martedì, febbraio 03, 2009







Seminatori di discordie
.
Seminatori di discordie e di zizzanie
- dal pulpito dei media o del potere -
confondono parole e definizioni:
è una pesca a strascico, la loro,
in cerca
di tutte le incredibili ragioni
per mettere insieme immigrati
e clandestini, i diritti e i doveri,
i gay di oggi e gli ebrei di ieri,
e poi tutti i diversi…,
quale che sia il loro colore.
Occhi ben chiusi
sui problemi sommersi, sul giusto
e l’illegale. Stravolte le verità
le più facili da capire …
Ovunque luoghi comuni,
chiacchiere da bar,
frasi fatte e minacce da fare…
E’ consentito bruciare
vivo
il genere umano che non ti appartiene.
Impedirgli di pregare.
Assetare affamare sottopagare
cacciare via.
Ridere con indifferenza
sulla carne stuprata e su quella che muore.
Provare orgoglio per i figli
addomesticati all’assenza .
Vantarsi della propria razza
animale.
Anch’io sono uguale:
vorrei saper sparare


venerdì, gennaio 30, 2009

WHEN GOD...( Maschile & Femminile)



WHEN
GOD
CREATED
MAN
.
.
.
.
.
SHE
WAS
ONLY
KIDDING!!


Se dio fosse stato una ‘lei’, certo avrebbe ammesso la birichinata di cui sopra, lo scherzo, la sciocchezzuola che aveva combinato. Avrebbe avuto nel contempo le spalle più leggere, senza il peso insulso di altri errori o colpe .
Un dio padre – come quello attuale ad esempio – non solo non riconoscerebbe come errore quello sopra citato , ma sarebbe anche su un versante un po’ maschilista … E lo dimostrerebbe nelle scelte dei collaboratori e dei vice: come a dire che in presidenza ci sarebbero le scrivanie del figlio e dello spirito santo. E gli apostoli e gli evangelisti? maschietti anch’essi, ma in altri uffici , quelli della propaganda e della biblioteca. Il dio padre, per questo suo essere molto maschile, amerebbe le gerarchie e con esse la gestione del potere . Il cui motto è, si sa, ‘divide et impera’, gerarchicamente parlando, appunto... Donne niente, né qui né nella sede centrale: maria non si farebbe nemmeno vedere in giro più di tanto e maddalena potrebbe pensarsi pentita… di essersi pentita.
La chiesa, invece, struttura portante della fede come istituzione e voluta da dio, è parola femminile. L’unico femminile importante che l’attuale diopadre ha scelto. Ma mentre un dio-donna amerebbe scegliere democraticamente, discutendo e collaborando, condividendo senza pregiudizi i generi e i temi e i complementi d’agente, la testa maschile preferisce il ‘faccio da me’, il ‘decido io’: macchè consulti, macchè possibilità d’errore! E poi, un femminile ‘chiesa’ lo si userà, ma per motivi diplomatici, per fingere una coesistenza pacifica e paritaria. Ma altro non c’è.
E così – destinata a scopi come questi - la calotta femminile della parola ‘chiesa’ in realtà verrebbe ad essere una struttura che si irrigidisce vieppiù, contrapponendosi agli spazi delle vera verità e della parola. Combattendole con monete e banche , rigore vuoto e passatismo.
E sotto questa calotta-ombrello, ecco molti altri sono gli errori al maschile: come il rogo per l’eretico e per il pagano , il Libro dei libri come braccio destro del colonialismo, o ecco anche il prete e il pedofilo, il rito e il rituale in lingua morta, il dogma. Quest’ultimo sarebbe alimentato dal ritorno alle negatività del passato, e da una allegra gestione del concetto di aldilà. Aldilà: sostanza corruttibile per gli strani andirivieni del limbo e del purgatorio… Come se si potesse deciderne l’esistenza sfogliando un fiore: c’è, non c’è, c’è,…
Se dio fosse una ‘lei’ ,invece, dopo aver ammesso di aver creato l’uomo ma di aver solo voluto scherzare, con la saggezza e le competenze infinite in sua dotazione proverebbe a ricomporre le unità spezzate…, come farebbe una saggia madre di famiglia
Parlerebbe di fratellanza, di autonomia delle coscienze davanti alla vita e alla morte, di libertà nel capire, di libertà e uguaglianza nel condividere il sapere e l’avere, di teologia della liberazione, di strade senza frontiere, … E accanto ai femminili metterebbe dei preti operai e dei preti medici o giornalisti, e qualche miracolo ogni tanto, anzi più di ‘qualche’…

