Ricette, formule e magie
Le ricette per la felicità, nei libri sulla Manipolazione del Destino, sono varie e numerose, essendo vari i tipi di felicità a cui si aspira… Essere felici per alcuni significa amare ed essere amati, per altri liberarsi dalla persecuzione del malocchio, per altri ancora è sinonimo di ricchezza…, e via dicendo.
Le ricette richiedono tassativamente, per poter funzionare, una fiducia totale, nonché una esecuzione fedelissima delle procedure… Perché un rito o un’invocazione abbiano un effetto ancor più sicuro, è d’uopo che il mago o il consultante abbia con sé un servo muto e sottomesso, che faccia da tramite silenzioso con le energie dell’universo. Un gatto, ad esempio. O un oggetto dalle particolari valenze simboliche…, come il primo quadrifoglio che ci ha portato fortuna…
La prima ricetta, di cui voglio parlare, è collegata alla storia di Giusfalda
Giusfalda aveva un nome bruttino: per fortuna le amiche e le altre la chiamavano Giù, oppure Salvia ( come il colore dei suoi occhi).
Giusfalda portava comunque con sé l’infelicità del suo nome, nonostante i nomignoli amichevoli: ce l’aveva addosso, ed anche dentro di sé quel nome con tutta la sua negatività. O almeno, questo ‘vidi’ nel suo Io. I suoni del nome erano impoetici ed impietosi, e infatti sembravano suoni da pronunciare bofonchiandoli. Se gridato ad alta voce, da qualcuno che salutava, il nome sembrava quasi un rimprovero, un senso di colpa vagante. Se detto sottovoce, magari con tono appena un po’ seccato, sembrava lo sfogo di una parolaccia. Anche se pronunciato con affetto, c’era da temere che da un momento all’altro si trasformasse in una risata demolitrice… o in una rima con ‘Ubalda’ e ‘Tutta calda’ …
Inutile dire che Giusf. non solo era genericamente depressa, ma percepiva il rapporto respingente che, secondo lei, il nome ingenerava negli altri: meglio ancora, si può dire che ne avesse paura e lo prevenisse respingendo lei stessa per prima chi le stava vicino, per non sentirsi chiamare con quel nome o evitare l’impressione di una risata.
Queste erano le paure che si portava dentro da sempre :idee negative che, detto tra noi, non avevano ragione di sussistere a questi livelli quasi patologici. Ma si sa: ognuno ha i suoi ghirigori mentali e a volte – tra stomaco e cuore – anche dei mostri inverosimili e per di più invisibili. Ma tangibili.
Per i mostri dell’io hanno una grande importanza, in Magia, le parole, cioè le formule propiziatorie o le preghiere recitate ad alta voce, meglio ancora se collettive : funzionano da potente contraltare del negativo e predispongono il soggetto ai riti specifici e speciali .
Nel caso di Giusfalda, la formula di parole doveva esplicitare il rapporto tra Parola e Vita e Divino ( il Verbo): quindi sostanzialmente il Potere della parola :una volta detta, essa può creare o disfare un legame, un sogno o un destino, può cambiare il nostro rapporto con le energie dell’universo. Purché sia sempre pronunciata con il suo carico di significati, di intenzioni, di suoni evocativi…
E così fu fatto, con una formula ridetta e ripetuta, come in una litania, un giorno e una altro ancora, finché il soggetto si tranquillizzò, o almeno rese più aperta la sua mente, più aperti i suoi sensi, più trasparente il suo io, che era il suo principale nemico, in fondo…
Intanto l’incenso profumava la stanza e portava verso l’Alto parole e desideri… Petali di rosa e altri fiori, accoccolati qua e là in grandi conchiglie di porcellana, creavano un’atmosfera di ritorno alla vita, come si conviene a tutto ciò che rinasce in primavera…
Ma le Parole non erano solo quelle della formula o preghiera:per snodare nodi e ingorghi, le parole dovevano essere anche quelle che Giusfalda si strappava da dentro, per dire tutto il suo male e il suo veleno e le sue paure…Fiumi di parole che dovevano uscire dalla sua bocca come in quel film,’ Il miglio verde’, con lo zampino di Stephen king. Uscire, straripare, liberare il corpo di amari e annosi sedimenti .
Dopo ogni seduta con vomito verbale, i petali erano appassiti e guasti.
Poi, per aiutare la ricostruzione, regalai a Giusf. un amuleto. E non solo.
