I buchini violati
Quel pomeriggio d’estate suo padre le disse vieni con me .
Percorsa la curva del sentiero tra l’erba, lei si ritrovò nell’ombra del rustico dietro casa.
Sua mamma era andata a trovare la zia Imelde e a venderle due galline.
Si trovò, non ricordava come, stesa sul tavolaccio del rustico. Il suo vestitino azzurro e grigio a quadretti, quasi un prendisole, era sventagliato con la gonna sollevata; le sue gambe esili erano aperte e abbandonate, per metà a ciondoloni: sembravano quelle delle rane che vedeva saltare nel fosso. O che vedeva, morte e senza pelle, nella terrina vicino alla padella, pronte per essere infarinate e fritte.
Il nodo a farfalla del vestito le dava fastidio, dietro, sulla schiena, e lei non riusciva a dire niente.
Intanto la bocca la baciava là dove faceva pipì, e, sempre dove faceva pipì, la lingua la carezzava con durezza e la bagnava di tanta saliva ; il dito la toccava, la sfregava e premeva . Un altro dito più grande e più caldo chiedeva di entrare in un buchino così piccolo.
Lei teneva gli occhi chiusi; lei sentiva dentro, dalla parte dello stomaco , una forza e un peso che la tiravano giù, giù, come in fondo al fiume quando uno annega, nei film; e sentiva dentro un gusto di miele, di miele amaro, perché sapeva che non era una cosa giusta, lo sapeva.
Ma intanto il cuore batteva rapido e strano nelle mutande, anche se le mutande, là, non c’erano più.
...
Dopo solo un anno, lei, ancora piccola piccola, era diventata grande. Capiva cose che prima neanche vedeva.
Sapeva di saper pensare, da sola.
Soprattutto riusciva a guardare suo padre dal basso in alto con aria di sfida, con gli occhi grandi, sgranati, volti all’insù verso la faccia di lui e senza paura: come quelli di un piccolo golia magro e minaccioso. Avrebbero saputo parlare da soli, i suoi occhi, e rinfacciare, rimproverare e impedire qualsiasi fuga della memoria. Ma lei – assieme agli occhi - preferiva alzare anche la voce, naturalmente quando le orecchie di sua mamma non erano lì a sentire. E la voce, con quel suo dialetto sghembo, tagliava l’aria e non ammetteva repliche. Lei salvò così le sue sorelle dalla violazione, ed un pochino salvò anche se stessa. Intendo dire dallo strano miscuglio di umiliazione e di inverosimile, ingiustificato senso di colpa.
Ma i buchini violati lasciano tanti segni, difficili da cancellare.
...
Da grande lei amò molti uomini, talvolta a lungo , talvolta per poco, ma sempre con passione, con soddisfazione dei sensi e, credo, del cuore. Per lo più li sceglieva - forse inconsciamente - nel cerchio dantesco dei traditori: uomini sposati che, andando con lei, tradivano figlie e mogli.
Era dunque una catena di ripetizioni, quella che lei aveva messo in atto: come a dire che , ripetuta tante volte, quella vecchia storia dell’uomo proibito e del buchino violato non voleva dire niente e, forse, avrebbe finito per sbiadire. Forse.
Dopo tante inutili Ripetizioni, un giorno finalmente incontrò la Differenza, la scelse e se ne innamorò.
L’uomo ‘differente’ le apparve in tutta la sua potente negazione della figura paterna: assenza di vincoli e legami, occhi chiari, capelli spettinati, storie di viaggi e di mondo alle spalle, culto dei libri belli e di tante altre cose. Si amarono senza dirselo: e lui le fu maestro nella sfida degli sguardi o dei silenzi. Si amarono dicendoselo : si corteggiarono tra discorsi, racconti,confessioni e qualche poesia che lui le regalava. E lei imparò da lui la ricerca di parole belle e le emozioni dalle sfumature sensuali. Si amarono e amarono e amarono.
Ma lui - non so perché – dopo qualche anno e dopo vari, incerti messaggi subliminali, un giorno se ne andò: senza nemmeno una promessa... La salutò recitando la Tristezza e l’Inevitabile, con una dolcezza tutto sommato avara e forse anche un po’ bugiarda.
Il mondo , come si dice, le crollò addosso, o comunque la sconquassò ben bene. Lo sconquasso più forte lo ebbe quando, pensando e ripensando, scoprì che in realtà, ancora una volta, lei aveva scelto in quell’uomo non la differenza ma la ripetizione.
Andandosene all’improvviso, ad esempio, era o non era stato un Traditore?
E ancora: non erano forse un’allusione al ‘padre’ quei capelli spettinati, sì, ma un po’ grigi, un po’ bianchi?
E quel dichiararsi suo Maestro di raffinatezza, di pensieri belli, di Luoghi da esplorare… non era un proporsi come ‘creatore’? cioè come chi aveva ‘dato la vita’ alla materia inerte dei pensieri di lei?
E la prima volta che si erano incontrati, lei non portava forse un vestitino azzurro, quasi un prendisole...?
Quando, quando il buchino violato avrebbe perso la pesante eredità di ossessioni nascoste?
...
Un giorno lei si sposò con un uomo di cui nessuno sapeva nulla e che sembrava non assomigliasse a nessuno.
E andò quasi subito a stare via, buttandosi alle spalle luoghi, persone, parole, gesti, sorrisi e fardelli.
Ma forse non bastò, perchè lei, pur dormendo con lui, dopo un po’ finì per negargli il suo buchino: era vendetta per le proprie sconfitte subite in passato?
