Libération!

sono prigioniero.
no, non sono a guantanamo né a katmandù per colpa della guerra e/o ( absit iniuria verbis ) per colpa…dei miei ideali politici..; non subisco minacce e violenza nel senso carcerario autoritario e aggressivo del termine. però sono prigioniero. e patisco da anni questa condizione, che sembra far parte di me sin dalla nascita. anche se prima di arrivare in questo posto, in questa esperienza di vita, non me ne rendevo conto.
qui sono lontano dal luogo dove sono nato. chissà perché per tutti i prigionieri è così. mi manca il cortile grigio su cui si apriva il mio sguardo al mattino e si chiudeva la sera. e grigie erano – nello spiazzo vicino alla fabbrica - le facce di quelli come me, nella luce livida dell’alba come nel sole cieco del meriggio. mi manca quel grigio riposante e uniforme e qui, invece, è tutto un colore, uno diverso dall’altro. e anch’io sono stato costretto ad “indossare” colori, ogni anno rinnovabili.
tutto qui, il patire? no certo.
ho cominciato con la definizione di prigioniero, anche sottraendo e distinguendo: ma ciò che mi turba e sconvolge è che la mia anima, lei è la prigioniera. è infatti chiusa in un corpo che non le appartiene, con cui non ha affinità, sintonie. mutatis mutandis, mi sento come chiarchiaro nei panni sgradevoli e non suoi dello iettatore. mi sento cioè come quei personaggi pirandelliani che scoprono di vivere dentro una scorza, una maschera . come loro , anch’io ho scoperto la mia varietà e mutevolezza, plasmate dal tempo o insite nella mia natura.
il mio aspetto, poi, non mi rende merito. io, dentro, mi sento alto, snello, e se non fosse per il peso del patire, direi che non sento – dentro – il peso dei chili e degli anni, che mi sento più giovane, a volte molto giovane . ma il mio involucro esterno mi tarpa le ali, con le sue forme , la sua statura ed anche i suoi colori: nulla del “di fuori” appartiene a me come un “di dentro”. il conflitto persistente non mi fa mai stare in pace con me stesso e non ho un modello di identità con cui presentarmi al mondo. le mie forme tondeggianti, ad esempio, come le linee bonarie del mio viso, mi identificherebbero come appartenente alla razza dei buoni. ma io non sono e non voglio essere buono : io sento ad esempio impulsi omicidi verso chi non mi rispetta… vorrei distruggere quel merdosissimo uccello ( una tortora ) che ha cagato sulla mia spalla, pur sapendo che , in quanto prigioniero fermo e immobile, io non posso minimamente difendermi, contrattaccare, reagire. l’involucro in cui sono bloccato mi costringe anche a starmene tutto il tempo sotto la pioggia immobile, o nella nebbia: liberatemi! e portatemi almeno in luoghi più assolati,a madrid, a siviglia…. E non bastano cacche di uccellini e pioggia e vento. stamattina un cane mi ha pisciato su una gamba ed ha poi abbaiato a più non posso: ed io fermo. umiliato. impossibilitato a restituirgli pan per focaccia. impassibile di fuori, come se fossi un granatiere al quirinale. io non sono così. ma come, come, come imporre il mio essere se non c’è parola che esca da me e se non c’è azione, movimento??
e che dire della mia maschera esteriormente pacifica, asettica ? e pensare poi che altri come me hanno una maschera volta al sorriso, benevolente… Io, invece, avrei voluto piangere quel giorno, quando i bambini, dei semplici innocui (?) bambini, mi resero vittima di un incidente doloroso, durante i loro giochi, e io rimasi incosciente per alcune ore, spezzato e poi in qualche modo restaurato.
Non ne posso più. a volte invoco uno di quegli eventi casuali che sconquassano la vita , tragici e traumatici come in certi romanzi di McEwan. purché la mia esistenza ne resti scrollata e finalmente rinnovata.
liberatemi dalla fissità, dalla finzione di un cliché che mi vuole esteriormente così e sempre così. liberatemi dalla paura dell’assuefazione che potrebbe diventare , per me, un altro carcere…
Se non potrò mai più tornare nel luogo dove sono nato, nell’età dell’innocenza e della non consapevolezza, almeno concedetemi di lasciare questa duplice prigione: quella del luogo in cui sono e dell’involucro che mi contiene, esposto agli sberleffi di molti degli umani che passano di qui.