Scelsi innanzitutto un’agata propiziatrice dell’Amore, pietra potente, soprattutto se utilizzata come ciondolo da portare sul cuore.
Perché l’Amore?
Ma perché è la Forza , l’Essenza dell’universo. Con quale spirito migliore prepararsi a ricominciare? e per Amore intendo la pulsione verso qualsiasi oggetto del desiderio, o verso tutto ciò che entra nella nostra vita in un momento speciale....
Lasciai sola Giusf. col suo amuleto per molto e molto tempo. Il tempo per continuare a svelenirsi e per ritrovare la spontaneità del scivolare nella vita quotidiana e di giocare con istinti, pensieri e tutto quanto…
Un giorno tornò senza preavviso: c’era qualcosa di diverso nel suo volto o nei suoi occhi: un guizzo lieve di curiosità, o forse una lucettina ingenua e innocente, o chissà che altro. Era venuta a trovarmi. E non disse né percome né perché . Secondo me era iniziato il processo del tempo interiore alla rovescia: Giusf. stava tornando bambina, serena, innocente, quasi come nella favola di Calvino dove il Barone Lamberto ringiovanisce ( nel corpo, però) e finisce per sparire ed essere un atomo nel nulla. Non era il caso di Giusf, ma tuttavia era giunto il momento di contrassegnare l’evento del tempo ritrovato ( il tempo di un tempo lontano…), di apporgli una specie di sigla o di cartello segnaletico, per indicare che la tappa era stata raggiunta, e che si poteva procedere oltre, con altri riti e conquiste.
Così le ordinai d tornarsene a casa, di andare in cucina e di rispolverare recipienti e strumenti tra i più vecchi che fosse riuscita a trovare , come quelli dell’infanzia, per capirci. Un frullatore a mano, una vecchia terrina anche sbeccata, uno spremilimoni antidiluviano, e così via.Trovò tutto quanto e anche la ricetta che da bambina le aveva insegnato la nonna: con il grembiule più largo e più lungo che era riuscita a trovare, si avvolse i fianchi, la vita; per sottofondo un CD di ballabili del tempo che fu. . La ricetta, scritta da mano antica e un po’ tremolante, fu letta e pian piano eseguita, nella fioca luce del pomeriggio autunnale: proprio come allora. Ricordò il consigli e i trucchi di nonna , per una migliore riuscita della torta….Anche l’ingrediente segreto, e non scritto, che dava alla torta la capacità di sorprendere ogni volta. La bambina aveva conquistato il suo primo posto in cucina; piccola donna tra fantasmi altre donne più grandi e antenate. E il rito della torta nel contempo aveva fatto incontrare e ricongiungersi due età, due interiorità in una sola persona.
La sigla era conclusa, come il primo segmento di magia. Il nome Giusfalda pareva acquetato , inframezzato com’era in questo andirivieni del tempo, nel recupero di cose belle e di conquiste, ed avendo alle spalle il vomito del ‘Miglio verde’.
Io, invisibile e assente, la osservavo da lontano, dalla stanza degli incensi e dei petali di rosa: la osservavo scrutando nella sfera di cristallo..
Intanto la mia mano , ferma, immobile, graniticamente inerte, reggeva la catenella d’argento del mio pendolino. E il pendolino si muoveva, oscillava, sempre più forte e sempre più verso sinistra, il lato del cuore. Il pendolino, da me silenziosamente invocato, mi stava rispondendo: mi avvisava che qualcosa stava per succedere. E ,nello specifico, la mia domanda riguardava Giusfalda e l’amore. Giusf era ancora in cucina, infarinata lei e il tavolo e qua e là il pavimento. Ma il profumo della torta , che stava finendo di cuocersi, conferiva alla scena e all’infarinamento un che di caldo e di magico. L’ingrediente segreto, pensò Giusf, sembrava dare al profumo un tocco di sensualità.
Suonò il campanello della porta d’entrata. Ritornò a squillare. In tutto suonò due volte, prima che Giusf. andasse ad aprire e facesse entrare il postino. Come in un film su postini e campanelli ….
Il pendolino oscillava impazzito. Sì, qualcosa stava per accadere: anche l’amore doveva avere la sua parte nel rito della magia. E allora, per discrezione, spensi la sfera di cristallo e andai a dormire….

0 Commenti:
Posta un commento
<< Home