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giovedì, gennaio 29, 2009

martedì, gennaio 20, 2009

Guardavo un quadro e pensavo a me








Il tavolo stava lì, in piedi, con l’aria panciuta e le gambe aperte e ben piantate, come chi è sicuro di sé. Ricordava la figura della Forza negli Arcani Maggiori dei Tarocchi. O la figura maschile di un’opera lirica, figura di padre o di factotum che dominano la scena e tessono, pomposi, alcuni pezzi di trama. E dal tavolo una sensazione di sicurezza e solarità.
Vicinissima al tavolo, una poltrona….
La poltrona, azzurra larga e con cuscino soffice, aveva le braccia aperte. Era dolcezza e morbidume, affetto e tepore. Era lì, lei, con questo corredo vellutato e sorellesco o materno… Era li che aspettava me, per abbracciarmi dopo i giorni dell’ansiapaura. Aspettava che sprofondassi nel suo azzurro, rannicchiata, con le mie invisibili lacrime di stupore: stupore di fronte a parole scritte che circondavano e delimitavano per la prima volta il Male…. Era pronta a darmi un senso di pacificazione, se pur momentanea . E poi la Forza del tavolo anche lei era lì per suggerire se stessa. Valeva la pena essere forti, fino al prossimo telepass o controllo alla dogana … E lasciarsi consolare cullare dall’azzurro vellutato. Col cuscino stretto sul cuore.
Guardavo un dipinto. E pensavo a me stessa, cercando simboli sulla tela.

lunedì, luglio 21, 2008

Tutto il mondo era un segno

Compleanno estivo


Tutto il mondo era un ‘segno’, dalla divisa di un soldato allo sventolio di una bandiera, dalle fiabe di magia agli slogan, ai protagonisti dei romanzi o alle atmosfere di sottofondo…E non c’era segno che non potesse essere sfilettato, sgranato e scandagliato, che non fosse conoscibile grazie ad indizi e ad informanti specifici Come quelli disseminati lungo sentieri interni a parole e a cose, a diversi livelli di profondità. E gli strutturalisti erano lì, con i loro righelli centimetrati, lì a misurare geometrie e relazioni e complessità del segno in esame. E sfoggiavano parole difficili.
Insomma, ai tempi di Roland Barthes, persino se ascoltavi una canzonetta di Guccini , ti veniva di cercarne e scoprirne a tavolino i segreti strutturali; o ti veniva di pensare ad una “Grammatica” dell’intero corpus canzonettifero del mitico professore, dato che su quei ‘segni’ rimbalzavano i significanti e i significati come tra infaticabili specchi, seguendo cadenze precise. L’idea di una grammatica unificatrice, poi, aveva quasi un che di teologico….

Finché un giorno non decisi di cambiare il mio rapporto con i segni. Da tempo ormai avevo cominciato ad avere a noia certe esasperazioni metodologiche, di cui leggevo e di cui spesso non capivo niente; inoltre gli stessi Padri fondatori avevano cominciato ad approdare a strade di più largo respiro. Non ultimo, Roland Barthes, che era morto.
Io cominciai a pensare che , se tutto era segno, anche questa morte aveva una sua valenza significativa. E se io qualcosa avevo imparato di segni e strutture, era ora di lasciare l’analisi dell’esistente per passare a creare, in proprio, i ‘miei’ segni personali. Per curare , cioè, gli elementi della mia comunicazione non verbale. Quella che, anch’essa – assieme alla ‘parola’ – mi presentava all’altrui lettura e interpretazione, sullo scenario quotidiano.
Conoscendo un pochino cosa fossero ‘significante’ e ‘significato’ e livelli degli stessi e tutto il resto, cominciai a pensare a come usarli e in che misura: in un dialogo muto con genitori – ad esempio - e con il mondo altro. Naturalmente non era affatto una novità il voler comunicare qualcosa di sé attraverso segni speciali, accuratamente scelti. Ne erano esempi banali la frase “ditelo con un fiore” o lo spunto che ne trasse la famosa dame aux camélias… Nuovo era invece il procedimento metodico e consapevole, non più solo intuitivo o frammentario o casuale.., che tanto aveva fatto parlare di sé in uno spicchio di secolo dall’anima semiologico-strutturale….

