domenica, aprile 15, 2007

Storia di palle e di potere
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Lui sapeva di averle. Le sentiva, anche. Checché ne dicesse sua sorella. Sapeva di averle anche senza verificare con le mani, col tatto. Sì, perché, tanto, le sentiva lo stesso: o appoggiate, o dondolanti, o sofferenti se chiuse in contenitori troppo attillati. A volte gli sembrava persino di sentirle frusciare. O parlare. Vivere di vita propria.
Ma che importava tutta questa congerie di sensazioni, quasi argomentazioni addotte a sostegno della tesi della difesa? Palle. Tutte e solo palle.
Ecco: l’accusa sosteneva che lui non aveva le palle.
Non lo diceva suo padre, che anzi – anche se talvolta sospettava incerto la sopracitata assenza -gli aveva regalato la sua collezione di orologi russi; né lo diceva suo fratello più piccolo, in fondo che ne sapeva lui.. Lo diceva invece sua sorella più grande, e lo diceva e ripeteva quello scassacazzi di suo cognato: eh! che pensasse , lui, piuttosto alle sue di palle, nonché al suo orribile segno zodiacale…!
Fatto si è che, in occasione di qualsiasi e qualsivoglia problema familiare, ecco che la messa a fuoco del problema e l’inconfessata paura di non risolverlo e l’ ovvia non voglia di affrontarne tutti gli ammennicoli, diventavano – per una sorta di metamorfosi – la personificazione dell’Aggressività. E quest’ultima convergeva con i suoi dardi e le sue voci sorellesche e cognatoidi sul malcapitato fratello di mezzo
( in casa e per gli amici, Gegio, o anche Gengis, a seconda dei casi e degli umori… )
E allora ecco: non si poteva mai far conto su di lui, non era mai lui a prendere l’iniziativa, non c’era mai al momento del bisogno, se anche interveniva non sapeva farsi valere, non sapeva vendere la sua merce, bisognava suggerirgli le parole che avrebbe dovuto dire, e si sa che una testa senza lingua non vale un fico secco, e questo perché non gli importava niente di niente e per di più non aveva le palle. Per tornare a bomba.
Tanto, anche se avesse fatto mostra delle suddette, sia ”foriche” che meta-foriche, non ci sarebbe stato nessun indice di gradimento da parte del pubblico e della critica, o meglio non gli sarebbe , a loro, andato bene niente.
Che stesse zitto, o che assumesse un’aria contrita , che li mandasse affanc***, che esprimesse un parere da esperto, che cercasse la via del ragionamento…nulla valeva a cambiare l’idea che gli altri due ( soprattutto due )avevano ben radicata in testa e la loro necessità di avere sotto mano, sempre, un capro espiatorio. Non alla Pennac, intendiamoci. Un capro espiatorio vero.
Anche al lavoro c’era, sottintesa, questa storia delle palle. Eh, insomma!
Tutti sapevano o davano per scontato che lui fosse il capo e per di più non facile da discuterci. O.K. Ma in segreto talvolta qualcuno avrebbe voluto vedere e toccare con mano le di lui palle, anche nelle piccole questioni ( quelle che più facilmente potevano lasciar intravedere qualche sintomo).
Mentre lui non aveva nessun problema a questo riguardo: né sotto forma di idea o altro, né sotto forma di volontà dimostrativa .