Liberatemi! qualcuno mi porti via! lasciatemi in un fitto bosco qualsiasi,all’ombra sicura di felci e cespugli , dove nessuno possa vedere la mia schiavitù e il mio tormento senza capirli.
sono il primo nano di gesso, a destra del cancello.
no, non sono a guantanamo né a katmandù per colpa della guerra e/o ( absit iniuria verbis ) per colpa…dei miei ideali politici..; non subisco minacce e violenza nel senso carcerario autoritario e aggressivo del termine. però sono prigioniero. e patisco da anni questa condizione, che sembra far parte di me sin dalla nascita. anche se prima di arrivare in questo posto, in questa esperienza di vita, non me ne rendevo conto.
qui sono lontano dal luogo dove sono nato. chissà perché per tutti i prigionieri è così. mi manca il cortile grigio su cui si apriva il mio sguardo al mattino e si chiudeva la sera. e grigie erano – nello spiazzo vicino alla fabbrica - le facce di quelli come me, nella luce livida dell’alba come nel sole cieco del meriggio. mi manca quel grigio riposante e uniforme e qui, invece, è tutto un colore, uno diverso dall’altro. e anch’io sono stato costretto ad “indossare” colori, ogni anno rinnovabili.
tutto qui, il patire? no certo.
ho cominciato con la definizione di prigioniero, anche sottraendo e distinguendo: ma ciò che mi turba e sconvolge è che la mia anima, lei è la prigioniera. è infatti chiusa in un corpo che non le appartiene, con cui non ha affinità, sintonie. mutatis mutandis, mi sento come chiarchiaro nei panni sgradevoli e non suoi dello iettatore. mi sento cioè come quei personaggi pirandelliani che scoprono di vivere dentro una scorza, una maschera . come loro , anch’io ho scoperto la mia varietà e mutevolezza, plasmate dal tempo o insite nella mia natura.
il mio aspetto, poi, non mi rende merito. io, dentro, mi sento alto, snello, e se non fosse per il peso del patire, direi che non sento – dentro – il peso dei chili e degli anni, che mi sento più giovane, a volte molto giovane . ma il mio involucro esterno mi tarpa le ali, con le sue forme , la sua statura ed anche i suoi colori: nulla del “di fuori” appartiene a me come un “di dentro”. il conflitto persistente non mi fa mai stare in pace con me stesso e non ho un modello di identità con cui presentarmi al mondo. le mie forme tondeggianti, ad esempio, come le linee bonarie del mio viso, mi identificherebbero come appartenente alla razza dei buoni. ma io non sono e non voglio essere buono : io sento ad esempio impulsi omicidi verso chi non mi rispetta… vorrei distruggere quel merdosissimo uccello ( una tortora ) che ha cagato sulla mia spalla, pur sapendo che , in quanto prigioniero fermo e immobile, io non posso minimamente difendermi, contrattaccare, reagire. l’involucro in cui sono bloccato mi costringe anche a starmene tutto il tempo sotto la pioggia immobile, o nella nebbia: liberatemi! e portatemi almeno in luoghi più assolati,a madrid, a siviglia…. E non bastano cacche di uccellini e pioggia e vento. stamattina un cane mi ha pisciato su una gamba ed ha poi abbaiato a più non posso: ed io fermo. umiliato. impossibilitato a restituirgli pan per focaccia. impassibile di fuori, come se fossi un granatiere al quirinale. io non sono così. ma come, come, come imporre il mio essere se non c’è parola che esca da me e se non c’è azione, movimento??
e che dire della mia maschera esteriormente pacifica, asettica ? e pensare poi che altri come me hanno una maschera volta al sorriso, benevolente… Io, invece, avrei voluto piangere quel giorno, quando i bambini, dei semplici innocui (?) bambini, mi resero vittima di un incidente doloroso, durante i loro giochi, e io rimasi incosciente per alcune ore, spezzato e poi in qualche modo restaurato.
Non ne posso più. a volte invoco uno di quegli eventi casuali che sconquassano la vita , tragici e traumatici come in certi romanzi di McEwan. purché la mia esistenza ne resti scrollata e finalmente rinnovata.
liberatemi dalla fissità, dalla finzione di un cliché che mi vuole esteriormente così e sempre così. liberatemi dalla paura dell’assuefazione che potrebbe diventare , per me, un altro carcere…
Se non potrò mai più tornare nel luogo dove sono nato, nell’età dell’innocenza e della non consapevolezza, almeno concedetemi di lasciare questa duplice prigione: quella del luogo in cui sono e dell’involucro che mi contiene, esposto agli sberleffi di molti degli umani che passano di qui.
Liberatemi! qualcuno mi porti via! lasciatemi in un fitto bosco qualsiasi,all’ombra sicura di felci e cespugli , dove nessuno possa vedere la mia schiavitù e il mio tormento senza capirli.
sono il primo nano di gesso, a destra del cancello.

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