Quella mattina, una bella mattina di luglio, mi avviai verso la cucina per far colazione. Ero un po’ rannuvolata: non avevo ancora capito se quel giorno e quella data sarebbero stati numericamente importanti nonché un simbolico preludio di belle cose; o se il sipario si sarebbe aperto, come in tanti compleanni, su scene consuete.
Involontariamente l’aria un po’ nuvolosa della mia faccia assonnata comunicò ai miei –erroneamente– un umore forse contrariato e contrariante. Anche loro del resto non erano solari ma saturnini. E fu così, che sull’onda di sottili e non voluti segnali di fumo, si aprirono i preliminari della guerra. Nessuno mi fece gli auguri. N e s s u n o o ! Ed era presumibile che non ci sarebbe stato nemmeno un affettuoso regalo (...)
Tornata in camera mia, rimuginai il senso del rifiuto e un miscuglio di vendette umorali. Ah! Il numero dei miei anni non meritava forse di essere festeggiato come un’entrée sorridente nella fase più bella della vita? E poi, come si può dimenticare un compleanno? E la tortaaaaaa? Ahhhh!
Bene. Decisi che mi sarei festeggiata da sola e che mi sarei fatta il regalo adatto. Un regalo che, semiologicamente parlando, avrebbe risposto alla dichiarazione di guerra con una dichiarazione di guerra…
Se il codice del nuovo e del rinnovamento, come può essere quello di un genetliaco,implica segni precisi, tra questi non può non esserci il colore di ciò che indossiamo ( e/o – anche – di ciò che ci circonda ). Oppure, sempre nel caso del compleanno, è il regalo stesso a parlare attraverso i codici dei colori o della forma o della funzione o dell’allusione,ecc.: con essi si comunica anche il piccolo o grande sogno con cui si vorrebbe veder crescere la gioia del compleannato .
Altri sicuramente saranno i codici e i segni del caso, ma io mi fermo qui. Perché uscii di casa per andarmi a comprare un vestito nuovo: e ciò era insieme un regalo di me a me stessa, e un messaggio a chi lo volesse intendere.
Era una bella mattina di luglio, dicevo…
Nel negozietto di cristina non era rimasto molto della mia taglia. Ma ciò che restava dell’inizio dell’estate mi bastò per scegliere i pezzi della mia vendetta contro il silenzio.
Sarei entrata nella nuova solare vita del mio compleanno indossando una gonna e una maglietta. …Bè? Dirà qualcuno. Tutto qui? Ma no. Innanzitutto il codice della moda prevedeva ancora la gonna corta, ampiamente sopra il ginocchio. E io me lo potevo permettere. Così come era previsto anche l’eterno tessuto jeans: se orami si perdeva nella notte dei tempi il suo vago odore di mondo ribelle,qualcosa rimaneva pur sempre appiccicato alla sua texture.
Dunque, ad un primo livello di significati, la gonnellina jeans diceva che ero à la page, ma subito dopo suggeriva anche – con i suoi misurati centimetri di lunghezza – un’idea di sfida legata alla corporeità, alla dichiarazione di indipendenza. Si potrebbe qui invocare la presenza anche di un codice psicanalitico, fin troppo facile: la lunghezza della gonna, con quel suo essere stata decurtata, tagliata, staccata dal ‘corpo’ della stoffa madre, non richiamava forse alla mente il taglio del cordone ombelicale? In più, il colore del tessuto jeans, anomalo perché verde, non era una rivoluzioncella nella rivoluzioncella? Cioè un taglio anche con gli anni della storia ribelle e con i suoi codici iconografici? questa era una ‘mia’ rivoluzione personale….
Ed eccoci alla maglietta. Prima ancora di inoltrarmi in un’analisi dettagliata, vi invito a chiudere gli occhi:cosa evoca la parola ‘maglietta’? A me suggerisce un tessuto che tende ad aderire al corpo e alle sue forme, più che scendere dritto e a piombo sulle curve.. E poi? E poi: quella tua maglietta fina-a-a… che immaginavi tutto-o-o … La voce di baglioni parlava dunque anch’essa di corporeità …
Ma andiamo a vedere.
La maglietta era mediamente aderente; per di più poteva essere infilata dentro la gonna e una cintura avrebbe sottolineato i fianchi. Ma decisi di non esagerare: in fondo anche il mio fisique du rôle aveva qualche limite. La mia autostima ( codice psicanalitico) tuttavia non venne meno, dato che sul davanti della maglietta era stampata una grossa fetta d’anguria. In corrispondenza del mio generoso seno. E poi, proseguendo anche qui nell’uso del codice dei colori, si potevano interpretare altri messaggi. Il bianco della maglietta, se fosse stato tinta unita, avrebbe avuto altre cose da dire, ma qui, per il disegno accampato al centro, il bianco era messo in risalto solo come luminosità, chiarezza ( di idee), o – in un altro codice, quello psicanalitico - come il bianco di una pagina nuova. Altri colori bisbigliavano i loro sottotitoli : il rosso dell’anguria,il verde della buccia e –insieme – quello della gonna… erano terra, natura, frutti, sangue, vita e vitalità…; e molto altro, se si pensa alla fetta…
Ma diciamo che potevano bastare questa scelta e questi segni. Mi tenni addosso il mio messaggio, e il vestito vecchio lo riposi nella busta del negozio.
Entrando in casa, feci un giro di passerella e senza aprire bocca “comunicai” ai miei tutto quello che avevo da dire.
Poi presi il mio vecchio catorcio e andai a trovare un vecchio amico, su in collina. Lui aveva una casa in fondo al bosco – ereditata dalla nonna - e al telefono ( etcì!) aveva detto che era malato. Ma io gli portavo un cestino con un’ottima torta … E senza fermarmi a decifrare segnali e segnaletica attorno a me ( come quella sui lupi)…..

