sabato, luglio 22, 2006

Lorito


Nella quarta casa dopo la mia abita Carla.
E Lorito è il suo nuovo, strano pappagalletto. Strano, perché spesso sembra guardare con un occhio solo e con la testa di profilo, l’occhio in questione è ultraspalancato, come in un eterno stupore, e il suo portamento è a dir poco legnoso. I colori del petto, della testa e della coda sono l’unica cosa vivace che ha.
Carla l’ha comprato tempo fa dall’amico di un’amica. Lui tornava dal Guatemala e quella sera avrebbe raccontato la sua esperienza parlando spagnolo: per mettere alla prova quelli del corso serale. Aveva con sé Lorito, e anche vari oggetti di un mercatino equo e solidale.
A Carla era piaciuto subito, Lorito, e aveva anche il posto giusto per lui. Il posto giusto era un trespolo nel suo studio, proprio vicino ad un’ enorme stampa di Anonimo messicano con dentro figure e colori messicani. Insomma, un po’ di America Latina per il pappagalletto, uno sfondo, uno scenario, a due passi da lui. Per farlo sentire un po’ a casa sua.
D’estate, poi, il bianco delle pareti e dei pochi mobili faceva e fa pensare ad una luminosità tropicale: lo stesso vale per il caldo dei pomeriggi e per le pale bianche e lente del ventilatore a soffitto.
Tropici del Sudamerica? Claro que sì. Il merito però va anche alla colonna sonora. Un po’ maniacale. Infatti, chi va a trovare Carla si trova spesso ad ascoltare un CD cubano, o brasiliano, o anche di antico intillimano. Il piccolo guatemalteco però non dà segni di emozioni o di gradimento, non muove piuma né posizione dell’occhio, niente, nada: ma ... cosa potrebbe volere di più?
A volte, per alleviare eventuali nostalgie di Lorito, Carla legge ad alta voce in spagnolo: un romanzo breve e ‘facile’ di Garcia Marquez, cominciato e sempre da finire. Si ascolta , facendo finta di leggere bene, ma spesso – lo so - non capisce quello che dice.
Anche Lorito, forse, non capisce: lo dimostrano il suo occhio spalancato ed il suo corpo legnoso.
Per qualche tempo, anni fa, Lorito, per un caso straordinario, ha avuto accanto un compaňero de su continente, anzi, un Emblema del Sudamerica, con la E maiuscola ( ed era nello studio di Carlaaaa! )
Tutti quelli che entravano, magari un po’ sovrappensiero o anche no, vedendolo si prendevano un colpo, tutte le volte; anche chi era di casa sobbalzava incredulo, sempre, quando passava di lì. Sì, perché, (accanto a Lorito,) vicino alla parete là in fondo, c’era un uomo in penombra , alto fino al quinto ripiano della libreria.
Immobile, in piedi, sigaro spento, sorriso aperto ed enigmatico. Aveva addosso un’ombra di presagio e colori scuri. La sua sagoma si stagliava inequivocabile contro il muro e i suoi stivali da guerrigliero pestavano la moquette color stuoia, in quella casa così vicina alla mia. Soprattutto sembrava vivo: invece era un eroe morto.
Era il Che. Nientemeno. A grandezza naturale. Una sagoma di cartone che nelle librerie Feltrinelli reclamizzava il libro Senza perdere la tenerezza. Il libro parlava del Che, e lui, infatti, se lo portava infilato nella cintura. Era la sua arma. Il Che era rimasto lì finché la base e gli stivali di cartone non avevano cominciato a cedere e a farlo cadere. Ah, che presenza confortante era stato in quegli anni per Carla, per me e – amo pensare – per l’inconsapevole Lorito!
E la sua fine, lo confesso sottovoce, fu ingloriosa: come cartone, intendo, perché – per nostra mano - finì con la carta da riciclare. Fu come vederlo morire di nuovo, un’altra volta.
E la stanza parve vuota. Ed anche un po’ più padana.