sabato, marzo 10, 2007

Il popolo degli intrusi


Sono sopravvissuta. Sono ancora viva. Anche se i giorni si fanno un po’ più freddi. Anche se il cielo è sempre meno pieno di luce.
Scendo a volo radente.
Sì. Ci sono solo io della mia squadra. Le altre unità sono state schiacciate dalla violenza nemica. E la violenza nemica - pur di annientarci - fa ricorso a qualsiasi arma, anche improvvisata. E per noi, di natura pacifica, qualsiasi arma è fatale, nefasta, perché non sappiamo né combattere, né difenderci contrattaccando.
Tutt’al più sappiamo nasconderci e trovare rifugio nei posti più impensati. Sappiamo appiattirci fino a diventare bidimensionali. Ma anche questo serve a poco, di fronte alla determinazione di chi ci è ferocemente avverso.
Le nostre razze, benché differenti e contrapposte, hanno convissuto fin qui abbastanza pacificamente, in una calma apparente. Per noi, ’loro’ erano gli umani, i più forti, i più evoluti (forse ) , mentre noi, per ‘loro’, eravamo una presenza accidentale e blandamente fastidiosa . Blandamente? Ora non più. Come se noi fossimo improvvisamente diventati - per gli umani - il popolo degli intrusi. Degli indesiderati. Dei paria, anzi, meno dei paria. Certo, il pericolo e l’ostilità sono sempre stati presenti, ma latenti, cioè non così come oggi, non come in questi giorni dell’odio.
Metafora. E’ come quando una stagione finisce... e i suoi segni continuano a permanere... e l’altra stagione tarda ad arrivare: quando ciò accade, nel passaggio troppo lento da una stagione all’altra gli umani non sopportano più i fantasmi di quella che sta per concludersi. Così,li vorrebbero eliminare. E cercano attorno a sé altri colori, altre atmosfere, oppure un clima diverso: hanno bisogno di questi passaggi e di queste differenze, - per stare bene; così come hanno bisogno di percepire l’alternanza di luce e di buio..., la fine dell’oggi e l’inizio del domani... Ne va del loro equilibrio...Ed è come se noi, razza aliena, fossimo dentro a questa metafora fino al collo: improvvisamente non rientriamo più nello schema mentale degli umani, nelle loro attese, in ciò che essi si aspettano dalla ”nuova stagione”.
Eppure, a me non sembra che la nostra presenza possa essere motivo di tanto fastidio e di tanta ostilità.
E poi, se gli umani hanno il diritto di ascoltare esigenze e bisogni dettati dal loro orologio biologico, pretendendo la “nuova stagione” secondo i sacri crismi, perché lo stesso diritto non vale anche per noi?
Solo che il nostro orologio biologico, a differenza di quello degli umani, si sta modificando, forse per adattarsi all’ambiente e al clima, a loro volta soggetti a grandi mutamenti. Così, mentre l’uomo pretende che l’ambiente si adatti alle sue aspettative, noi al contrario ci adeguiamo a ciò che muta intorno a noi.
Esempio: la mia permanenza sul pianeta avrebbe dovuto essere già terminata, ma il mio orologio biologico, ingannato da qualche elemento esterno, improprio e imprevisto, ha prolungato la mia vita qui, la nostra vita in questo luogo. Anche se il nostro colore è più sbiadito come quando stiamo per morire di freddo, anche se il cibo è meno abbondante, anche se non siamo più agili come un tempo nello schivare i pericoli o il colpo che uccide, siamo ancora vivi e siamo qui
:respiriamo,mangiamo,facciamo (seppur faticosamente) l’amore, voliamo, cerchiamo di ricostituire le scorte alimentari ed esploriamo nuovi rifugi. Eppure – incredibile a dirsi - è già la fine di novembre. E tante altre sono le stranezze attorno a noi, su questo pianeta: oggi per un attimo sono apparse alcune farfalle di neve, eppure nei vasi fanno ancora mostra di sé le rose colte nei giardini... I gerani continuerebbero a far fiori,...se non li avessero chiusi nelle “tane” del letargo invernale. La nostra vita, in questo luogo, dura dunque più a lungo: dipende dalla mutazione delle forme di vita inferiori, di cui ci nutriamo? O dalla diversa qualità dell’aria e dell’acqua? Comunque tutto confluisce nella teoria del “chi non si adatta muore”, la più accreditata. Tra gli umani, invece, circola l’idea della razza inferiore “impazzita”... In verità, si parla di noi come la “non-razza”: cioè una massa indistinta di micro-individui infimi, da schiacciare. Insetti. E ci definiscono con gli stessi aggettivi che usavano per i loro nemici storici, come i negri e gli ebrei. Così ci definiscono “sporchi” e una loro leggenda metropolitana vuole che, schiacciati dalla morte, noi emaniamo un odore puteolente, un fetore nauseabondo e inconfondibile..
E pensare che noi abbiamo visto “cose che voi umani nemmeno potete immaginare...” ( adoro questa frase di ’Blade Runner’) “Navi da combattimento in fiamme al largo di Orione... E ho visto raggi X balenare nel buio,vicino alle porte di Tannauser...E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo... Come lacrime nella pioggia...”
Ecco. L’ho recitata. Ho fatto mie queste parole, anche se non tutte mi si adattano: dov’è infatti Orione e cos’è Tannauser? Eppure mi risuona sempre dentro, questa frase. Col suo senso di ineluttabilità. Come ineluttabile sarà il mio destino: la mia fine è solo rimandata, e di poco. So bene che la morte verrà, per me come per il replicante interpretato da Rutger Hauer... E so che di me, della mia storia, dei miei sogni non resterà niente che non possa confondersi con altra (qualsiasi) materia... Come lacrime nella pioggia, appunto.
Di me, di noi, rimarranno solo involucri vuoti, come crisalidi ultrapiatte e senza vita; nel peggiore dei casi, dei nostri corpi resteranno solo impronte, stampate nel chiuso di qualche interstizio. Quasi come le impronte dei corpi umani sui brandelli di muro, a Hiroshima e a Nagasaki, dopo la deflagrazione.
L’unica cosa a cui non mi rassegno è proprio questa prospettiva di una morte che in un attimo ci appiattisce totalmente e violentemente; che, con la materia, annienta l’impalpabile nostro mondo interiore con le sue singole irripetibili storie. E in un battibaleno, ciò che resta è un pallido e piatto profilo anonimo, su un davanzale.
E’, questa, la prospettiva della morte per spiaccicamento. Come accade a quasi tutte le cimici del mio popolo.


Etichette: ,