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domenica, luglio 20, 2008

Specchi e Labirinti



Non c’è cosa che non sia ripetuta come tra infaticabili specchi, dice borges: eventi prodotti ed eventi subiti, tutto va e torna e si ripete magari sotto altre spoglie, apparentemente altre.
Nulla di nuovo, in realtà, sotto il sole o sotto un altro cielo di stelle. Perché tutto si ripete si ripropone e riproduce, si riflette in qualità di specchiato sembiante: ciò che accade a me è già accaduto a me altre volte e ad altri in mille altri tempi.
Ed è il Caso che rimescola le carte e le cose. sciorinando le carte da gioco, sul tavolo del giocatore, secondo una disposizione fortuita.. E remote sequenze sono quelle che inconsciamente si copiano e si ripetono, come le aperture, le mosse, le varianti nel gioco degli scacchi.. E così è. Sempre. Come a dire che nulla finisce o muore veramente,scomparendo nell’assoluto Nulla, e che non c’è il nuovo e l’irripetibile o l’eccezionale ed unico. In the life o in un ultramondo non esiste Qualcosa che rappresenti la preziosità rara ed unica da cercare: sia essa il gesto, la scelta, il dono, la conquista, il binario dell’esistenza, o chi possa spiegare l’essenza di ogni cosa. Nemmeno l’essenza c’è, of course… .
C’è solo dunque il susseguirsi di infaticabili specchi, in cui vanamente si ricerca di qualcosa che resti,eterno e irripetibile. E il replay degli specchi richiama agli occhi l’immagine del labirinto ingannatore, ed entrambi evocano parole che li definiscono come “divagare”, come “gioco”, attività del camminare percorrere scrutare che è fine a se stessa. Non c'è percorso che porti ad Un senso, unico ed univoco, né c’è qualcuno – dentro o fuori della realtà – che soffi tra gli errabondi l’idea comprovabile di “scopo”.
Può morire una spiga o dissolversi la carne di un uomo sotto terra, ma la morte in sé e per sé non esiste: è solo quella che di volta in volta è patita da alcuni e raccontata da altri, magari anche solo a loro stessi. sotto la volta del tempo-universo tra poco mille altre spighe nasceranno e saranno spezzate e mille altre carni conosceranno il sangue che scorre e il patologo di CSI..

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martedì, marzo 25, 2008

senza titolo


Aprire una porta.
Socchiuderla lentamente.
Incerta la mano e l’intenzione.
E poi, quale porta? Una qualsiasi? O una per tanto tempo guardata e fissata, nei suoi colori promesse e nel suo essere fermamente chiusa? Tenacemente serrata come una sfida?
Ogni porta è un mistero da svelare
E’ mondo sentiero da percorrere e capire.
Socchiudere una porta, più porte, vuol dire moltiplicare i giorni i colori le vicende della tua unica e sola porta. Perché oltre a questa tua porta ce ne sono tante altre ,ma tante tantissime.
Aprire ‘altre’ porte significa divorare ‘altro’ tempo, o gustarlo con lentezza, cercandone sapori e fili che legano giorni e luoghi e personaggi come pagine.