Un po’ come quando un elemento del genere umano, un individuo maschile singolare, dotato di sensibilità e acutezza, di capacità introspettiva per entrare nel cuore degli altri, di attenzione per ghirigori dell’ io psichico, eccetera eccetera, questo individuo viene considerato soggiogato dall’emisfero femminile del suo cervello, della sua psiche, dei suoi comportamenti. Allora, se ha le palle, deve dimostrare di averle, e in caso contrario…: vergogna! disistima! disobbedienza! fatto si è che di solito a) chi ha queste doti ed è saggiamente calibrato, non si preoccupa minimamente di dover dimostrare a chicchessia la sua propria mascolinità ( eccheccazzo! ); b) chi ha paura del proprio emisfero femminile, invece, si sente sempre in colpa, o incapace di corrispondere ad un modello suo o degli altri; c) non so che altro per il momento…
Gegio o Gengis che dir si voglia , se aveva il problema dell’aggressività dei familiari nei confronti delle sue palle, e se sul lavoro non aveva da dimostrare nulla e niente, ciò non significa che non dovesse combattere per qualcos’altro: ad esempio per far valere la propria autorità intesa anche nel senso di maschilità. Una vita durissima, la sua. Perché anche se non sentiva la necessità di dimostrare che l’emisfero destro e quello sinistro non si danneggiavano a vicenda e non lo danneggiavano a lui, doveva tener d’occhio continuamente i pensieri e i sospetti dei suoi sottoposti: ne andava del suo prestigio, data la pericolosità dei soggetti in questione e la bassezza di certi cervelli. Per prima cosa non poneva in discussione niente con nessuno: scopo, evitare attacchi sui fianchi. Secondo, se sceglieva di porre in discussione qualcosa, era solo perché conosceva in anticipo le risposte – per lui piuttosto scontate – e perché le questioni erano di secondarissima importanza. Terzo e non ultimo comandamento, sapeva di possedere un certo fascino e sapeva di esercitarlo persino sulla perfida segretaria Ernestina, e su qualche maschio eterosessuale che stimava la sua professionalità ed anche la sua sensibilità. Insomma , doveva sempre combinare insieme carisma e autoritarismo, nonché una finta democrazia. E fin qui…, le cose gli venivano bene. Ma la fatica maggiore era difendersi dalla sua peggiore nemica, la segretaria amministrativa, Violaciocca di cognome. Tanto floreale il suo nome, tanto malvagio e rio il suo sguardo. Lei sapeva cogliere in lui le sfumature dei suoi riflessi nel meccanismo azione-reazione, e soprattutto sogghignava in presenza delle sfumature emotive di tali risposte. Sapeva intuire i suoi momenti di dubbio e il suo senso di solitudine, incasellandoli – sì – nei cassetti della femminilità, ma catalogando il primo come segno di insicurezza, e l’altra come prodromo della sconfitta, della perdita e del degrado. Così lui, capo del terzo piano, doveva sempre stare sul chi va là per dimostrare o non dimostrare ( alle due segretarie gossip indagatrici ) qualcosa che avrebbe potuto scalfirlo, minandone il ruolo di potere. Ci mancava solo questo..

Sì, perché la sua strada per arrivare fin lì non era stata facile sempre e liscia. No. Piuttosto potremmo definirla gasata e/o anche solo ferrarelle, per carità: ma liscia mai.
Non voleva neanche lontanamente ripensare ad esempio alla costruzione della sua immagine dal punto di vista estetico. Al tempo, alla fatica e alle forzature annesse e connesse…, soprattutto indispensabili. Perché tale immagine ha un grosso peso nella proposta di sé agli altri, quelli sopra o sotto o uguali a noi. Il primo impatto è decisivo. E anche qui ritornano le palle, perché da come si “appare” dipende la dimensione, la solidità e durezza delle stesse, nonché il loro complemento di materia. Eh,sì!
E lui, prima di presentarsi sulla scena delle buone o ottime opportunità, aveva studiato l’Estetica del Sé, come se questa fosse una materia d’esame, ma, che dico, molto e molto di più: un Master, un dottorato di ricerca, che so…. L’Estetica del Sé richiedeva innanzitutto la configurazione di un modello di personalità che dichiarasse se stesso , molto sottovoce, ma in maniera inequivocabile per tutti e chiunque. Come? 1) Attraverso le scelte di un look in linea - non stonata - con la materia originaria, magmatica e grezza dell’individuo in questione . 2) Attraverso il contorno e la scelta o anche solo il pensiero di arredi e design, il sospiro flautato e adorante verso oggetti d’ arte, la curiosità per arti minori ed altro, fino all’architettura dei giardini e alla scienza dei Nomi che contano… . 3) Attraverso la lettura e lo studio comparati dei quotidiani più “in”, dei settimanali e delle riviste di genere, e poi via via sempre più addentro alle secrete cose, cioè alle letture speciali, alle tematiche che solo pochi conoscevano e sapevano affrontare. Il tutto, poi, filtrato e rifiltrato fino a ridursi ad esempio ad una citazione buttata lì.
In sostanza, infatti, questa sua serie di studi ed “esami” lunghi e complessi sembrava, a suo tempo, non avere esiti pari al megagalattico sforzo e nemmeno mostrava di avere un impatto immediato. Il loro moto ( degli studi ) era infatti andante ma non troppo e la loro efficacia si misurava in realtà nel tirocinio del lungo termine. Magari ciò che rimaneva pareva essere un nonnulla, come un profumo, una sensazione di comme-il-faut, la piega di un capello, un modo di camminare o di guardare, la sfumatura di un colore, una presenza qualsiasi ed impercettibile che però additava un Sé vero e raffinato e potente. Così, lui poteva indossare un semplice lupetto scuro, il quale però, senza parere, accentuava il colore cupo della sua espressione e del suo sguardo. Aumentando l’effetto-timore reverenziale…. E la giacca poteva essere demodè, con i revers appuntiti e larghi, come se estrapolata dal vecchiume di un vecchio armadio: comunque in realtà molto sicura di sé ed anche un tantino snob… Ma al di sopra di tutto, ciò che spaventava o stupiva gli astanti e i circostanti era l’intelligenza che l’Estetica del Sé pareva aver coltivato: lui “sapeva”, lui “intuiva”, lui “leggeva tra le righe”, lui poteva metterti in imbarazzo in qualsiasi momento. Perché tu, astante e circostante, eri rispetto a lui, sempre e molto moltissimo “circoscritto” , vale a dire “limitato”. E questa sensazione, assieme a tutte le altre fin qui emerse o suggerite, non poteva non garantirgli il potere.
Se dunque in famiglia i sondaggi davano la presenza di palle, in lui, al 50% circa, in ambito lavorativo il potere pallogenerantesi sembrava assicurato, così come in ambito sociale: infatti era come se la consapevolezza dell’esistenza in vita delle due fatidiche sfere fosse indubitabile, sia per gli altri sia per lui. Anche se lui doveva stare sempre all’erta, ripassare gli appunti del Master, tenere d’occhio qualche sua reazione sentimentalperegrina o ,meglio, renderla meno emotivizzata.
Ma non finisce qui.

