di mio….

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