Fin da piccola una porta, due porte, tante porte mi si andavano aprendo davanti agli occhi della fantasia. Era mia madre che me le apriva e che mi mostrava i miracoli oltre la soglia, oltre altre porte di stanza in stanza. Miracoli che con naturalezza parevano parlare di cose vere, di tutti i giorni. Che con naturalezza lasciavano intravvedere uomini barbuti, isole, mongolfiere, onde, re e regine. Fiori e foreste.
Se mia madre non mi avesse mai aperto la prima porta, e la seconda e tutte le altre poi, quando mai avrei imparato questa pratica di ‘apriti sesamo’ , talvolta affiancata da un abracadabra?
Così, il suo ‘apriti sesamo’, parola magica della sua curiosità e dei suoi innamoramenti, divenne la chiave anche della mia curiosità.
E assieme a queste due parole che fendevano la roccia facendo apparire tesori di luoghi lontani, c’era un altro passepartout , per me: la voce stessa della mamma, con quel timbro speciale speciale. La voce con cui lei mi accompagnava di là dalla linea di confine; la voce, con cui snocciolava e sgranava parole in fila una dopo l’altra, era voce uguale e monotona e un po’ triste, come l’aveva imparata in quinta elementare; ma era anche una voce sempre innamorata delle porte e carica di aspettative.. E l’unica che sapesse usare. Ed era quella che faceva sembrare più caserecce e quotidiane ed umili le cose che vivevano nell’oltre.
Finché pian piano imparai anch’io ad usare chiavi normalissime o grimaldelli per far scattare serrature ed entrare, e per andare avanti da sola.
Parlo anche ora di porte.
Perché in questi recenti segmenti di vita non riesco più a socchiudere né porte né finestre. Né a voler scorgere uomini e mongolfiere….Né a lasciarmi incuriosire da alcunché. Né a farmi convincere dal ricordo di una vecchia voce lontanissima
Che di porta in porta riusciva a vedere e vivere rivivere vite storie episodi di altre vite, fino a commuoversi e a farmi commuovere..
E non basta il buco della serratura per farmi entrare con gli occhi e con la mente in una serie di più ricchi pensieri sentieri , come quando si va dentro al tepore o al gelido freddo umidore della casa di un altro o di nessuno.
Se non so più usare la formula magica, è – forse – perché non mi aspetto di poter voler dover conoscere altre porte di stanze case corridoi,luoghi della vita.
Non c’è più alcun aggancio con le porte, o quasi.
O quasi – dico – perché fin che esiste il rimpianto di non saperle aprire le une dopo le altre, di non saper muovere i passi di porta in porta o in corridoi tra specchi barocchi e stanze che si aprono su altre stanze simili a quelle di Marienbad, finché c’è questo rimpianto forse è ancora possibile tentare. Chissà.
E poi gioca a mio favore, forse, il fascino persistente delle porte, quando le vedo esposte nelle vetrine, porte vecchie e nuove, stuzzicanti come se ti parlassero con parole invisibili da là, da oltre i vetri e da oltre il calore delle luci. E riesco ancora ad essere capace di entrare nei luoghi dove vendono le porte. E con occhi incantati. A volte ne compro una , o la prendo in prestito, se si può. Oppure mi piace ascoltare chi parla di porte, di ciò che ha scoperto dietro il loro aprirsi, e del desiderio che sospira dietro ad ogni passo del metaforico viaggio.
Riesco… Mi piace…Ma poi…
Ma poi, una volta a casa, un raggio immobilizzante mi trattiene, mi ferma ed annoia ed imprigiona. Non è un raggio incendiario, ma ugualmente allontana vanifica impedisce. Incenrisce. Ed io mi perdo nel silenzio e nel cieco buio di porte chiuse.
Comunque mi chiedo: Che senso impulso istinto slancio trovare, e dove, per entrare - dopo aver socchiuso a fatica un uscio?
Forse, per aprire una porta nuova, per muoversi felpati con occhi attenti ai percorsi …, per saper assaporare il miele e l’amaro, per immaginare e pensare…, per imparare, per cedere al piacere o al dolore, per penetrare in un mondo sconosciuto, per fare questo ed altro ancora… , forse il segreto è sapersi mettere in gioco in una storia che non ci apartiene, non ancora.. È saper sfidare ciò che verrà e che ci è ignoto. È saper ricevere i segreti e le storie dietro le porte, con lo stesso spirito di avventura, spontaneità e casualità di chi ha riempito gli spazi i corridoi le stanze i paesi e i paesaggi dietro ogni porta. Insomma, in poche parole, potrei ritrovare il fascino delle porte e la loro ricchezza riscoprendo il saper dare qualcosa di me?. Come la noncuranza generosa, par exemple? Come il Se vuoi andare vai.? Come il Saper Amare, che è anche Il gancio che ti attacca ad un lembo di vita? Ovvero Il coraggio di vivere ? ovvero il coraggio di dipanare normalmente ciò che resta del vivere?.Ma è sicuramente Amare il verbo più importante, tra quelli citati.. Amare tutto, di ciò che ha a che fare con l’umano. Amare senza timori o sospetti o condizioni….Amare diventa allora aderire a tutto ciò che popola i mondi delle porte.E’ navigare su nuovi mari con avida curiosa ricerca di nuove terre…