Un giorno incontrò l’amore, quello importante. Ne aveva già incontrati altri, ovviamente, nel suo passato, ma o erano stati fuochi fatui, o erano stati importanti alla pari dell’ultimo, solo che – si sa – l’ultimo ( o il primo?) sono quelli che lasciano il segno più profondo.
E , per restare col tema da cui siamo partiti, che ruolo recitavano le palle nel rapporto amoroso? Non datemi risposte stupide e barzellettiere, please…
Andò così. Lui fu attratto da lei, come mai da nessun altra prima di lei. Dopo vari approcci, silenzi quasi romantici, ossessive necessità visive e tattili o anche solo uditive nei confronti dell’amata, lui, detentore – altrove – del potere su di sé e soprattutto sugli altri, qui si sentiva come se dovesse ricominciare tutto da capo. Un altro Master? No, non c’è da scherzare. Ma non scherzo dicendo che lui, ogni tanto, quando pensava a lei o la vedeva arrivare da lontano, ebbene lui si toccava le palle, nel senso che le
grattaccarezzava, o le palpava : insomma, come se volesse essere sicuro di averle, o come se chiedesse loro un potere in più.
Fu questo senso di insicurezza, di nuova sfida da parte dell’ignoto, che lo indusse a studiare il problema a tavolino.
Cosa gli stava accadendo lo sapeva bene, cioè, non osava dirlo, ma si stava innamorando con una intensità e stranezza emotiva che andavano oltre ogni previsione. Ma la domanda era: correva pericoli? doveva sentirsi minacciato? e perché le palle sembravano voler dire la loro opinione? dove si stava cacciando?
Lui si era fatto catturare da lei: attenzione, però… Non era stato calamitato e basta; né potevansi considerare correi i suoi occhi nerissimi e lustri che sbrilluccicavano anche nel buio; né correo quel silenzio che faceva da platea alle sue di lui parole e citazioni. No. Era stato risucchiato dalla materia originaria di lei: quella che lei aveva conservato nonostante le infrastrutture del crescere e dell’imparare e del recitare ogni tanto qualche ruolo di donna sicura. Quella stessa parte originaria che lui aveva imparato a nascondere sotto lupetti e strani revers, o nel piattissimo ed essenziale portatile; ed era anzi quasi sparita nei miscugli di regole comportamentali che lo facevano detentore del potere al terzo piano e gli davano fama nei piani sopra e sottostanti.
La massa magmatica sopravviveva in lei tra timidezze, stupori, e slanci e sogni e senso dell’avventura… Ma in lui questa storia di palle e di potere faceva inevitabilmente da frenobarriera al magma. E il magma pian piano si solidificò, indurendosi come le palle della nostra storia. E ci può essere vita, o vitalità, e quindi amore in un fiume di lava diventato pietra?

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