O era solo semplicemente disamore?
Percorsa la curva del sentiero tra l’erba, lei si ritrovò nell’ombra del rustico dietro casa.
Sua mamma era andata a trovare la zia Imelde e a venderle due galline.
Si trovò, non ricordava come, stesa sul tavolaccio del rustico. Il suo vestitino azzurro e grigio a quadretti, quasi un prendisole, era sventagliato con la gonna sollevata; le sue gambe esili erano aperte e abbandonate, per metà a ciondoloni: sembravano quelle delle rane che vedeva saltare nel fosso. O che vedeva, morte e senza pelle, nella terrina vicino alla padella, pronte per essere infarinate e fritte.
Il nodo a farfalla del vestito le dava fastidio, dietro, sulla schiena, e lei non riusciva a dire niente.
Intanto la bocca la baciava là dove faceva pipì, e, sempre dove faceva pipì, la lingua la carezzava con durezza e la bagnava di tanta saliva ; il dito la toccava, la sfregava e premeva . Un altro dito più grande e più caldo chiedeva di entrare in un buchino così piccolo.
Lei teneva gli occhi chiusi; lei sentiva dentro, dalla parte dello stomaco , una forza e un peso che la tiravano giù, giù, come in fondo al fiume quando uno annega, nei film; e sentiva dentro un gusto di miele, di miele amaro, perché sapeva che non era una cosa giusta, lo sapeva.
Ma intanto il cuore batteva rapido e strano nelle mutande, anche se le mutande, là, non c’erano più.
...
Dopo solo un anno, lei, ancora piccola piccola, era diventata grande. Capiva cose che prima neanche vedeva.
Sapeva di saper pensare, da sola.
Soprattutto riusciva a guardare suo padre dal basso in alto con aria di sfida, con gli occhi grandi, sgranati, volti all’insù verso la faccia di lui e senza paura: come quelli di un piccolo golia magro e minaccioso. Avrebbero saputo parlare da soli, i suoi occhi, e rinfacciare, rimproverare e impedire qualsiasi fuga della memoria. Ma lei – assieme agli occhi - preferiva alzare anche la voce, naturalmente quando le orecchie di sua mamma non erano lì a sentire. E la voce, con quel suo dialetto sghembo, tagliava l’aria e non ammetteva repliche. Lei salvò così le sue sorelle dalla violazione, ed un pochino salvò anche se stessa. Intendo dire dallo strano miscuglio di umiliazione e di inverosimile, ingiustificato senso di colpa.
Ma i buchini violati lasciano tanti segni, difficili da cancellare.
...
Da grande lei amò molti uomini, talvolta a lungo , talvolta per poco, ma sempre con passione, con soddisfazione dei sensi e, credo, del cuore. Per lo più li sceglieva - forse inconsciamente - nel cerchio dantesco dei traditori: uomini sposati che, andando con lei, tradivano figlie e mogli.
Era dunque una catena di ripetizioni, quella che lei aveva messo in atto: come a dire che , ripetuta tante volte, quella vecchia storia dell’uomo proibito e del buchino violato non voleva dire niente e, forse, avrebbe finito per sbiadire. Forse.
Dopo tante inutili Ripetizioni, un giorno finalmente incontrò la Differenza, la scelse e se ne innamorò.
L’uomo ‘differente’ le apparve in tutta la sua potente negazione della figura paterna: assenza di vincoli e legami, occhi chiari, capelli spettinati, storie di viaggi e di mondo alle spalle, culto dei libri belli e di tante altre cose. Si amarono senza dirselo: e lui le fu maestro nella sfida degli sguardi o dei silenzi. Si amarono dicendoselo : si corteggiarono tra discorsi, racconti,confessioni e qualche poesia che lui le regalava. E lei imparò da lui la ricerca di parole belle e le emozioni dalle sfumature sensuali. Si amarono e amarono e amarono.
Ma lui - non so perché – dopo qualche anno e dopo vari, incerti messaggi subliminali, un giorno se ne andò: senza nemmeno una promessa... La salutò recitando la Tristezza e l’Inevitabile, con una dolcezza tutto sommato avara e forse anche un po’ bugiarda.
Il mondo , come si dice, le crollò addosso, o comunque la sconquassò ben bene. Lo sconquasso più forte lo ebbe quando, pensando e ripensando, scoprì che in realtà, ancora una volta, lei aveva scelto in quell’uomo non la differenza ma la ripetizione.
Andandosene all’improvviso, ad esempio, era o non era stato un Traditore?
E ancora: non erano forse un’allusione al ‘padre’ quei capelli spettinati, sì, ma un po’ grigi, un po’ bianchi?
E quel dichiararsi suo Maestro di raffinatezza, di pensieri belli, di Luoghi da esplorare… non era un proporsi come ‘creatore’? cioè come chi aveva ‘dato la vita’ alla materia inerte dei pensieri di lei?
E la prima volta che si erano incontrati, lei non portava forse un vestitino azzurro, quasi un prendisole...?
Quando, quando il buchino violato avrebbe perso la pesante eredità di ossessioni nascoste?
...
Un giorno lei si sposò con un uomo di cui nessuno sapeva nulla e che sembrava non assomigliasse a nessuno.
E andò quasi subito a stare via, buttandosi alle spalle luoghi, persone, parole, gesti, sorrisi e fardelli.
Ma forse non bastò, perchè lei, pur dormendo con lui, dopo un po’ finì per negargli il suo buchino: era vendetta per le proprie sconfitte subite in passato?
O era solo semplicemente disamore?
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