Signora in TV, con Poesia ( cioè Alda Merini )

( ritratto a memoria)
La Signora della Poesia, quel giorno in TV, si mostrava agli amici ed agli sconosciuti con lo stile personale di sempre.
Lo si capiva dalla mise , che sapeva di portamento elegante ma anche di perfetta nonchalance: così non rubava il primo piano alla personalità di Madame.
E la nonchalance era nell’ accostamento di tessuti, orpelli e colori: legati da rime mute, quelle che lei aveva dentro. Oppure dall’istinto speciale con cui aveva scelto dettagli quasi invisibili o trascurabili rispetto all’insieme. La traccia di fantasia floreale ad esempio era un’idea più che un colore. E la linea del vestito forse era solo qualcosa di morbido e usuale.
Sola eccezione, un piccolo scialle che faceva rima con spalle: pur coprendole appena, esibiva un portamento da manto regale, quasi a voler rubare la scena a lei, proprio a lei.
Tra gli orpelli una lunga collana con strani grani d’avorio o di perle, sobria, ma con un non so che di eclatante. Orpello era anche l’anello: bello, perché strano anche lui, portato al dito come su un palcoscenico… ma con la leggerezza di una guest star.
Intanto, sulle unghie, lo smalto rosso scuro recitava per farsi notare: le ultime repliche, perché ormai cominciava a sfogliarsi. Per fortuna Madame era incurante della sua sorte, naturalmente con stile… Là, seduta ad un tavolino semibuio in prima fila.
Il fumo di una sigaretta chiudeva la serie degli orpelli, leggero e sicuro di sé ovunque se ne andasse, come il tocco di un profumo nuovo, che nessuno aveva ancora indossato.
Il suono di alcuni strumenti faceva da sfondo, sottovoce, offrendo refoli di dolce compagnia.
Di fronte a Madame, con molta meno nonchalance di lei, un uomo in giacca e cravatta. Un po’ adorante ed un po’ tremulo, le parlava piano e a distanza , quella del diametro del tavolino.
L’ambiente era inconsueto: sembrava un caveau con servizio bar e luci al neon, oppure una cantina nel senso di “ritrovo” gucciniano, ma disseminata di stile e stilemi in un’atmosfera cultur-chic.
Poi , mentre si alzava l’audio delle voci di gente, l’ uomo in giacca e cravatta chiese a Madame di dire una sua poesia.
E lei la disse. La disse, non la “recitò”.
E la disse senza quasi guardare chi le era vicino e chi lontano; come se la stesse leggendo su un libro che non c’era, o come se la stesse dicendo a se stessa. Senza enfasi, senza scansioni, senza sillabare, senza tende cui idealmente aggrapparsi. Niente. La “lesse” così, con tono molto uguale, ritmo cadenzato e vagamente spento. Un “andante malinconico e forte ” che faceva uscire dalle parole la loro più intensa significazione.
E lei, mentre parlava della sua primavera, o di sacrifici e prigioni, o di rinascite, o forse anche di amici o di amori o di dio, diventava sola sulla scena, con le sue parole in tono uguale e ritmo semplice , quasi un “grado zero” del dire. Era una regina, e sopravanzò quindi il suo scialle dalle pretese regali, eclissò il suo anello e le sue piccole esibizioni ; anche lo smalto sull’unghia chiuse i sipari.
Era di scena lei con la sua vita, assieme alla collana di perle tutte uguali, eclatanti – e alludo per metafora alle intense parole di poesia, dette con la stessa placida, perlacea, convinta ,forse un po’ triste e bella monotonia .

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